La fedeltà del Dio dei viventi

10 novembre 2019

Letture: 2Mac 7,1-2.9-14; Sal 16; 2Ts 2,16-3,5; Lc 20,27.34-38

Ogni uomo che si accosta a Gesù è inevitabilmente chiamato a prendere posizione rispetto all’annuncio della risurrezione di Gesù, sapendo – come ha espresso chiaramente san Paolo scrivendo ai Corinzi – che chi non accetta la risurrezione dai morti, non può nemmeno credere che Cristo stesso sia risorto. Ma se Cristo non è risorto, ribadisce l’Apostolo delle genti, la nostra fede è svuotata di senso e di forza. Ora Cristo è risorto e ci attende alla destra del Padre, là dove è andato a prepararci un posto. Se Cristo, vero Dio e vero uomo, è risorto da morte, anche noi risorgeremo con Lui: la morte è stata infatti vinta sulla croce. Accogliendo la nostra morte Cristo ci ha donato la sua vita eterna in ordine al compimento della nuova creazione, in cui tutto sarà ricapitolato nella sua Persona e Dio sarà tutto in tutti. Non credere nella risurrezione, che è in fondo espressione della fedeltà di Dio alla vita che Egli stesso ha creato, significa rassegnarsi ad una prospettiva caratterizzata dalla finitudine nella quale la relazione di amicizia tra Dio e ogni essere umano che viene al mondo sfuma nel non senso di un limite invalicabile che condanna quella relazione a spezzarsi in modo irrimediabile. La fede nella risurrezione, nella cui realtà l’uomo viene ricreato secondo la pienezza psico-fisica del suo essere per quanto in una modalità irriducibile a quella già sperimentata, dice allora tutta la nostra speranza nell’onnipotenza misericordiosa del Padre che non lascerà che i suoi figli rimangano nella polvere. Per quanto l’uomo sia costituito dalla “polvere”, il Signore lo ha però destinato alla vita eterna di una relazione senza fine.

Il tema della risurrezione è introdotto attraverso il drammatico racconto delle torture inflitte a sette fratelli ebrei osservanti, presi insieme alla madre, da parte del regime ellenizzante dei re seleucidi, così come è narrato nel secondo libro dei Maccabei. La fede nella risurrezione si affaccia proprio nel contesto della straziante resistenza per la custodia della fede ereditata dai Padri, da parte di questi sette fratelli, sostenuti da una madre tanto tenace, quanto piena di zelo. Non si tratta di una pia consolazione a fronte dell’inevitabilità di una imminente morte violenta, ma di una fede che – in forza della contemplazione del disegno divino sull’uomo e sul fine cui Egli lo ha chiamato – può fare rispondere alla tortura esercitata dai potenti con la verità donata da Dio. La verità risuona qui come un atto di sfida pacifico che preferisce rispondere all’immenso dolore subito con l’affidamento alla verità di Dio sull’uomo. Se lo strazio dura un certo tempo, lo splendore della verità divina – che implica la risurrezione – dura in eterno. Da questa ferma fede, proviene la forza affinché i giovani possano affermare di volta in volta quanto segue: “Tu, o scellerato, ci elimini dalla vita presente, ma il re dell’universo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna”; “Dal Cielo ho queste membra e per le sue leggi le disprezzo, perché da lui spero di riaverle di nuovo”; e, infine, “è preferibile morire per mano degli uomini, quando da Dio si ha la speranza di essere da lui di nuovo risuscitati; ma per te non ci sarà davvero risurrezione per la vita”. Se il potere umano è fondato sulla possibilità di suscitare la paura della morte, la fede nella risurrezione dona ai credenti una libertà inedita, in quanto disarma la minaccia di morte riconoscendo in Dio il garante della vita al di qua e al di là della morte. Questa libertà permette ai credenti di testimoniare, a fronte di qualsiasi ingiunzione del potere coercitivo, la fedeltà al Dio che si rivela nella storia come promessa di vita.

Anche nel passo tratto dal vangelo secondo Luca viene raccontata – questa volta dai sadducei, che non credevano nella risurrezione – una storia che riguarda sette fratelli. In questo caso, tuttavia, viene allestita una particolare situazione – costruita a partire dalla legge del levirato (Dt 25,5 ss) – in cui tutti e sette sposano, alla morte del fratello precedente, la stessa donna. Alla morte di tutti i protagonisti: di chi sarà moglie, nella risurrezione, questa donna? Gesù sfugge abilmente alle assurde conclusioni imbastite dai sadducei, aprendo le loro intelligenze ad una dimensione della vita che non è sottoposta alle attuali leggi biologiche (“quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dei morti, non prendono né moglie né marito […] sono uguali agli angeli”). Figli della risurrezione sono figli di Dio: rigenerati nella stessa vita divina, ne partecipano per grazia. Per avvallare, con tutta l’autorità della Torah, questa dottrina, Gesù si riferisce poi alla Rivelazione a Mosè accaduta al Sinai (Es 3). “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. La risurrezione divine allora la più importante espressione della fedeltà di Dio alla vita che ha concepito e creato: la scelta di morte compiuta dall’uomo, appropriandosi della libertà ricevuta in dono per la relazione, non costituisce l’ultima parola. L’ultima e definitiva Parola di Dio è il Verbo crocifisso e risorto, per il quale viene glorificato – in tutti gli uomini e donne che seguono Gesù – “il Dio dei viventi”, che è tale “perché tutti vivono per lui”. Una vita che non può che essere partecipazione all’eternità divina, laddove l’immortalità diviene condizione concreta di possibilità per la sussistenza di una relazione interpersonale di figliolanza che implica un amore incessante e fedele. Non si può quindi comprendere la risurrezione dai morti, se non nell’ambito di quell’amicizia cui Dio chiama ogni uomo e donna che viene nel mondo e che – come tale – dev’essere connaturata a Dio e, pertanto, deve implicare quel dono di grazia in forza del quale Dio fa sì che l’uomo si rapporti a Lui secondo uno stile che siamo soliti chiamare di “reciprocità donata”.