Il capitolo generale dell’Ordine dei Predicatori:

struttura di comunione e missione

In occasione dell’ottavo centenario dei primi Capitoli Generali dell’Ordine (1220,1221)

Solennità dell’Ascensione del Signore

Roma, 13 maggio 2021

“Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi…” (At 15,28). È un momento fondamentale nella storia della Chiesa: di fronte al rischio della divisione si prende una decisione in una maniera che non ha precedenti: Giacomo, capo della comunità di Gerusalemme, fa questa coraggiosa affermazione, che è il primo risultato di un arduo discernimento comune della nascente Chiesa, insieme agli apostoli Pietro e Paolo e sotto la guida dello Spirito Santo.

Prima di questo momento fondamentale, sotto la guida di Pietro, gli apostoli tirano la sorte per stabilire chi deve prendere il posto di Giuda Iscariota. Hanno dei criteri precisi riguardo a chi scegliere: “Bisogna che tra coloro che sono stati con noi tutto il tempo nel quale il Signore Gesù ha vissuto fra noi, cominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato di mezzo a noi assunto in cielo, uno divenga testimone, insieme a noi, della sua risurrezione” (At 1,21-22). Pregano per essere guidati, ma quando arriva il momento di scegliere fra Giuseppe e Mattia, ecco che ricorrono alla sorte. In questo modo la decisione presa non è il risultato di un processo interno di discernimento comunitario, ma piuttosto un impersonale ed esterno atto di divinazione della volontà divina, simile a quelli già adottati nell’Antico Testamento.: “E Aronne tirerà la sorte per vedere quale dei due deve essere del Signore e quale di Azazel” (Lv 16,8). Dio rimane trascendente e invisibile e la sua volontà è resa nota mediante un oggetto inanimato, alieno dalla possibilità di una manipolazione umana e da un errore di giudizio.

Come mi piacerebbe essere risparmiato dal dovere prendere decisioni difficili: se soltanto le nostre costituzioni permettessero di tirare la sorte come un modo legittimo di prendere decisioni! Ma la scelta di Mattia è l’ultimo esempio di sorteggio che vediamo nel Nuovo Testamento. Dopo Pentecoste la presenza immanente dello Spirito Santo, che assume un “ruolo attivo” nella vita della Chiesa, modifica radicalmente il processo decisionale. Per questo motivo, molti biblisti chiamano gli Atti degli Apostoli “Atti dello Spirito Santo”. Nel cosiddetto “Concilio” di Gerusalemme, Giacomo, capo della comunità gerosolimitana, pronuncia il suo giudizio: “Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie” (At 15,28). Una decisione importante non è più presa con una divinazione della volontà di Dio, ma attraverso un processo comunitario di intenso dialogo e di paziente discernimento sotto la guida dello Spirito Santo, per determinare qual è il vero bene della comunità. Perché “lo Spirito di verità vi guiderà a tutta la verità” (Gv 16,13), ora che “abita in voi” (1Cor 3,16). Dopo la Pentecoste, la maniera apostolica di prendere le decisioni, “alla presenza del Signore”, è il discernimento comunitario. Comunicare le decisioni alle comunità attraverso una lettera e poi scegliere e inviare dei delegati che accompagnino la ricezione di questa lettera sono parti integranti dell’intero processo di prendere e di attuare una decisione comunitaria (At 15,22-32).

San Domenico celebrò i primi Capitoli Generali nel 1220 e nel 1221, a Pentecoste. Se i frati vogliono abbracciare il modo di vivere degli apostoli, devono adottare il modo apostolico di prendere decisioni all’intero Ordine. La forma di governo comunitario (LCO VI) che Domenico ha dato all’Ordine è anche un dono per la Chiesa, dal momento che la missione dell’Ordine è quella di collaborare alla costruzione della Chiesa, corpo di Cristo.

