Sabato Santo

Mc 16,1-7

Che problemone: “chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?”. Per le donne, andate ad ungere il corpo di Gesù, è un vero e proprio dramma. Il profeta Isaia, nel brano proclamato nella liturgia del Mercoledì Santo ci aveva testimoniato della preghiera del Servo del Signore: «Il Signore Dio mi assiste, …per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso.» (Is 50,7). Lo smarrimento suscitato dallo scatenarsi di forze ostili all’annuncio della Buona Novella, nelle ore che hanno preceduto e preparato l’evento pasquale, è tale che c’è davvero da restarne confusi. I compagni più intimi del Signore, comprese le donne da annoverare per altro tra i suoi seguaci più coraggiosi, attraversano la notte oscura dell’incomprensione. Non avevano nessuna prospettiva: un masso pesante si frapponeva ancora all’incontro rivelatore. Esse erano sprovvedute e, forse, senza speranza. Sono semplicemente alla disperata e disperante ricerca di un cadavere, per di più da imbalsamare, rischiando così di chiudere definitivamente ogni porta alla sorpresa di un futuro inatteso. Eppure, la straordinaria “cavalcata al cuore della Storia della Salvezza” ripresentata dalla ricchissima liturgia della Parla di questa celebrazione della notte di Pasqua, lascia intuire la possibilità di un epilogo diverso nella vicenda dei Tre Giorni!

Ma nel sabato santo la fede è costretta a combattere, a conoscere la propria debolezza, per essere vittoriosa sul nulla, sul vuoto. Il vangelo secondo Marco, più degli altri, ci mette davanti la morte di Gesù come morte fallimentare, enigma che anche per Gesù è diventato faticosamente mistero. La morte di Gesù appare come la smentita di tutto quello che egli aveva detto e fatto. Predicava la venuta del regno di Dio: e ora dov’era questo regno, dov’era apparso? Aveva guarito e liberato alcune persone: ma ora malati, prigionieri, disgraziati continuavano a esserlo come prima. Aveva amato degli uomini e delle donne, li aveva fatti comunità: e ora se n’erano tutti fuggiti, e quella baracca di comunità appariva caduta a pezzi… Se il sabato santo testimonia che Gesù «è andato a fondo», esso ci richiede di andare in profondità, di accogliere il buio che avvolge l’enigma, che a poco a poco, grazie alla forza dello Spirito di Dio operante in noi, può trasformarsi in mistero. Nessun unguento, nessuna unzione…con oli aromatici, ma unzione di Spirito Santo che è Signore e dà la vita: è proprio qui la svolta! Lo professiamo nel Credo, ma prima di professarlo bisogna assumerlo, bisogna lasciarlo calare al cuore della nostra esistenza. Tutto questo implica l’accettazione di una «crisi della parola», l’esperienza che le parole spesso non sono sufficienti e a volte devono lasciare il posto al silenzio, e ad uno stupore interrogante. Lo scandalo della croce getta un’ombra, e in quest’ombra dobbiamo imparare a stare. È davvero un peccato che i liturgisti abbiano deciso di decurtare il versetto finale della pericope evangelica del Sabato Santo, quel versetto 8 del capitolo 16 di Marco che dice: «Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura.» La paura evidentemente non è solo la cifra del tempo che stiamo attraversando: paura dell’altro, della vita, del futuro, della terra… Il racconto biblico della salvezza, dalla Genesi alla prima finale di Marco è inquadrato da questo sentimento, spesso irrazionale:, che diventa addirittura “paura di Dio” (per altro alimentata per secoli dalla predicazione della Chiesa): alla domanda di Dio: «Adamo, dove sei?», l’uomo risponde: «Ho ascoltato il tuo passo e ho avuto paura!» (cf. Gen 3,9-10). Ma la voce dell’interprete della tomba vuota dice alle donne: «Non abbiate paura!». Questa è la condizione necessaria per vivere, per vivere con gli altri discepoli e discepole; e così, vivendo insieme, poter credere e sperare. È il lascito di questa notte pasquale che siamo invitati a fare nostro.

