Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri”

19 maggio2019

LETTURE: At 14, 21b-27; Sal 144; Ap 21,1-5a; Gv 13,31-33a.34-35

“Al cuore non si comanda” recita un adagio della sapienza popolare, dando voce a quello che tutti sentiamo e pensiamo: l’amore, il più nobile e alto dei sentimenti umani, quello che riempie la vita e senza il quale ci sentiamo soli e infelici, è un sentimento spontaneo e gratuito. Nasce da imponderabili moti dell’animo e si alimenta da sé, trovando in sé il proprio nutrimento e la propria forza. È tanto più forte e intenso quanto più è libero: trova il proprio oggetto e su questo si riversa con tutta l’intensità di cui un uomo è capace, spesso travolgendolo, togliendo spazio a ogni altro sentimento. L’amore riempie la vita.

Considerazioni semplici, che ogni uomo può condividere perché sono appunto semplici, riguardano l’esistenza umana così come è: amiamo e solo essendo riamati dall’oggetto del nostro amore ci sentiamo veramente felici. Almeno, fin tanto che …

A ben vedere, stupisce il vangelo di questa domenica. Stupisce perché, se lo si considera non con la solita superficialità abituale ma semplicemente stando attenti alle parole, provoca una reazione immediata: Gesù comanda di amare, ma non si può comandare l’amore; se è comandato non è più amore, diventa un obbligo, una costrizione che inibisce i più liberi, spontanei, autentici moti dell’animo. In definitiva un amore comandato mortifica l’uomo e anziché renderlo libero lo fa schiavo. Un amore comandato non è amore ma è la sua brutta caricatura.

Eppure, in questo lungo discorso con cui prende commiato dai suoi discepoli nell’ultima sera trascorsa insieme a loro e di cui leggiamo un brano, per ben tre volte Gesù ripete (qui e poi in 15,12.17) il comandamento dell’amore, come a farne il suo estremo lascito, la sua ultima volontà. Tutti noi sappiamo che sia l’Antico che il Nuovo Testamento pongono la relazione con Dio e con gli altri uomini sotto il segno dell’amore. Perché l’amore per Dio e per gli altri uomini è la risposta che diamo all’amore che Dio ha per ognuno e per tutti e si declina come fedeltà all’alleanza (AT) e poi come obbedienza della fede (NT). Sempre, nella Bibbia, questo amore non è espressione della spontaneità umana, ma viene “comandato”: nell’antica alleanza assume il volto esigente della giustizia e nella nuova, specificamente nel vangelo di Giovanni, viene espressamente chiamato “comandamento nuovo”. L’amore di cui si parla non è la ricerca dell’altro per rispondere al nostro desiderio che l’altro diventi nostro, che diventi una cosa sola con noi, ma piuttosto il protendersi verso l’altro per farci suoi, per servirlo e donargli la nostra stessa vita. Questo fa Dio, questo ci è stato rivelato in Gesù, fino al dono supremo della vita sulla croce, questo dobbiamo fare anche noi e questo non può altro che esserci comandato, perché questo amore nasce dalla fede, ne è per così dire la faccia attiva. E la fede, lo abbiamo appena ricordato, nasce dall’ascolto e dall’obbedienza: appunto, si fida e fa.

Inoltre, l’amore con cui Dio in Gesù ci chiede di amare è un comandamento non solo perché non è un moto spontaneo, ma è un comandamento “nuovo” perché non corrisponde a ciò che l’uomo ha in sé e può da sé. L’amore di Dio, accolto nella fede, diventa nell’uomo l’impensabile possibilità di amare davvero l’altro uomo, anzi addirittura tutti gli uomini, sopprimendo le barriere della separazione. Perché l’amore divino libera l’amore umano da ciò che ci sembrava più autentico, ossia dalla sua spontaneità, dal desiderio, in definitiva dal volere l’altro tutto per sé: l’amore di Dio, rivelato in Gesù, libera l’amore umano dal suo radicale egoismo. Un tale amore non può che essere comandato. Un tale amore è un dono pasquale, costantemente alimentato dallo Spirito di Gesù che rimane con noi, solo che noi ci disponiamo con docilità ad ascoltare la Parola e a chiedere instancabilmente il dono dell’obbedienza della fede.

Un tale amore inevitabilmente ci conduce a condividere il destino stesso di Gesù: seguire Gesù sulla via dell’amore vuol dire seguire Gesù sulla via della croce. In questa prospettiva ci appaiono più chiare le parole dell’apostolo Paolo che abbiamo ascoltato dalla prima Lettura: “dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni”(At 14,22). In questa prospettiva capiamo meglio che cosa vuol dire che ogni nostra attività, ogni nostro atto d’amore in definitiva è compiuto perché siamo stati affidati alla grazia di Dio (cfr. ivi, 25). In questa prospettiva capiamo che cosa vuol dire che tutto quello che facciamo è Dio che lo fa per mezzo nostro, in una misteriosa circolarità di amore (cfr. v.27).

Questo amore di Dio sarà finalmente riversato con pienezza nel cuore degli uomini e diventerà l’unico amore possibile quando, alla fine, Dio ci farà il dono definitivo dei cieli nuovi e della terra nuova (seconda lettura). Nella nuova Gerusalemme Dio sarà finalmente tutto in tutti e “non vi sarà più morte, né lutto, né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate”. Questo dio prepara per tutti quelli che, accogliendo il comandamento del suo Figlio, si dispongono ad amare come lui ci ha amati.