Lasciarsi illuminare: la conversione e la sequela

26 gennaio 2020

Letture: Is 8,23b-9,3; Sal 26; 1Cor 1,10-13.17; Mt 4,12-23

Il vangelo proposto dalla liturgia della Parola di questa domenica ci riporta agli esordi della predicazione di Gesù in quella che, già il profeta Isaia, chiamava “Galilea delle genti” (Is 8,23b; Mt 4,15). Il ministero pubblico di Gesù inizia nel segno del compimento della volontà divina e sotto il segno della luce che rifulge nelle tenebre di un’umanità ormai troppo lontana da Dio e, pertanto, da se stessa. La forza di questa descrizione, resa più incisiva dalla ripresa per esteso nella Prima lettura del testo di Isaia citato da Matteo, che culmina nell’invito alla conversione a motivo dell’imminenza del Regno, viene temperata con sensibilità cristologica dal racconto di vocazione di due coppie di fratelli: Simon Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni. L’insegnamento, l’annuncio del vangelo e l’opera della guarigione compiuti da Gesù s’intrecciano da subito con la vicenda dei discepoli. Nella seconda lettura, Paolo ricorda come quest’intreccio trova comunque nel Cristo il proprio motivo fondamentale. Se distoglie lo sguardo dal suo Signore, la Chiesa rischia severamente di disperdersi nelle discordie tra le varie appartenenze. L’impegno per l’unità dev’essere fermo per un semplice motivo: “perché non venga resa vana la croce di Cristo” (1Cor 1,17).

La ripresa operata da Matteo del testo di Isaia intende mostrare principalmente come il ritorno di Gesù in Galilea, dopo l’arresto di Giovanni Battista, sia conforme alla volontà di Dio. Si tratta, in altri termini, di una citazione di compimento – liberamente adattata dalla versione dei Settanta – che trova il proprio fondamento nella convinzione che Dio si rivela sì nelle parole, ma anche negli eventi storici. L’annuncio di speranza presente nel Libro di Isaia, dopo la devastante sconfitta delle tribù di Zabulon e di Neftali e la conseguente conquista della Galilea da parte dell’Assiria nel 732 a.C., trova la propria realizzazione definitiva nella vita di Gesù. La condizione della Galilea considerata dal Profeta, ridotta a “terra tenebrosa” (Is 9,1) dall’attacco violento di una potenza straniera, manifesta la condizione dell’umanità all’alba della predicazione del Regno compiuta da Gesù: “quelli che abitavano in regione e ombra di morte, una luce è sorta” (Mt 4,16). L’arresto di Giovanni diviene così un simbolo della notte, del caos, della morte spirituale in cui l’umanità è venuta a trovarsi e sempre si trova nel momento in cui percorre vie alternative a quelle indicate da Dio. L’invito di Gesù alla conversione per l’avvicinarsi del Regno (Mt 4,17) splende allora come l’aurora della nuova creazione. Un inizio ricco di tutte le risonanze attestate dal passo di Isaia: la moltiplicazione della gioia e l’incremento della letizia conosciute dal mietitore, così come l’esultanza propria del cacciatore che condivide la preda (Is 9,2); la liberazione dal giogo che rende schiavi e dalla violenza dell’uomo sull’uomo (Is 9,3). Dal punto di vista delle possibilità interpretative offerte dalla citazione compiuta da Matteo, l’inizio della predicazione di Gesù porta a compimento l’atmosfera del “giorno di Madian” (Is 9,3): quando Gedeone, con l’aiuto del Signore, portò a vittoria gli Israeliti terrorizzando il nemico con il suono dei corni, la frantumazione delle brocche e soprattutto la luce delle fiaccole che splendevano nella notte (Gdc 7,16-23).

L’aurora della predicazione del Cristo, segnata dalla prossimità con la vicenda di sofferenza ingiusta del Precursore, tiene insieme la gioiosa forza della speranza con l’umile mitezza dell’invito alla conversione. In termini teologici, la Grazia divina e la libertà dell’uomo sono chiamate ad incontrarsi nell’evento della conversione, del cambiamento di direzione che l’uomo – lasciandosi illuminare dalla predicazione – imprime liberamente quanto all’intelligenza e al cuore a motivo del Regno. Il racconto di vocazione segue il sorgere della luce della predicazione di Gesù. L’umiltà del contesto in cui Gesù chiama a sé i propri discepoli (sorprendentemente per la mentalità dell’epoca) è contemperata, con sensibilità cristologica, dall’efficacia dell’attrazione esercitata dalla parola del Cristo: “ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono” (Mt 4,20) e “ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono” (Mt 4,22). Tutta affidata alla parola del Signore e su di essa fondata, la sequela conduce quegli uomini lungo tutta la Galilea al fianco di Gesù che insegna, annuncia la buona notizia del Regno e guarisce ogni genere di infermità nel popolo, liberandolo dalle tenebre e dall’ombra di morte proprie della lontananza da Dio e delle sue conseguenze.

Seguire Gesù per i primi discepoli significava affidarsi alla parola del Signore per seguirlo nella predicazione dell’annuncio e del gesto che libera e restituisce l’uomo alla dignità conferitagli dall’atto creatore di Dio. La consistenza della sequela dipende in radice dall’affidamento all’unico Signore e si riflette nell’unità della Chiesa stessa. L’agape vissuta e predicata dal Cristo dice essenzialmente unità nella differenza. Senza l’unità conferita al corpo ecclesiale dal suo Capo, i discepoli incorrerebbero in un destino di disgregazione, di dissoluzione e pertanto di morte. Come Pietro, così ogni discepolo chiamato ad una responsabilità pastorale deve ricordare di essere in primis alla sequela di Gesù, evitando di assumere un atteggiamento di leadership divisiva: “è forse diviso il Cristo? Paolo è stato crocifisso per voi? O siete state battezzati nel nome di Paolo?” (1Cor 1,13). Alla luce della predicazione evangelica, in forza dell’amore donatoci nella Pasqua di Gesù cui abbiamo partecipato nel Battesimo, siamo tutti chiamati a desiderare sinceramente quella “perfetta unione di pensiero e di sentire” (1Cor 1,10b) cui Paolo esorta i credenti di Corinto nel nome del Signore.