Venerdì Santo

Giovanni 18,1 – 19,42

Nel suo cammino verso la croce, Gesù pone cinque domande a chi incontra.

La prima è alle guardie che sono venute a catturarlo: “Chi cercate?”.

La seconda è rivolta a Pietro: “Il calice che il Padre mi ha dato non dovrò forse berlo?”.

La terza è al Sommo Sacerdote: “Perché interroghi me?”.

La quarta è per il soldato che lo colpisce in volto: “Perché mi colpisci, se ho detto il vero?”.

L’ultima è la domanda a Pilato: “Dici questo da te stesso, oppure altri ti hanno parlato di me?”.

Sono domande che mettono in discussione il comportamento di chi è posto, per una ragione o per l’altra, davanti al Cristo. Sono domande che richiamano altre domande sorte durante la vita di Cristo, e che mettono a nudo la stessa difficoltà a credere. Sono domande paradossali, perché chi le pone non è il giudice, ma l’imputato, ma sono domande che svelano anche la situazione paradossale di chi è interrogato. Sono domande, infine, a cui anche noi dobbiamo rispondere.

Gesù pone la prima domanda, “Chi cercate?”, per portare l’attenzione su se stesso. È lui colui che deve venire catturato, gli altri siano lasciati liberi. Sono le guardie ad avere paura, non il Cristo, che sta per essere arrestato (e qui sta il paradosso): indietreggiano e cadono, quando Gesù dice: “Sono io”. I soldati conosco la risposta alla domanda di Gesù, eppure non conoscono la vera identità di colui che stanno per legare. Quanto diverso è stato l’atteggiamento di quei primi discepoli a cui Gesù chiese: “Cosa cercate?”! Loro, davvero, ebbero la possibilità di accostarsi al mistero di Cristo, di stare con lui, dove abitava.

E noi perché cerchiamo Gesù? Per impadronircene? Per farlo a nostra immagine e somiglianza, incapace di convertirci, di dirci una parola nuova che trasformi la nostra vita? Per ridurlo al Dio tappabuchi, che risolva i nostri problemi quando non sono rimaste altre opzioni?

Oppure per andare a scoprire dove dimora?

A Pietro Gesù pone una domanda retorica: “Il calice che il Padre mi ha dato non dovrò berlo?”. Eppure il nostro salvatore questa domanda se l’era posta davvero, poco tempo prima, quando, secondo il racconto dei sinottici, piangendo chiede che quel calice sia allontano da lui. Nel racconto giovanneo, il momento della tristezza cade durante la cena, all’annuncio del tradimento, ma la richiesta di allontare il calice viene trasfigurata: “Padre è venuta l’ora, glorifica il tuo Figlio, perché il Figlio glorifichi Te”.

L’istinto di Pietro, che lo spinge a sguainare la spada, è quello del discepolo che non vuole andare dietro al maestro, ubbidire, imparare docilmente. Non è facile e spesso anche noi vorremmo dare lezioni a Dio, spiegargli quello che si deve assolutamente fare, come dovrebbe cambiare il mondo e la Chiesa. Invece, siamo semplicemente chiamati a partecipare al cammino di Cristo verso la gloria della croce.

Interrogato dal Sommo Sacerdote, Gesù replica chiedendo: “Perché interroghi me?”. Così avevano anche risposto i genitori del cieco nato: “Chiedetelo a lui, ha l’età!”. È lui il testimone che può certificare l’opera di Cristo. Ma quanti altri, e ancora più importanti, sono i testimoni di Cristo? Il Battista, la Scrittura di Mosé, il Padre stesso, infine tutti quello che lo hanno visto e sentito predicare pubblicamente nel tempio. Gesù, pur ricercato dalle autorità, agisce apertamente alla luce del sole. Sono le autorità del tempio che non si accorgono di quello che succede proprio nel tempio, che agiscono di notte, a forza di sotterfugi.

L’ipocrisia, l’inganno, la ricerca di testimoni falsi che dicano ciò che ci piace sentire: la verità è spesso spiacevole, un bene da evitare. A volte, davvero, per rimanere nella verità, abbiamo bisogno del coraggio di Cristo.

