Ideare il piano pastorale di una diocesi o di una parrocchia richiede attualmente un dispendio di creatività non indifferente. Si tratta, infatti, di rispondere – in modo possibilmente non scontato – alle molteplici esigenze di una comunità molto più differenziata e composita di quanto non sia estesa dal punto di vista numerico. Se a questo si aggiungono le urgenze dettate dal doveroso impegno della “Chiesa in uscita” (tanto per l’annuncio, quanto per il servizio), risulta piuttosto chiaro che il compito di architettare una proposta pastorale coinvolgente e il più possibile completa risulti quantomeno complesso. In ogni modo, poiché lo Spirito Santo anima il corpo della comunità cristiana, ognuna delle sue membra è chiamata a corrispondere a quel dono di vita testimoniando la propria appartenenza a Cristo. Si tratta, in altri termini, di intraprendere quel peculiare “cammino insieme” (syn-odos) che richiede di pensare – ad ogni tappa significativa del percorso comune – come armonizzare le idee, le parole e le azioni per testimoniare il vangelo, sperando di esperire nuovamente quell’unanimità e quella concordia di cui parlano gli Atti degli Apostoli (4,23). È così un realistico senso dello scorrere del tempo, a far sì che ogni anno si inviti la comunità a concentrare la propria attenzione su uno dei molteplici aspetti dell’esistenza cristiana, secondo formule più o meno adeguate ai soggetti e alle circostanze. Se però si vuole che questa situazione risulti effettivamente feconda, ritengo che sia quantomeno auspicabile cercar d’individuare una sorta d’infrastruttura teologica che consenta di articolare dinamicamente il cammino della comunità, scongiurando l’ostacolo della frammentazione dei percorsi e delle iniziative. Nella Bolla d’indizione del Giubileo straordinario della misericordia Misericordiae vultus, papa Francesco si è espresso con parole che non possono certo essere confinate nei fugaci limiti di un evento: «l’architrave che sorregge la vita della Chiesa è la misericordia» (MV,10). Sulla base poi del testo fondamentale di Mt 25,31-46, il successore di Pietro ha invitato a riscoprire le opere di misericordia corporale e spirituale per «aprire il cuore a quanti vivono nelle più disparate periferie esistenziali» (MV,15). Se le opere trinitarie della creazione, della redenzione e della santificazione – come si può documentare attraverso la teologia di san Tommaso d’Aquino – sono espressioni della divina misericordia e se siamo chiamati da Gesù stesso ad essere misericordiosi come il Padre (cfr.Lc 6,36), allora si può ben dire che l’esercizio delle opere di misericordia costituisce non una devozione tra le altre, ma la via fondamentale per articolare la sequela Christi sul piano personale e comunitario. Se si accettano queste premesse, è possibile ripensare le dodici opere di misericordia – tutte capaci di rigenerare legami interpersonali secondo la logica del dono – come elementi del basso continuo che accompagna il succedersi dei piani pastorali. «Dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare gli infermi, visitare i carcerati, seppellire i morti», così come «consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti» costituiscono allora, ad un tempo, una mappa e un programma. Considerando le persone dal punto di vista del corpo, così come da quello dello spirito, la tradizione delle opere di misericordia ci offre una mappa per orientare l’intelligenza verso il riconoscimento delle necessità di coloro che incontriamo e per comprendere come rispondervi. Quello che sembra un mero elenco, emerge invece dalla sacra Scrittura – letta nella tradizione della chiesa – per offrirci un programma che risuoni, nelle fratture dell’attuale passaggio d’epoca, come un appello capace di persuadere all’azione sia le singole membra, sia l’intero corpo ecclesiale. Per quanto non siano mai sufficientemente realizzate, le opere che risultano più comprensibili e quindi più raccomandate sono probabilmente quelle di misericordia corporale, non da ultimo per l’urgenza che caratterizza i bisogni ai quali invitano a rispondere. La comunità cristiana, attraverso la dedizione delle persone e l’impegno delle associazioni, opera da secoli sui fronti menzionati da quelle sette opere (e non solo), coinvolgendo nel servizio anche coloro che non professano la fede cattolica. Ma perché l’esercizio della misericordia si rivolga effettivamente alle donne e agli uomini che incontriamo, non basta – per quanto sia improrogabile – occuparci delle necessità che attengono al corpo, ma occorre prendersi cura delle ferite dello spirito. In tempi di analfabetismo religioso e funzionale, di lacerante solitudine, di sgretolamento delle certezze condivise, di competizione e di diffusa autoreferenzialità narcisistica è necessario riportare l’attenzione sulle opere di misericordia spirituale. Non solo perché appartengo all’Ordine dei Predicatori, che esiste per esercitare la misericordia veritatis, ma perché appartengo all’umanità e a Cristo non posso non invitare ogni battezzato – e in via di principio ogni essere umano – alla pratica delle opere di misericordia spirituale, superando l’antico pregiudizio che tende a riservarle al clero, lasciando ai laici le più immediate cure del corpo. Come ha scritto Luciano Manicardi, Priore del Monastero di Bose, «in questi tempi difficili, richiamare la tradizione delle opere di misericordia significa cogliere la carità come arte dell’incontro, come arte della relazione, come arte del vivere, ma significa soprattutto sollecitare un soprassalto di umanità per non permettere al cinismo, alla barbarie e all’indifferenza di avere la meglio» (La fatica della carità, p. 198).

fra Marco Salvioli