I Capitoli – generali, provinciali, conventuali – sono strumenti per la costruzione della comunione. Offrono spazio per confrontarsi sulle sfide che i frati devono affrontare, per cercare il consenso su questioni divisive, per discernere i migliori modi possibili per servire la missione dell’Ordine in quel determinato luogo e in quel determinato momento, e soprattutto per l’ascolto e l’apprendimento reciproci, da fratelli.

Ignazio di Antiochia, nella sua lettera alla comunità di Efeso, dice che i membri della Chiesa sono synodoi, “compagni di strada”, in virtù della dignità battesimale e della loro amicizia con Cristo. Anche noi Domenicani siamo synodoi, compagni itineranti, fratelli e sorelle insieme in missione per predicare il Verbo incarnato. Celebrandosi l’800° anniversario dei nostri primi Capitoli Generali (1220, 1221), ho chiesto a brother Timothy, a fray Carlos e a frère Bruno di condividere i loro pensieri e le loro riflessioni a partire dalla loro concreta esperienza dei Capitoli Generali dell’Ordine, su come questi Capitoli sono diventati strumenti di unità e di comunione, per il bene della missione di predicazione dell’Ordine. In quanto Maestri dell’Ordine, sono stati e continuano a essere synodoi, compagni del viaggio dell’Ordine nella sua “itineranza comunitaria”. Leggendo le loro riflessioni, troveremo la stessa visione generale, ma i contesti e i contenuti della loro esperienza sono differenti: uguali ma diversi.

fr. Gerard Francisco Timoner III, OP

FR. TIMOTHY RADCLIFFE OP

La nostra forma di governo incarna il Vangelo che noi siamo inviati a predicare. È un’espressione della nostra fraternità, prima ci sono i fratelli, ci sono le sorelle. “Fratello” e “sorella” sono i più antichi e più importanti titoli nel Cristianesimo, dicono la nostra appartenenza alla famiglia di Cristo. Una della prime biografie di san Domenico si deve cercarla nelle Vitæ Fratrum, “Le vite dei fratelli”. È assolutamente coerente che l’Ordine dei Predicatori sia stato fondato da qualcuno che dichiarava di non voler essere altro che uno fra i fratelli. Questo radicamento nella fraternità era molto attraente per le città in cui fin dall’inizio siamo stati inviati e che, all’epoca di Domenico, erano in tumulto. Le vecchie relazioni verticali del feudalesimo si erano indebolite e la cultura della deferenza era in declino. I mercanti viaggiavano per tutta l’Europa e anche oltre, era in corso una mini-globalizzazione. Riguardo ai frati, è stato detto che “il mondo era la loro cella e l’oceano il loro chiostro”. Il loro essere fratelli era già in sé predicazione del Vangelo in questo nuovo mondo. 

Marie-Dominique Chenu OP sosteneva che ogni volta che c’è un revival della fede, la parola “fratello” ritorna di moda. “La tipica parola delle prime comunità cristiane trova di nuovo il suo pieno significato: le persone vengono chiamate fratelli (o sorelle) in confronto con le ineguaglianze sociali e con tutta la carica utopica del termine. Il capo del drappello di Domenicani che arrivò a Parigi fu dapprima chiamato ‘abate’, conformemente all’uso comune, ma entro tre mesi questo titolo venne eliminato e sostituito con ‘frater prior”. Quindi è giusto che un recente Capitolo Generale abbia ordinato che il titolo proprio a tutti i frati dell’Ordine è “fra”, come anche tu, fra Gerard, ci hai gentilmente ricordato.

Tutto questo è particolarmente importante in questo momento. La nostra società, come al tempo di Domenico, è in tumulto. Le vecchie gerarchie sociali stanno crollando e mai prima d’ora si sono viste così vaste migrazioni di gente in cerca di pace e di sicurezza. Ogni volta che usciamo di casa incontriamo qualche 

straniero. Zygmunt Bauman ha descritto la nostra società come “modernità liquida”, in cui la democrazia si ritrae. In questo mondo incerto, una spiritualità della fraternità offre un modo di appartenenza a persone di diverse origini e credenze. Papa Francesco rimprovera costantemente i preti di “clericalismo”: a che cosa assomiglierebbe una Chiesa non clericale? I domenicani presbiteri dovrebbero indicarlo nel loro ministero fraterno.