Sentendo la sua risposta, un soldato colpisce in volto Gesù, che gli chiede: “Perché mi colpisci se ho detto il vero?”. Quando la verità non può essere più nascosta, ecco, allora, che si fa avanti la violenza. L’inganno diventa soppruso. Si arriva a uccidere, per far tacere la verità. La guardia, che doveva farsi garante del diritto e della giustizia, diviene agente di ingiustizia.

Eppure, non si può dire che Gesù non sia stato avvertito. Discutendo con i giudei, anche a loro chiedeva: “Chi di voi può dimostrare che ho peccato? E se dico la verità, perché non mi credete?”. E, più tardi, al tempio, davanti a coloro che volevano lapidarlo, Gesù domanda ancora: “Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre: per quale di esse volete lapidarmi?”.

Anche chi assiste e gira lo sguardo, chi fa finta di niente di fronte alla violenza, se ne rende complice. E poi, ci sono le parole, dure come pietre, che fanno più male degli schiaffi. Quante di queste parole abbiamo gridato e sputato, per uccidere verità che ci erano troppo scomode?

Il processo a Gesù sta per finire. C’è un’ultima domanda, questa volta rivolta al giudice Pilato, che lo sta interrogando sulla sua regalità: “Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?”. Pilato non è un buon giudice di Cristo, non è davvero in grado di capire chi gli sta di fronte. Questo perché ascolta testimonianze umane e non rivolge il suo orecchio a Dio. Gesù stesso, nella sinagoga di Cafarnao aveva ammonito: “Chiunque ha ascoltato il Padre e imparato da lui viene a me”.

Il Cristo, il Figlio di Dio, non può essere inquadrato e compreso a partire da categorie mondane. É Dio stesso che deve aprirci gli occhi, renderci capaci di vedere ciò che da noi stessi non potremmo vedere.

Ai religiosi che vivono in Turchia, spesso si chiede: “Quanti ne hai convertiti?”. Eppure non c’è predica, per quanto ben detta, nè ragionamento, per quanto a prova di bomba, che possa convertire nessuno. Questa è l’illusione del proselitismo, opera davvero troppo umana, volta a legare e non a liberare, ad abbassare e non a innalzare. A noi, religiosi di Turchia, non spetta convertire proprio nessuno. Siamo delle figure di secondo piano, che hanno due ruoli soli: testimoniare e accogliere coloro che hanno ascoltato la voce del Padre.

Durante il suo processo, Cristo da imputato si trasforma in giudice, anzi, piuttosto, si rivela come l’unico, autentico maestro. Le sue domande, infatti, sono quelle del maesto: aiutano gli interrogati a comprendere la loro situazione, non il giudice a scoprire una verità nascosta. Forse, per questo, la prima parola di Dio rivolta all’uomo fu una domanda: “Adamo dove sei?”. A noi spetta imparare ad ascoltare le domande che Dio ci rivolge. Lasciare che ci disturbino. E, infine, nel profondo del cuore, cercare una risposta che ci converta davvero.

Giovedì Santo

Is 50, 4-9a / Sal 68 (69), 8-10, 21-22, 31.33-34 / Mt 26, 14-25

Che ne abbiamo fatto dell’Uomo? Questo è il mandato che ci viene consegnato in questo Giovedì Santo (cfr Gv 13.35).

La lavanda dei piedi è il criterio è la pietra di paragone del nostro amore per Dio. Ciò che accade in quella sala, in quella sera durante quella cena è il capovolgimento dei criteri dei valori delle “scale” mondane.

Gesù, il Figlio di Dio, è in ginocchio davanti all’uomo! Quale dignità e grandezza per ogni persona umana. D’ora in poi per cercare Dio, dobbiamo cercarlo nell’uomo; e per raggiungere la perfezione cristiana bisogna che tutti gli uomini insieme diventino un solo corpo, una sola persona in Gesù: tutto questo ci rivela ed è scritto nel’ Eucaristia. Infatti ogni volta che celebriamo l’Eucaristia noi siamo chiamati a farci carico di tutta l’umanità perché L l’umanità di Gesù non ha più frontiere e abbraccia tutte le generazioni, di ieri,di oggi è di domani.

