Essere sempre aggiornati, sempre connessi, sempre pronti a rispondere: è uno dei dogmi del momento. Una sorta di comandamento che spinge sempre di più a reagire in fretta, spesso senza avere il tempo di ragionare e di riflettere. È una tentazione forte quella di essere efficienti, pronti a passare oltre, in qualunque modo. Non è da oggi che la tecnica, come paradigma interpretativo e regolativo della realtà, si è imposta come una sorta di “etodotto”, ossia una condotta di comportamenti che possono essere davvero tutto e il contrario di tutto, basta che non intralcino il flusso del traffico.

Essere fuori tempo, in realtà, non è necessariamente un difetto ma al contrario può voler dire essere capaci di un pensiero diverso, capace di aprire nuove strade, come fecero sant’Alberto Magno e san Tommaso d’Aquino, due domenicani che non ebbero timore di dimostrare la compatibilità della religione cristiana con l’aristotelismo e di trovare anche un modo nuovo di risolvere questioni e problemi che si credevano ormai affrontati e conclusi. Ecco perché lo studio, in particolare, nella nostra vita religiosa, è una sorta di consacrazione nella consacrazione.

Allora c’è anche una buona intempestività. Quella che permette di leggere i segni dei tempi, non estranea ma neanche sottomessa alle trasformazioni rapidissime della società o alla presenza sempre più invasiva dei media che promettono di riprodurre e detenere enormi quantità di informazione, spesso senza mantenere quella di saperli comprendere. In questo senso il nostro modo di studiare può apparire come decisamente intempestivo, nel nostro trattenerci a spigolare nel campo seminato da san Tommaso: ma cosa vuol dire vivere la propria vocazione intellettuale, non solo vivendo tra le mura e i chiostri di un convento?

Per i nostri maestri, a partire dall’Aquinate, è necessario che l’intelletto interroghi e sia interrogato dalla virtù morale, presupposto indispensabile del retto valutare. In un suo fondamentale libro, La vita intellettuale, fra Antonin Dalmace Sertillanges, propone di coltivare quelle che definisce le “virtù proprie” dell’intellettuale, ossia: ordine, equilibrio e disciplina. Ordine, sia nel senso che la ricerca intellettuale di chiunque voglia rettamente intendere, debba essere ordinata al vero e al bene, ma anche ordinata, nel senso suggerito da san Tommaso, ossia che parta dalle cose più semplici per poi arrivare via via alle cose più complesse, in modo da poter educare l’intelletto. Non è qualcosa di “esclusivo” poiché, come annota Sertillanges, questa è una vocazione universale. “Essa è impressa nei nostri istinti, nelle nostre capacità, in quello slancio interiore che la ragione controlla” Si tratta di una vocazione che “non si fabbrica, si riceve”.

Prima di tutto Sertillanges, riprendendo l’Aquinate, indica come caratteristica la studiosità. Perché però sia una studiosità feconda, deve esserci un equilibrio che ci tenga alla larga sia dalla negligenza, sia da una vana curiosità, ossia una dispersiva incostanza che ricorda il seme gettato dal seminatore e che finisce fra i rovi: in un primo tempo questo germoglia, ma poi soccombe, soffocato dalle spine. Tutta la vita intellettuale si presta a questo affascinante paragone. L’ordine e l’equilibrio fra prudenza e audacia che sono richiesti servono a non farsi sviare da un tentatore sottile, il demone dell’ambizione, soprattutto quando l’ambizione intellettuale isola e tende a staccare dalla comunità di cui si fa parte. Il mito del genio solitario, per quanto affascinante possa essere, ha poco che fare con la realtà.

Se è vero che la solitudine e il silenzio possono essere il terreno buono in cui il seme della Sapienza dà il suo frutto e rende il trenta, il sessanta, il cento, può essere causa di sterilità se diventa isolamento. In realtà, sono l’umiltà e l’obbedienza alla voce dello Spirito, anche e soprattutto quando ci parla attraverso i superiori e i confratelli, nonostante le tentazioni e le ferite che possono appesantirci, ad indicarci la direzione giusta perché il nostro studio sia uno dei pilastri e non un ostacolo alla nostra vita spirituale e alla nostra vocazione domenicana. È così che possiamo essere intempestivi all’apparenza, ma in realtà, saper essere in tempo quando serve.

fra Giovanni Ruotolo