Perché la nostra fraternità trova espressione nei Capitoli Generali? Io ho cinque fratelli e noi non facciamo mai riunioni formali in cui proponiamo risoluzioni e poi votiamo. Molti frati, in realtà, considerano il Capitolo Generale una perdita di tempo, che produce Atti che nessuno legge! Quando un frate inglese espresse questa opinione a fra Damian Byrne, egli rispose che tenere i Capitoli Generali voleva dire far respirare l’Ordine: possiamo immaginare cosa succederebbe se si interrompessero!

I Capitoli nutrono l’unità dell’Ordine, che è espressione della nostra unità in Cristo. Ci ascoltiamo vicendevolmente per giorni e per settimane, perché lo Spirito Santo è riversato su ogni frate. Ricerchiamo un consenso che è ben più di un compromesso, è una verità ampia, grande abbastanza da poter mettere d’accordo quanti più frati possibile. Ci diamo il tempo perché ognuno possa essere ascoltato. Dio è infinitamente paziente con noi e così anche noi dovremmo essere pazienti gli uni verso gli altri.

Ho partecipato a ogni Capitolo generale a partire da quello di Oakland, nel 1989. Ci sono stati momenti di tensione e di aspro disaccordo, ma abbiamo resistito alle tendenze di frammentazione che affliggono la Chiesa e la società. A Bien Hòa, nel 2019, siamo arrivati a una pace più profonda che ogni altra volta, in cui potevamo anche vedere le nostre diversità come delle sollecitazioni per un’ulteriore comprensione del Vangelo.

Non è possibile sottostimare l’importanza di questa testimonianza in una Chiesa che è così sovente lacerata da divisioni tra cosiddetti ”tradizionalisti” e “progressisti”, un’opposizione che dovrebbe essere aliena dall’ampia verità del cattolicesimo. Radunarsi in Capitolo è già di per sé una predicazione del Vangelo a un mondo diviso da mutue incomprensioni crescenti, alimentate dalla semplificata comunicazione dei mezzi di comunicazione sociale e da una stantia preoccupazione per la verità. I Capitoli Generali hanno bisogno di anni di preparazione, di settimane di dibattito e di infinite votazioni. Ma questa è la paziente, organica fatica di sostenere una fraternità che è unione di cuori e di menti.

Più audacemente, e seguendo la tradizione della Provincia domenicana d’Inghilterra, credo che si possa fare un passo ulteriore e dichiarare che questa fraternità ci apre all’amicizia vicendevole. L’Aquinate ci insegna che noi siamo battezzati nell’amicizia con Dio. Cito Fergus Kerr OP: “Nella carità noi siamo amici di Dio. Non ci può essere amicizia, nel vero senso della parola, se non tra uguali, ma Dio ci ha resi uguali a Lui”. E così, al confuso e turbolento mondo della città, i primi frati portavano la sorprendente offerta di un’amicizia fra uguali. Il nostro modello di governo incarna l’amicizia dell’Ordine, che è espressione di quell’amicizia che è la vita stessa di Dio.