L’Eucaristia ci parla del l’impossibilità di cercare, di trovare Dio senza passare per tutta l’Umanita’, senza assumere tutta la storia   Senza aprirsi a tutti i colori, a tutte le solitudini, a tutti gli abbandoni, a tutte le miserie, a tutte le speranze.

Il Giovedi Santo ci richiama ad un realismo incomparabile perché nessuno ha amato Dio, cioè nessuno ha mai amato l’uomo come Gesù Cristo. Il mistero della fede che noi celebriamo narra che nel cuore di Dio c’è una passione infinita per l’uomo.

La sera del Giovedì Santo siamo convocati attorno alla sua mensa per essere trasformati in Lui che si dona a noi. È dunque impossibile separare l’Eucaristia, la lavanda dei piedi, e il “mandatemi” perché entrambi hanno lo stesso significato: è impossibile andare a Dio se non per il cammino dell’uomo.

Mercoledì Santo

Is 50, 4-9a / Sal 68 (69), 8-10, 21-22, 31.33-34 / Mt 26, 14-25

Per un’umanità spesso alla ricerca di “capri espiatori”, Giuda è il caso perfetto: con la sua decisiva “consegna”, non di se stesso ma di un Altro (consegna che diventa “tradimento”), ci toglie dall’imbarazzo di dover troppo riflettere sui nostri più o meno grandi tradimenti quotidiani alla logica del Regno. Eppure l’affermazione del Cristo : «… uno di voi mi tradirà», scombussola l’armata Brancaleone della “compagnia apostolica”, avvolta da improvvisa generale tristezza e profonda inquietudine. Il «Sono forse io, Signore», pronunciato con un certo smarrimento da ciascuno dei Dodici, non è una semplice domanda retorica. Da quando il Cristo ha iniziato a lasciar intravvedere come intendeva realizzare il disegno di salvezza del Padre, l’impressione, per quelli che da tempo condividono con lui le giornate, è quella di un compito titanico, sproporzionato rispetto alle forze a disposizione. «Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore»: quell’orizzonte è profondamente scomodo e sconcertante rispetto alle prospettive di un messianismo ben più trionfale che da secoli abitava l’attesa d’Israele. Giuda, più di ogni altro fatica a rinunciare a questa prospettiva. Forse spera ancora segretamente in un colpo di scena, in un cambiamento di rotta, in un Messia che in Gesù sappia davvero “fare fino in fondo il suo mestiere” assumendo il ruolo di liberatore politico. La consegna è come una mossa d’azzardo nella speranza di “forzare” il Cristo ad uscire allo scoperto: la mercificazione di un Dio trasformato in idolo, ad immagine di desideri ed aspettative solo umane. No, il Cristo non è un “prodotto” tra gli altri, nel super mercato del sacro! La sua vita non è in vendita, lo aveva già ricordato nella sua predicazione: «…io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo» (Gv 10,17-18). è l’annuncio di una Pasqua radicalmente nuova, da condividere proprio con coloro che poco dopo defezioneranno ancora, uno dopo l’altro, e che segna, proprio per questo, “il passaggio” definitivo da una religiosità incentrata su degli adempimenti da compiere ad una fede intesa come “acconsentimento” alla volontà di Colui che non viene meno alle sue promesse e ascolta il grido dei poveri. L’alternativa alla disperazione di Giuda, anche per noi oggi passa per l’invocazione del padre del giovane indemoniato: «Signore credo, aiutami nella mia incredulità» (Mc 9,24).

Martedì Santo

L’amaro boccone

di fra Luca Refatti.

La liturgia della Settimana Santa riserva al tradimento di Giuda ben due vangeli: quello del martedì (secondo Giovanni) e quello del mercoledì (secondo Matteo). Sono pagine che non mi piace nè leggere nè commentare: in esse si nasconde il mistero del rifiuto di Cristo, che riguarda sia Giuda, sia ciascuno di noi. Sono pagine dure, perché dobbiamo, ma non vogliamo, identificarci con il traditore di Cristo.

