31 marzo 2019

“Ritornare in sé”

LETTURE: Gs 5,9a.10-12; Sal 33; 2Cor 5,17-21; Lc 15,1-3.11-32

La liturgia della quarta domenica di Quaresima di quest’anno ci presenta una delle parabole più celebri e citate del Vangelo, quella che chiamiamo di solito «del figliol prodigo» o «del padre misericordioso», a seconda di quale dei poli del racconto vogliamo sottolineare. Si tratta di un testo in cui si rivela la forza immediata della Parola di Dio che ci viene comunicata nelle Sacre Scritture.

Conviene allora lasciare parlare la pagina del Vangelo, così forte e chiara, e limitarci a qualche commento rispetto a qualche particolare.

Il giovane parte: vuole sperimentare la vita, tutta la vita, e ritiene che vi sia molto di più e molto di meglio rispetto a quello che può trovare nella casa di suo padre; rispetto alla vita che in essa dovrebbe condurre, una vita di fatica, forse di ripetizione di gesti ben conosciuti, di disciplina e di lavoro. Va, affamato di vita, e dissipa tutto. Finisce per fare il guardiano di porci, e per sfamarsi rubando carrube alle bestie su cui deve vegliare perché ingrassino bene. Cercava più vita, nutrimento per la fame di vita che lo bruciava, ed è finito al servizio di uno che l’ha messo a guardia dei suoi porci: verrebbe da dire, che c’è sempre qualcuno che gioca sui nostri desideri profondi, per far soldi con i suoi porci. Le campagne pubblicitarie a cui siamo sottoposti, spesso tanto sottili quanto aggressive, costituiscono in questo senso un buon campionario e un’illustrazione molto eloquente.

Possiamo soffermarci a questo punto sul momento che può essere individuato come la svolta della vicenda: il giovane, dice il testo di Luca, «ritornò in sé» (15,17). Ecco il momento decisivo; qui comincia la via della salvezza. Certamente, è l’attimo in cui il figlio è toccato dalla grazia, ma questo avviene anche perché egli alla grazia fa spazio con la riflessione e la riconsiderazione della sua vita. Forzando un po’ il testo, potremmo dire che è il momento in cui il giovane guarda alla realtà della sua vicenda: forse, è costretto a farlo, non è più nel frastuono delle feste, è nel silenzio e nella solitudine, dove uno incontra innanzi tutto sé stesso. E non sempre è un bell’incontro.

Il giovane rientra in se stesso, perché era uscito da sé: «fuori di sé», si dice di chi ha perso l’orientamento e il dominio della propria vita e delle proprie azioni. Chi è nel peccato, in realtà, è sempre «fuori di sé», lontano dalla sua natura più autentica e profonda. Chi pecca tradisce innanzi tutto se stesso, si danneggia, sbaglia il bersaglio, cercando il proprio bene là dove non può trovarlo. Per contro, la conversione rappresenta sempre e innanzitutto ritrovare se stessi, le proprie aspirazioni più belle e più profonde: quelle cose, quei piaceri e quei desideri che provavamo prima, magari da bambini, prima di errare lontano da noi stessi. Io credo che la gioia del paradiso sarà quella di riconoscere ciò che abbiamo sempre cercato, ciò che abbiamo da sempre conosciuto, e a cui non abbiamo saputo spesso dare il suo nome. Un grande mistico, il frate domenicano Meister Eckhart, affermava che Dio abita il fondo della nostra anima; in fondo, non faceva che dire in altro modo quello Agostino stesso dice in un passo famoso delle Confessioni (III, 6, 11): «Tu eri più dentro di me della mia parte più intima, e più in alto della mia parte più alta».

Due sono le facoltà che fanno una creatura razionale, e quindi l’uomo: l’intelletto e la volontà. Questo figlio viene toccato dalla grazia nell’intelletto, quando capisce che se ne è andato da un luogo dove poteva stare meglio e, per ora, tanto gli basta; il resto lo comprenderà nell’incontro con il padre misericordioso. Ora però anche la volontà di agire è toccata: poiché egli, dice la pagina di Luca, «si alzò e torno da suo padre». Ecco: tutto ciò che doveva essere fatto, è fatto. Ora il figlio può sperimentare la misericordia del padre.

Questo è il cammino di ciascun cristiano, perché ciascuno di noi è un peccatore. Per ciascuno di noi è innanzitutto importante rientrare in sé. Per fare questo, bisogna dare spazio al silenzio, e alla preghiera: le nostre agende devono prevedere un tempo in cui possiamo lasciare le occupazioni sempre più impegnative e frenetiche da cui siamo affaticati e la tecnologia sempre più pervasiva di cui spesso siamo più servi che padroni, per ritirarci e guardare con verità la nostra vita, e ciò che la muove. Bisogna poi trovare la forza per alzarci, e tornare dal Padre.

Invano cercheremmo di realizzare tutto questo con le nostre mere forze: dobbiamo chiedere al Signore di metterci in grado di farlo. C’è una bella preghiera che esprime questa richiesta: è la colletta della messa della prima settimana del Tempo Ordinario: «Ispira nella tua paterna bontà, o Signore, i pensieri e i propositi del tuo popolo in preghiera, perché veda ciò che deve fare e abbia la forza di compiere ciò che ha veduto».

Rientriamo in noi stessi, e alziamoci per tornare dal Padre. Come ci insegna la parabola, ogni giorno Egli scruta l’orizzonte, per vedere se torniamo.