Questi primi frati e suore facevano facilmente amicizia fra di loro. Domenico era contento in compagnia delle donne e morente confessò di avere sempre preferito la conversazione con le donne giovani piuttosto che subire quella delle vecchie! Il suo immediato successore, il beato Giordano di Sassonia, si scambiava affettuose lettere con una monaca domenicana, la beata Diana d’Andalò. Meister Eckart aveva stretto amicizia con le monache della Renania. Santa Caterina da Siena, una laica domenicana del quattordicesimo secolo, aveva la sua comunità di amici, religiosi e laici, chiamati i “caterinati”, e dava ad ognun buffi soprannomi in ridicoli scherzi; e c’era anche la sua amicizia con Raimondo di Capua…

Oggi i rapporti fra uomini e donne sono diventati tesi per l’ansia, pieni di pulsioni di dominazione e manipolazione, di accusa e di rifiuto. In alcuni paesi i giovani temono di instaurare relazioni con donne reali e si rifugiano in un mondo virtuale dove non c’è alcun contatto. Una spiritualità dell’amicizia offre un liberante incoraggiamento: avere il coraggio della relazione.

FR. CARLOS AZPIROZ COSTA OP 

I Capitoli Generali nella forma di governo dell’Ordine

Sono contento di sapere che, in mezzo a tante celebrazioni, siano anche giustamente ricordati gli 800 anni dei due primi Capitoli Generali, presieduti da san Domenico. In essi fu garantita l’unità dell’Ordine sotto l’autorità del Maestro, e la sua diffusione attraverso le Province – diversità – per assicurare la diffusione e l’inculturazione del messaggio evangelico, fondandosi sulla fiducia nello Spirito Santo, sulla maturità dei frati e sul sistema di governo che li sosteneva. Tutto questo ha reso possibile una vita vere apostolica.

San Domenico non ha “inventato” le sue costituzioni. Non è uno di quei santi che sorprende la gente, un santo “illuminato”. La sua vocazione non è improvvisa, non troviamo in lui una “conversione tempestosa”. La sua grandissima sperienza ecclesiale fin da molto giovane gli donò una profonda conoscenza delle più importanti e diverse manifestazioni della tradizione “regolare” (monastica e canonicale) e della vita diocesana del suo tempo, tanto nel suo paese (Palencia e Osma) come poi in seguito nel mezzogiorno della Francia (Fanjeaux, Tolosa, ecc.) e in quella che adesso è l’Italia. Questa esperienza gli servì per dare forma giuridica alla sua fondazione, incorporando sia le antiche norme canoniche che la più recente legislazione della Chiesa, frutto del concilio Lateranense IV, quanto alla predicazione, all’insegnamento della teologia e alla necessità per gli Ordini monastici e canonicali esistenti di celebrare Capitoli generali e provinciali. A tutto questo va aggiunta la sua esperienza di prima mano della grande effervescenza delle associazioni di professori e studenti nell’ambito universitario, delle associazioni di artigiani e dell’inizio delle strutture municipali basate su un governo moderato e partecipato. Infine, aveva davanti agli occhi la sfida dei predicatori catari, poveri e itineranti. Tutto questo gli fece scoprire, come a san Francesco, la necessità di fare qualcosa di simile ma anche di nuovo, però nel seno stesso della Chiesa.

Un apparente ostacolo, come quello del celebre canone XIII del concilio Lateranense che proibiva la fondazione di nuovi  ”Ordini”, si rivelò provvidenzialmente una spinta propulsiva per la novità dei Predicatori. Insieme, radunati in Capitolo, Domenico e il suo primo gruppo di frati scelsero la regola di sant’Agostino, una delle più antiche nella Chiesa e adottarono le consuetudini dell’Ordine Premonstratense inserendovi le novità della povertà e dell’itineranza mendicante, dello studio e della predicazione. In questo modo i frati si incorporavano alla più antica tradizione religiosa della Chiesa e allo stesso tempo garantivano l’assoluta novità del progetto. Tre fonti di energia provenienti dalla Chiesa del XIII secolo o da tutta la storia della Chiesa si coniugano nell’Ordine: una missione ufficiale: la predicazione; una forma regolare: la tradizione canonicale; un’idea-forza: la vita apostolica, ovvero l’imitazione degli apostoli.