Nella versione di Giovanni, assistiamo ad una comunicazione silenziosa tra Giuda e Gesù. L’Iscariota, a differenza degli altri apostoli, appare pienamente consapevole di quello che sta succedendo. Capisce bene i segni di Gesù, le sue parole e il loro significato. Si mostra paradossalmente ubbidiente al comando di Gesù di fare in fretta. Nel racconto di Matteo, al contrario, prende la parola e, forse davvero ancora indeciso oppure amaramente ironico, chiede: “Sono forse io?”.

Quando Gesù gli offre il boccone (non il pane, ma il boccone), satana entra in lui. Secondo Luca, invece, satana era già entrato in lui, quando, prima della cena pasquale, era andato a parlare con i sommi sacerdoti. Satana entra in lui, cioè Giuda prende la sua decisione definitiva. Perché satana aspetta l’amaro boccone per entrare in Giuda?

Giovanni ci aveva già descritto Giuda come un ladro. L’avidità è il più pericoloso dei vizi nell’insegnarci a tradire il Cristo (certamente più della lussuria), dal momento che ci concede un’ampia zona grigia di compromessi, mezze bugie, furtarelli, disonestà parziali. A piccoli passi ci abitua la grande peccato. É stato forse il boccone a fare scattare la molla, quando ormai Giuda era stato ampiamente allenato al tradimento?

Eppure, come emerge dal racconto matteano, Giuda non pare così interessato ai soldi. In fin dei conti, ne chiede pochi e dopo il tradimento li getta. Forse, ricevendo il boccone, Giuda sente di avere l’approvazione di Gesù. É forse vero, allora, il Giuda zelota di alcuni interpreti, che vuole spingere Gesù a deporre ogni esitazione e a riverlarsi finalmente come il messia guerriero che libererà Israele?

Penso che ci sia un’altra lettura possibile. Il gesto del boccone – e Giuda ne conosceva il significato perché, poco prima, lo stesso Gesù aveva detto: “Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il calcagno” – rivela Giuda a Giuda stesso (esattamente come, poco dopo, le parole di Cristo riveleranno Pietro a Pietro). L’apostolo zelota, quali siano stati i motivi non importa, aveva nel cuore il tradimento. Gesù gli fa sapere che conosce il suo cuore e le sue intenzioni, le porta alla luce, le manifesta a non altri che al discepolo amato, che siede nel suo seno, e a Giuda stesso. La rivelazione, il giudizio, sulla sua persona, Giuda lo fa proprio, lo accetta senza contestare. Non chiede di cambiare, nemmeno più finge una falso stupore. Semplicemente, si alza ed entra nella notte.

A volte riceviamo anche noi la grazia di avere una rivelazione almeno parziale su chi siamo davvero. A volte ne restiamo turbati: aveva un’idea troppo alta di noi stessi. A volte ne siamo consolati: avevamo un’idea troppo bassa di noi stessi. A volte accettiamo e rivendichiamo con orgoglio il male che c’è in noi: questo sono io, così sia! Stupidi, come stupido, prima ancora che ladro o zelota, è stato Giuda, non capiamo che la nostra realtà di persone malvagie non è né ultima, né definitva. Siamo chiamati a lasciarci trasformare dallo sguardo di Cristo, per essere finalmente come Dio ci ha pensato.

Siamo chiamati ad essere altro. A morire al peccato e al rinascere in Cristo.

Lunedì Santo

La porta del lunedì santo si apre in una casa di Betania. Le autorità di Gerusalemme hanno già preso la decisione di far morire Gesù.

Ma in quella casa dove si respira una vera amicizia, in un momento di festa, durante la cena Maria compie un gesto profetico. Questo gesto viene immediatamente notato e duramente rimproverato: ” Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri”? Trecento denari é una somma ingente. Un denaro è il salario giornaliero di un operaio e trecento denari sono più o meno quello che un uomo guadagna in un anno. Quello che un uomo guadagna in un anno è sprecato in un momento solo.

