Una famiglia come tutte le altre, ma modello per tutte le altre

29 dicembre 2019

Letture: Sir 3,2-6.12-14; Sal 127; Col 3,12-21; Mt 2,13-15. 19-23

Noi conosciamo poche cose della vita della famiglia di Gesù e da quello che ci è dato di sapere non fu sempre facile o aliena da difficoltà e preoccupazionI. Tanto per cominciare la nascita di Gesù fu motivo grande di angustia per Giuseppe; in seguito, l’episodio dello smarrimento  di Gesù in occasione di un pellegrinaggio a Gerusalemme, nel quale mostrò uno spirito assai indipendente per un adolescente di dodici anni, angosciò Maria e Giuseppe sia, ovviamente, per la scomparsa, ma anche per l’oscurità del significato delle sue parole. Inoltre, quando Gesù cominciò a predicare la sua famiglia lo raggiunse non solo per capire cosa stesse accadendo ma soprattutto per portarlo a casa in quanto pensavano che avesse perduto la testa. Maria, sua madre, ebbe senz’altro una grande soddisfazione a Cana, nel corso di un matrimonio che era sul punto di andare a finire male, ma non bisogna dimenticare la tragedia alla quale assistette sul Calvario. Com’è noto gli evangelisti si sono interessati soprattutto ed essenzialmente della vita pubblica di Gesù e fecero iniziare la  sua storia con l’episodio del battesimo nel fiume Giordano, evento che potrebbe essere accaduto all’incirca quando Gesù aveva circa trent’anni; Luca e Matteo, poi, aggiunsero alcune tradizioni concernenti la sua nascita. Così dei primi trent’anni della vita del Cristo noi sappiamo tutto sommato ben poco.

Nel ciclo liturgico “A” – nel corso del quale leggiamo il vangelo di Matteo – in questa prima domenica dopo il Natale ci viene la fuga in Egitto della piccola famiglia. Per proteggere la vita del loro bambino, Giuseppe e Maria devono scappare di nascosto verso l’Egitto. Trascorsi alcuni anni in esilio, come poveri emigrati, ritornano in patria e si stabiliscono non nella regione della Giudea ma in Galilea, per timore di Archelao, figlio di  quell’Erode che li aveva costretti alla fuga. Quindi, fin dal momento della nascita, Gesù conosce e vive le difficoltà e le prove dei diseredati e degli sventurati, degli umili e di coloro che non contano, gente con la quale egli sempre dirà di identificarsi. Non possiamo, allora, non pensare a quante famiglie ieri come oggi sono costrette a emigrare a causa delle guerre concepite e generate dai potenti, costrette a spostamenti forzati per avere qualcosa da mangiare, andare in esilio per godere di una maggiore dignità e libertà. Leggendo in profondità l’intero capitolo di Matteo non possiamo non notare come i personaggi che vi appaiono sono per lo più personaggi emblematici che  veramente storici: i Magi, ad esempio, rappresentano quella parte dell’umanità che, inquieta e insoddisfatta, si mette alla ricerca della salvezza dietro una stella, ma recando allo stesso tempo nel cuore quella luce che li rende capaci di riconoscere Dio nella storia e disposti ad uscire da se stessa e dalla propria sicurezza e dai propri agi per andare incontro a Dio. Al contrarioErode e suo figlio Archelao si ergono e malvagiamente si impongono come le eterne figure del potere che sfrutta e che opprime, che è geloso della propria superba autonomia e che teme di pederla o vederla defraudata, pronti ad ogni crudeltà e nefandezza pur di conservarla e difendere i propri privilegi. Verrebbe da dire che in un certo senso i “veri” personaggi, quelli storici, sono Maria, Giuseppe e il Bambino Gesù. Quest’ultimo e sua madre sembrano inseparabili e Gesù appare come se fosse non ancora slegato dal rapporto con sua madre: troviamo, infatti, l’espressione paradigmatica «il bambino e sua madre» nel breve testo per ben tre volte. Una prima volta, in seguito  alla partenza nascosta e prudente dei Magi, l’angelo manifestandosi a Giuseppe gli comanda di prendere il «bambino e sua madre e fuggire in Egitto» (Mt 2, 13). Di notte, raccogliendo, immaginiamo, i pochi stracci, la misera carovana di dà alla fuga, ignara di cosa le sarebbe accaduto o aspettato: «Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto» (Mt 2, 14). Infine, alcuni anni dopo, sempre grazie ad un comando dell’angelo, Giuseppe apprende che deve far ritorno a quella terra che l’aveva visto fuggiasco: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra di Israele” (Mt 2, 20). Giuseppe è il protettore del piccolo e misero nucleo famigliare, colui che ha la responsabilità di vegliare e proteggere quelli che dall’alto gli sono stati affidati. Dunque, questa famiglia composta da Giuseppe, Maria e Gesù si pone davanti alla nostra riflessione e al nostro sguardo, spesso assente o distratto, come un modello concreto per ogni famiglia umana.

Nella seconda lettura di oggi san Paolo, scrivendo ai Colossesi, delinea l’atteggiamento  che rende armoniosa una vita famigliare, anche se va notato e rilevato come le sue raccomandazioni pratiche, al termine del testo, soprattutto quando parla della “sottomissione” delle donne ai loro mariti, appartengono ad un contesto culturale diverso dal nostro. Bisogna, però, allo stesso tempo, dire che la prima parte del brano è decisamente molto bella e degna di attenzione: viene infatti descritto l’atteggiamento che è richiesto a tutti i componenti un gruppo familiare (ma questo vale per ogni comunità umana). Poiché siamo tutti i preferiti di Dio, dobbiamo rivestire i nostri cuori di tenerezza e di bontà, di umiltà, di dolcezza e di pazienza, sopportandoci a vicenda e anche perdonandoci, quando abbiamo qualcosa da rimproverarci, ricordandoci che siamo stati noi stessi perdonati dal Signore. Ecco, allora, un modello che vale per ciascuno di noi: giovani coppie con o senza figli, coppie mature i cui figli sono già adulti, oppure celibi o nubili che vivono in comunità religiose o in ogni altra forma di comunità.