Un seminario di studio internazionale, organizzato da DoSt-I, il Centro Culturale Domenicano a Istanbul (Turchia)

« La santità: soglia della “prossimità” del divino all’umano e dell’umano al divino». Questo era l’intrigante titolo del seminario di quattro giorni che si è svolto dal 1 al 5 maggio presso il convento domenicano ai piedi della Torre di Galata, a Istanbul.

La scelta del format seminariale non era solo frutto una necessità logistica per Do-St-I (acrostico traducibile con “amico” o “compagno” in turco), il Centro Culturale Domenicano istanbuliota organizzatore dell’evento, ma rispondeva ad una precisa scelta metodologica: l’invito a tutti i partecipanti, non solo quelli sollecitati ad un intervento ma anche gli uditori, a dare un contributo prezioso ad una riflessione collegiale.

Riflettere insieme sul concetto “Santità” è stato molto coinvolgente ed impegnativo. Non c’è religione senza almeno un’idea implicita di santità perché questa è per sua natura un concetto religioso. Certamente Dio è Santo e la santità, in quanto tale, appartiene solo a Lui. Ma la parola “santità” (con un certo numero di altri termini usati, a volte, come se fossero sinonimi intercambiabili: come “sacro”), che si riferisce analogicamente sia a Dio, sia alle persone o alle realtà in qualche modo collegate a Dio, con una relazione intima con Lui, ci ha costretti a un lungo lavoro di raffinamento dei suoi molteplici significati. Abbiamo potuto apprezzare la ricchezza degli approcci teologici, filosofici, storici e antropologici al tema, ma anche le sfumature presenti nell’ambito delle diverse sensibilità ecumeniche e interreligiose. Abbiamo cercato di perfezionare una definizione dei termini, pur essendo consapevoli che non si possa prescindere dai contesti e che la diversità delle tradizioni sia fondamentale per modellare il significato dei termini in questione!

Con particolare riferimento all’Islam, i nostri partner musulmani turchi e alcuni dei nostri islamologi, ci hanno invitato a guardare in modo molto più articolato alle nozioni e alle figure degli awliyâ, letteralmente gli “amici di Dio” o “coloro che sono vicini” a Dio, portatori delle sue benedizioni, ma non assimilabili in tutto e per tutto alle figure di santità della tradizione cristiana.

Abbiamo poi sfidato una visione diffusa della santità come una semplice categoria statica di separazione che appartiene esclusivamente alla sfera del culto, lavorando ad un concetto più dinamico e dialettico che abbraccia le nozioni sia di “separazione” che di “presenza”.

Il dibattito ha suscitato alcune importanti domande che potrebbero alimentare la ricerca comune anche in un prossimo futuro:

1) La santità come attributo di Dio, ha un’esistenza indipendente? Se sì, cosa significa dire che sia Dio che l’uomo sono santi?

2) Come si esplorano diversi aspetti della santità di Dio e i modi in cui essa si riflette nell’adorazione e nella vita quotidiana dei credenti?

3) Possiamo ipotizzare l’esistenza di una convinzione inter-religiosamente condivisa quanto ai benefici di una santità vissuta e disponibile a tutti?

4) Possiamo parlare dell’esistenza di una “dimensione comunitaria” della santità e ecumenicamente condivisibile?

Naturalmente, lo scambio davvero ricco, stimolato dai contributi dei vari oratori, non avrebbe avuto la stessa forza ispiratrice senza l’esistenza di una esperienza comune di spazi sacri totalmente sconosciuti ai più, ma estremamente vari e numerosi nel panorama istantanbuliota (come le moschee, le tekke o confraternite religiose, in genere sufiche, o i santuari ospitanti delle sorgenti di acqua considerata miracolosa).

Ci riferiamo, in particolare, alla partecipazione a un dhikr nella sede di un’antica comunità soufi, gli Halveti-Cerrahi a Karagümrük, nel distretto Fatih di Istanbul. Il dhikr è la ripetizione di una parola o frase sacra. Può essere la shahâda, la professione di fede fondamentale di un mussulmano condensata nell’espressione “Lâ ilâha illâh ‘llâh” (non c’è divinità se non in Dio), ma spesso è semplicemente uno dei nomi o attributi di Dio, preso singolarmente. Secondo una tradizione sufi, la parola Allâh è composta dall’articolo al, e da lâh, una delle cui traduzioni possibili è “il Nulla”. Per il Sufi, il fatto che il più grande nome di Dio si possa tradurre in tal modo ha un grande significato perché permette un’esperienza di Dio, o della Verità, propriamente come “Nulla”. Ma il vero mistero, affermato nel percorso sufico, è che questa Vacuità, questo Nulla ama le creature. Le ama intimamente, con tenerezza e comprensione infinita. Le ama dal profondo del loro cuore, dal centro del loro stesso essere. È difficile rimanere indifferenti all’atmosfera meditativa e alla dimensione comunitaria che si crea in queste celebrazioni del dhikr, che durano non meno di due ore.

I partecipanti al seminario DoSt-I hanno potuto sperimentare qualcosa di molto simile a quanto vissuto nella confraternita sufi, nelle mezza giornata di visite al Santuario musulmano di Eyüp Sultan (che sorge al fondo del Corno d’Oro) e al monastero delle monache greco-ortodosse di Balıklı, situato vicino alle mura bizantine teodosiane, a circa 220 metri dalla Silivri Kapısı (la Porta delle Sorgenti). Balıklı è uno dei più famosi e visitati santuari di Istanbul. Fin dal periodo bizantino, questo monastero ha attratto pellegrini sia cristiani che musulmani.

In società perennemente a rischio di conflitto interreligioso, che cosa rende possibile questa convivenza in luoghi sacri condivisi, quando le relazioni all’esterno sono tese e polarizzate? Questi spazi sacri sono, infatti, frequentati da gruppi religiosi, etnici e spirituali diversi (e spesso in conflitto). Un approccio anche esperienziale a queste realtà, è stato, ancora una volta, particolarmente significativo, per una loro comprensione. Nel dibattito seminariale, ci si è confrontati su questioni come : che cosa rende possibile una condivisione di pratiche rituali? Chi è particolarmente predisposto a condividere un sito religioso che attrae credenti di fedi diverse? Possiamo intendere questo approccio multireligioso come il prodotto di una particolare flessibilità dei leader religiosi, o dell’esistenza di pratiche e rituali che facilitano l’accettazione di un “estraneo” nel proprio santuario religioso? Possiamo parlare di una comune e condivisa dimensione sacra, che consente un’esperienza condivisa della santità stessa? Tante e tali domande non potevano certo essere esaurite nello spazio di tre giorni di lavoro!

Ogni momento di questo incontro, vissuto insieme da domenicani di diversi paesi e continenti, e amici e collaboratori del DoSt-I, turchi o residenti ad Istanbul, è stato ricco di contenuti e conviviale nella forma. Dopo un grande sforzo di messa a punto di una metodologia condivisa di studio e di dibattito, siamo ora pronti a proseguire su questa strada con iniziative prossime e future, per le quali siamo anche in attesa di proposte e suggerimenti, in particolare dal punto di vista contenutistico.

fra Claudio Monge e fra Luca Refatti