Uno spreco, una vita sprecata. Gesù però prende le difese del gesto di Maria:” Lasciatela fare, perchè ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura”. In quella serata festosa tra amici a Betania, solo Gesù sa che sta per morire. Lo ha detto a più riprese ai discepoli, ma nessuno ha mostrato di prenderlo sul serio. A Betania c’è un’altra persona che sa: Maria che ha compiuto quel gesto sa qualcosa di Gesù che gli altri non sanno; ha letto più in profondità degli altri ciò che sta per avvenire. Maria è l’unica fra tutti che coglie la bellezza di quella morte verso cui Gesù va incontro. Un’opera bella: la sua morte è un atto di purissimo amore . E Maria a questa morte offre tutta la sua dedizione.

Quanto vale la vita di un uomo che muore? Vale un amore fino alla fine. Un uomo che muore come Gesù quanto vale? Vale un atto d’amore.

E dovunque si annuncerà l’evangelo si parlerà di Maria e di coloro che compiono atti d’amore. La bellezza di un uomo che muore è la bellezza di Gesù. Gesù che va incontro alla sua morte merita un dono di amore così paradossale.

Maria di Betania non ha nessun dubbio… e tu?

Con l’entrata in Gerusalemme, Gesù pone fine al suo viaggio. Tutta la vita di Gesù è stata un viaggio mirato a portare a compimento tutte le promesse, a dimostrare come la storia umana è storia che si compie in obbedienza a una vocazione d’amore, in obbedienza a un disegno di fraternità, di riconciliazione, di comunione universale.

Questa entrata contiene una domanda che è anche un invito: vuoi essere con lui là dove è lui?

Nelle icone la Domenica delle Palme è tutta illuminata dallo sguardo di Gesù. Anche noi siamo sotto lo sguardo di Gesù. E’ uno sguardo che produce luce e che trasmette dolcezza, che trasmette la bontà sapiente di un dolore che scioglie la durezza del cuore umano. E così alla fine del viaggio anche il nostro cuore si arrenderà all’unico amore credibile che è l’amore del Signore Gesù.

E’ uno sguardo che trasmette pazienza. In questa Settimana Santa lasciamoci conquistare dal Signore della pazienza, da colui che mi dona la sua pazienza; da colui che porta pazienza con me; da colui che continua ad aspettarmi e che attende il mio consenso, che attende la mia risposta al suo amore donato liberamente, gratuitamente e per sempre.

Domenica delle Palme

Con la Domenica delle Palme entriamo nella Settimana Santa chiamata anche “autentica” o “grande”. Grande perché come dice san Giovanni Crisostomo “in essa si sono verificati per noi beni ineffabili. si è conclusa la lunga guerra, è stata estinta la morte, cancellata la maledizione, rimossa ogni barriera, soppressa la schiavitù del peccato. In essa il Dio della pace ha pacificato ogni cosa sia in cielo sia in terra“.

Con l’entrata in Gerusalemme, Gesù pone fine al suo viaggio. Tutta la vita di Gesù è stata un viaggio mirato a portare a compimento tutte le promesse, a dimostrare come la storia umana è storia che si compie in obbedienza a una vocazione d’amore, in obbedienza a un disegno di fraternità, di riconciliazione, di comunione universale.

Questa entrata contiene una domanda che è anche un invito: vuoi essere con lui là dove è lui?

Nelle icone la Domenica delle Palme è tutta illuminata dallo sguardo di Gesù. Anche noi siamo sotto lo sguardo di Gesù. E’ uno sguardo che produce luce e che trasmette dolcezza, che trasmette la bontà sapiente di un dolore che scioglie la durezza del cuore umano. E così alla fine del viaggio anche il nostro cuore si arrenderà all’unico amore credibile che è l’amore del Signore Gesù.

E’ uno sguardo che trasmette pazienza. In questa Settimana Santa lasciamoci conquistare dal Signore della pazienza, da colui che mi dona la sua pazienza; da colui che porta pazienza con me; da colui che continua ad aspettarmi e che attende il mio consenso, che attende la mia risposta al suo amore donato liberamente, gratuitamente e per sempre.