Sono un frate studente e lo studio per me deve essere l’occupazione principale, nel quadro della vita religiosa domenicana. Per questo voglio ricordare a me, ai miei compagni, a tutti i domenicani, a tutti i cristiani e anche agli altri, una verità importante a cui ci richiama un confratello illustre del primo Novecento, il francese padre Sertillanges, nel suo lavoro “La vita intellettuale”, illuminata sintesi di consigli per l’organizzazione della vita di studio come vocazione spirituale.

Stupisce che proprio un così appassionato sostenitore dello studio come attività suprema, come altissima missione e opera di carità verso l’umanità, ricordi con altrettanta convinzione la necessità, che per il domenicano diviene dovere ascetico, di consacrare significativi momenti della propria giornata a ciò che attività di studio non è e non lo vuole essere.

Dice infatti, nel paragrafo intitolato “Conservare la dose necessaria d’azione”: «una dispersione è indispensabile alla vita cerebrale». Non è però solo un bisogno fisiologico o psicologico. È un’esigenza di verità, senza la quale lo studio diviene la massima delle falsificazioni: «la realtà è il fine ultimo del giudizio; orbene, il fine deve dare la sua luce lungo tutto il cammino». Per questo lo studio è un esercizio che deve assolutamente inserirsi in un esercizio più ampio, abituale: essere veri, essere vivi, essere attivi per quello che siamo: composto di anima e corpo. Di questo esercizio lo studio è solo una delle tappe: da solo, o non esiste, o è uno studio di ciò che non esiste: «L’uomo di pensiero deve tenersi vicino a ciò che è, altrimenti lo spirito vacilla». E ancora: «Una scienza puramente libraria, astratta, perde i contatti e per conseguenza offre al giudizio un materiale troppo quintessenziale, quasi illusorio. “Tu sei un pallone prigioniero”, diceva a se stesso Amiel, “non lasciare che si logori lo spago che ti unisce alla terra”».

Da qui le conseguenze pratiche per chi fa dello studio la propria missione: «Lo studioso dovrebbe essere sempre impegnato in qualche attività non troppo esigente, non troppo assorbente, ma interessante, capace di risultati ai quali egli possa tendere con tutto il cuore […]. Ecco perché, se già non ne avete che vi si impongono, dovete cercare una causa che vi appassioni perché è di valore, un’opera di luce, di elevazione, di preservazione, di progresso, una crociata per il bene pubblico, […] tutte imprese che vogliono un uomo intero, se non nella sua vita, almeno nel suo essere».

C’è poi il discorso sulla necessità del vero e proprio riposo, che il professore richiama nel capitolo “Il tempo dell’attività intellettuale”. Bisogna avere il coraggio di fermarsi e di non lavorare. Che cosa infatti è più utile, a lungo termine, alla produttività dello studio: prolungarlo sempre e comunque, oppure interromperlo e accettare, in alcuni momenti, di non essere affatto produttivi? Padre Sertillanges non ha dubbi: dal momento che non si può agire sempre con il massimo delle energie e dell’ardore, al di fuori delle ore consacrate in modo esclusivo allo studio, bisogna imporsi un vero svago, qualcosa di veramente inutile: «Il semi-lavoro che è un semi-riposo non favorisce né il riposo né lo studio». Ciò viene da lui sintetizzato, dopo aver chiarito che il tempo dello studio dev’essere pianificato in precedenza, con la frase: «Fate qualche cosa oppure non fate niente». Che è come dire: hai pianificato sapientemente un congruo tempo di studio giornaliero? ti sei dedicato all’attività quanto ti eri prefissato? Allora tieniti ben lontano dallo studio.

Perché? Prima di tutto perché il frutto dello studio non è frutto del nostro sforzo. Anzi, non è neanche frutto dello studio, ma dell’attitudine contemplativa che esso può alimentare. Ma, quanto è importante chiudere gli occhi per saldare, tanto è necessario riaprirli per verificare lo stato dei pezzi saldati. La nostra operazione intellettuale, infatti, si è inserita in una realtà che la precede e la supera: essa è il vero oggetto della sapienza: «Se è vero che la propria lingua s’impara al mercato, al mercato, cioè nella vita abituale, si può imparare la lingua dello spirito. Un gran numero di verità circola nei discorsi più semplici. La minima parola, ascoltata con attenzione, può essere un oracolo. Un contadino, in alcuni momenti, è più sapiente di un filosofo. Tutti gli uomini si ritrovano, quando rifluiscono in fondo a se stessi. Se qualche profonda impressione, un ritorno istintivo o virtuoso alla semplicità originale, rimuove le convenzioni, le passioni, che generalmente ci sottraggono a noi stessi e agli altri, allora quando un uomo parla si sente un discorso divino».

L’attività libresca serve solo a distruggere le baggianerie che sono in noi e ci portano a credere il falso, ciò che non è: «Che cosa è la scienza se non una lenta e progressiva guarigione della nostra cecità?». La realtà rimane invece là fuori: un “fuori” che non esclude il miracolo di ciò che accade dentro di noi, ma che è comunque qualcosa che da noi non dipende, ma da cui noi dipendiamo. Non noi abbiamo accolto la verità presso di noi, ma essa si è costruita una casa (cfr. Prov 9,1).

Per questo, afferma padre Sertillanges, il riposo non è «uno spreco folle», ma «un allontanamento dallo sforzo nella direzione delle sorgenti». Così, in conclusione, voglio rivolgere a mo’ di consiglio, a tutti coloro che amo, le parole di questo maestro di studio: «il sonno in quanto sonno è un artefice utile», «il riposo in quanto riposo è ancora una forza», «il riposo non è una morte; è una vita, e ogni vita ha il suo frutto».

fra Stefano Prina