Il Capitolo del 1220 elaborò il modello costituzionale ancora vigente che garantiva l’unità dell’Ordine; quello del 1221 disegnò il modello per la distribuzione dell’Ordine in Province. In questo modo si promosse un corpo democratico, centralizzato e altamente organizzato: un Ordine, non una semplice somma di case o di Province. Questa legislazione, elaborata per tappe e seguendo le lezioni dell’esperienza, determinò e manifestò ben presto, in un insieme di testi, le regole per la comunità e per l’obbedienza che permisero al fondatore di andarsene poco dopo, senza alcun danno per l’Ordine. San Domenico morì il 6 agosto 1221 e l’Ordine era già dotato di una struttura minima e solida per vivere la sua missione nella Chiesa. San Domenico non ha lasciato scritti, ha soltanto dotato il nostro Ordine di una forma di governo ben delineata. Molti esperti affermano che molte parti del testo delle Costituzioni Primitive si devono al suo intervento diretto.

Mi sia permesso abbozzare qualche “linea guida” di questo stile di governo basato sulla libertà e sulla responsabilità. Prima di tutto, è necessario sottolineare il principio canonico medievale – forse un po’ dimenticato – che esprime il nostro stile di governo: “Quod omens tangit a omnibus tractari et approbari debet”. Il beato Umberto di Roman, quarto successore di san Domenico, commentava questa regola del diritto con molto buon senso, scrivendo: “il bene, infatti, che è accettato da tutti, viene promosso rapidamente e facilmente”.

I Capitoli Generali si succedevano con periodicità diversa. Nel 1228 si precisava il nuovo processo legislativo che l’Ordine ha conservato fino ai nostri giorni: una disposizione si converte in costituzione soltanto quando per la sua approvazione intervengono tre Capitoli Generali successivi, con i seguenti termini tecnici: incoazione, approvazione e confermazione. Ricordiamo che queste tre assemblee hanno una diversa composizione: a) Capitolo Generale elettivo (elegge il Maestro dell’Ordine; vi partecipano i Priori Provinciali e i Definitori, o delegati eletti dalle Province riunite in Capitolo Provinciale); b) Capitolo Generale dei Definitori; c) Capitolo Generale dei Provinciali, e così di seguito. Questo è quello che viene detto il famoso “bicameralismo domenicano”. È bicamerale in diversi sensi: 1) in primo luogo una legge, per essere costituzione, deve essere trattata, definita e votata da tre assemblee legislative costituenti consecutive (Capitoli Generali); 2) in secondo luogo queste assemblee sono costituite da frati diversi: quelli che non hanno autorità nella Provincia (i definitori)e i Provinciali con i frati ad essi equiparati; un’altra infine per entrambe le categorie.

I Capitoli Generali si alternano e hanno ciascuno il medesimo potere. In sintesi: diversi collegi, formati da diversi frati, con diverse funzioni, in diversi momenti, votano le diverse leggi che regolano la vita dello stesso Ordine. Questa comunione fraterna del sistema capitolare si manifesta anche nella partecipazione organica e proporzionale di tutte le componenti (conventi, Province) per realizzare il fine proprio dell’Ordine. Per questo noi diciamo che il nostro governo è comunitario a modo suo: il superiore ottiene ordinariamente l’ufficio mediante l’elezione fatta dai frati e confermata da un superiore più alto. Inoltre, nella risoluzione dei problemi di maggior importanza, le comunità prendono parte in molti modi al proprio governo, mediante il Capitolo o il Consiglio (a livello locale, provinciale e generale). L’Ordine è “Sinodale”, perché fin dal suo inizio i frati hanno vissuto, pregato, governato, predicato come fratelli.

