Imparare ad essere soccorsi da chi non vorremmo

14 LUGLIO 2019

LETTURE: Dt 30,10-14; Sal 18; Col 1,15-20; Lc 10,25-37

La prima lettura di questa domenica è tratta dal libro del Deuteronomio e il messaggio che ci dona in questa domenica è una meravigliosa introduzione all’insegnamento del vangelo. Il testo odierno, infatti, ci dice che la legge di Dio non può essere ridotta ad una serie di regolamenti, ma che è una legge d’amore, scritta da Dio nei nostri cuori: «Ora, Israele, che cosa ti chiede il Signore, tuo Dio, se non che tu tema il Signore, tuo Dio, che tu cammini per tutte le sue vie, che tu lo ami, che tu serva il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore e con tutta l’anima, che tu osservi i comandi del Signore e le sue leggi, che oggi ti do per il tuo bene?» (Dt, 30, 12-13). Se noi ascoltiamo questa legge d’amore che Dio ha scritto nei nostri cuori, tutti gli altri precetti del vangelo e della chiesa assumeranno il loro vero senso; nel caso contrario resteranno un frammento di testi morti.

Il racconto, molto vivo, tratto dal vangelo di Luca proposto per questa domenica, inizia con una domanda importante posta da Gesù a un dottore della legge. Si tratta davvero di una buona domanda personale e pratica, nella quale non c’è nulla di astratto: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?», non dunque: qual è il più grande comandamento, ma molto più concretamente che cosa devo fare? Gesù gli risponde dicendo: tu sei un dottore della legge quindi devi sapere cosa fare…che cosa leggi tu nella legge? Ecco allora la buona risposta: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Molto bene, riprende Gesù, segui il comandamento e avrai la vita eterna. Ma il dottore ritiene che il dialogo sia terminato un po’ troppo bruscamente e quindi gli pone un’altra domanda: ma chi è il mio prossimo? Per rispondere a questa seconda domanda Gesù racconta una parabola. È importante sottolineare che questa parabola è innanzitutto una risposta alla domanda fatta precedentemente: chi è il mio prossimo? perché quando avrà terminato di raccontarla Gesù ritornerà precisamente a questa domanda: chi secondo te è stato il prossimo dell’uomo caduto sotto i colpi dei briganti? Grazie ad essa Gesù costringerà l’interlocutore a identificarsi con l’uomo caduto, ferito e mezzo morto sotto i colpi dei briganti. Per inciso non va neanche questa volta dimenticato che la tecnica della parabola, come forma di insegnamento, consiste nel portare gli uditori a identificarsi con uno dei personaggi del racconto. Ma ritorniamo alla struttura del racconto. Il dottore aveva detto: chi è il mio prossimo? E Gesù riformula la stessa domanda alla fine del racconto: chi è stato il prossimo dell’uomo caduto sotto i colpi? Il dottore non può che rispondere: il suo prossimo è stato colui che gli ha manifestato la compassione.

Quando Gesù dice: va e fa lo stesso, non intende dire: va e comportati come il buon samaritano, ma piuttosto: come l’uomo ferito dai briganti accetta anche tu che un samaritano sia il tuo prossimo. Gesù comanda di trascendere, per amore, tutte le divisioni sociali ed etniche che gli uomini costruiscono come barriere, perché sa benissimo che per noi abitualmente colui che si trova dall’altra parte è in generale colui che ha torto. Gesù ci invita, allora, a riconoscere la presenza della compassione in una tale persona e ad accettare di essere aiutati da essa.

Inoltre il samaritano della parabola è in viaggio, fuori dunque, dalla sua terra natale, viene da una terra straniera, in cammino da Gerusalemme verso Gerico, un percorso assai pericoloso, specialmente per un samaritano. Forse si trattava di un povero, una persona che conosceva il disprezzo, il pericolo, la paura e dunque per questo poteva aprirsi alla compassione. Se noi trasportiamo tutto questo nel mondo di oggi, in chi possiamo riconoscere il miserabile caduto nelle mani dei briganti? È quello che ha lasciato Gerusalemme per discendere a Gerico: quello che ha lasciato la sicurezza della città santa con i suoi conforti e le sue certezze per cercare altro, nella direzione del non-conosciuto, come fece una volta Abramo. Il samaritano del mondo di oggi è anch’egli una persona che ha abbandonato la sicurezza e il conforto del suo piccolo mondo e che può insegnare agli altri un nuovo modo di pensare e di vivere; poiché egli stesso vive in una situazione costante di insicurezza e di fragilità, scelta o accettata, può avere compassione di colui che è caduto nelle mani dei briganti.

Soltanto nella misura in cui saremo in grado di intraprendere un tale cammino come fece il Cristo, solo allora saremo capaci di aiutare i nostri fratelli e sorelle, non con lo scopo di osservare una legge o di accampare meriti in cielo o, ancora, per il puro piacere egoistico che si prova ad essere buoni e generosi, ma semplicemente perché mossi dalla compassione.

Sarebbe probabilmente troppo facile o eroico prendere la risoluzione di essere “buoni samaritani” verso le persone che ci stanno attorno. Accogliamo, invece, la prima lezione della parabola di Gesù: accettare l’evidenza che siamo tutti come il poveraccio caduto nelle mani dei briganti, bisognosi di aiuto. La nostra prima sfida o compito sarà quello di riconoscere che il nostro prossimo è colui che ci aiuterà e che istintivamente consideriamo lontano o diverso, colui o colei per la conversione dei quali abbiamo l’abitudine comoda solo di pregare.