Bisogna dire che ci troviamo di fronte a una tradizione teologica del voto di obbedienza forse “diversa” da quella a cui si pensa di solito, ad esempio per la tradizione benedettina o gesuitica. Infatti, obœdire (obbedire) nella nostra tradizione è intimamente legato ad ob-audire (ascoltare). Sarà per questo che il voto di obbedienza è l’unico voto che viene espresso nella formula di professione domenicana! Questa è la funzione di ogni autorità nell’Ordine: ascoltare Dio, ascoltandolo e facendolo ascoltare attraverso la voce dei fratelli, i frati. Siamo convinti che ascoltando i fratelli ascoltiamo la voce di Dio. Così si ha un’intima connessione fra il voto che professiamo (voto di obbedienza) e le mani alzate che esprimono un sì o un no, o i foglietti con il nome come espressione del voto di ogni frate quando si decidono, si definiscono, si trattano questioni o si eleggono dei frati per determinati incarichi. Il “fratres, votemus” che tante volte si ascolta dalle labbra del presidente o del segretario del Capitolo Generale, fin dalle stesse origini dell’Ordine, esprime vitalmente il senso del voto di obbedienza che ci unisce personalmente al Maestro dell’Ordine. Noi ci impegniamo a obbedire alle leggi che votiamo e ai fratelli che eleggiamo anche con il nostro voto.

Attraverso il tempo cerchiamo sempre di assicurare i mezzi per la vita nostra e per la vita della comunità… ma quello che succederà non lo possiamo sapere o decidere, infatti ci sono cose o dimensioni della vita (come la stessa cultura) che sono “impianificabili”. Tutto quello che possiamo fare è creare spazi che rispettino e facilitino le energie vitali che non sono in nostro potere, che non sono pianificabili! San Domenico lo sapeva e ha saputo far sì che l’unità e la diversità dell’Ordine si manifestino in un’organizzazione complessa che richiede attenzioni, valutazioni e adattamenti continui. Non è un sistema “semplice”, ma è il segno dell’autentica “democrazia”, dell’autentica libertà. Questo “ecosistema” che Domenico ha affidato alla sua famiglia, è di complessione delicata, richiede molta pazienza e perseveranza per coltivarlo e farlo crescere e necessita del coinvolgimento di tutti in una ricerca condivisa comunitariamente. Il “pluralismo” non può essere visto nell’Ordine come una malattia transitoria che si sopporta, ma è invece una benedizione che arricchisce la nostra comune eredità. Siamo pellegrini, itineranti, senza fissa dimora e per noi la creazione di una comunità è sempre una scoperta: una comunità di quelli che – uniti – cercano la verità là dove la si può incontrare. Forse per questo, in un testo di carattere polemico, sant’Alberto Magno definiva il suo ideale di vita domenicana “in dulcitudine societatis, quærere veritatem” (cercare la verità nella soave armonia della vita fraterna).

FR. BRUNO CADORÉ OP

Durante l’ultimo Capitolo Generale, senza saper bene perché e forse inavvertitamente, ho domandato al segretario generale di fare l’appello dei capitolari non prima (come è previsto), ma dopo l’inizio della preghiera che inaugura il processo elettivo. A cose fatte, ne sono molto contento perché questo mi ha fatto prendere coscienza in modo più vivo che mai del mistero di comunione che presiede ai nostri Capitoli. È lo Spirito che ci raduna e fa della nostra diversità un segno di comunione, ed è in questo orizzonte che noi possiamo dire che “celebriamo” i nostri Capitoli. Non c’è stato a Bien-Hòa un grande frastuono né un violento colpo di vento, ma tuttavia è stato un vero momento di Pentecoste che raccoglieva frati dalle estremità del mondo e li costituiva come corpo, li animava verso la ricerca del bene comune nel modo in cui proponevano ai frati dell’Ordine di proseguire insieme il loro cammino proclamando la vicinanza del Regno. Rispondendo “adsum” ogni frate si iscrive nella lunga tradizione dell’Ordine e sentendolo dire tutti prendono coscienza dello stato dell’Ordine e dei suoi nuovi volti e luoghi, di chi sono i frati e dove stanno quelli a cui Domenico oggi ha detto: va, studia, predica e fonda dei conventi! Occasione per rendere grazie per l’opera delle Spirito che spinge e accompagna l’Ordine nella sua itineranza verso l’incontro con i suoi contemporanei in tutto il mondo!

Davvero Domenico aveva ragione a convocare i primi Capitoli Generali nella festa di Pentecoste. In fondo, io penso che i Capitoli Generali, come anche a loro modo i Capitoli Provinciali, vicariali o conventuali, hanno questo compito principale: farsi eco della chiamata a intraprendere il cammino aperto dagli Atti degli Apostoli, perché è il cammino sul quale la Chiesa diventa quello che è chiamata a essere: una comunità di fratelli e di sorelle la cui unità si costruisce proponendo a sé e agli altri di accogliere la buona novella di Gesù Cristo e di viverla. Non è d’altronde questo che papa Francesco non cessa di ricordarci, invitandoci a “camminare insieme” e alla “fraternità”? Mistero di comunione promosso dallo Spirito nel cuore della storia degli uomini!

Ma, analogamente a un sacramento, i Capitoli sono segni del Mistero perché essi espongono alla Parola di grazia e di verità una realtà umana molto concreta. All’occorrenza, un Capitolo è la manifestazione che la comunione – si potrebbe forse anche dire lo stesso per la fraternità – è un lento, paziente, a volte difficile lavoro. Come quel “travaglio” di generare di nuovo di cui parla così bene l’apostolo Paolo a proposito della creazione che geme nei dolori del parto. Quando si costituisce l’assemblea capitolare, si incontrano dei frati che non si conoscevano ma tuttavia si riconoscono, dialogano delle idee che potrebbero escludersi a vicenda ma che tuttavia desiderano abbandonare una pretesa di verità per “cercare con gli altri dei nuovi cammini verso la verità”, si congiungono delle culture così lontane le une dalle altre, convinte di essere insostituibili ma senza che nessuna possa bastare a se stessa per scoprire la ricchezza dell’evangelizzazione; e allora come non scoprirvi quel lento travaglio per dare alla luce la grande assemblea profetizzata da Isaia (Is 60)? A volte, o forse anche troppo spesso, possiamo essere tentati di considerare i Capitoli come un “esercizio” teorico, poco efficace, troppo loquace, troppo lontano dalla realtà concreta e così, allora, di ridurre il Capitolo al testo degli Atti che a volte a mala pena vengono letti o che si è tentati di leggere e di criticare come si farebbe con una dissertazione accademica! Questo vuol dire dimenticare, io credo, il mistero dei Capitoli che segnano l’avventura di questo ad-venire. La comunione ecclesiale non è un “gruppo di lavoro” che, fissandosi prima degli obiettivi e un piano strategico, pretende di dar vita a un’evangelizzazione efficace! Piuttosto essa è un gruppo di uomini e di donne che, camminando insieme, sono abitati dal desiderio di scoprire di essere dei fratelli e delle sorelle in Cristo e che vorrebbero portare al cuore della storia la speranza della mietitura. Questa comunione ecclesiale non è un battaglione di seminatori che pretende un risultato efficace, è piuttosto una fragile fraternità di mietitori nomadi che vanno per il mondo alla ricerca delle tracce dello Spirito e che sono convinti di poterlo fare nella misura in cui allargano instancabilmente la loro fraternità a tutti coloro con cui potranno scoprire il mistero dell’amicizia. Nel cuore della comunione ecclesiale, l’Ordine di Domenico ha la vocazione di essere segno di questa avventura.

I nostri Capitoli sono strumento di comunione quando hanno modo di essere dei momenti in cui dei frati provenienti dal mondo intero, oppure dai quattro angoli di una Provincia, o ancora da diversi impegni apostolici locali, celebrano la grazia che Dio ha loro concesso: essere dei mietitori. Le nostre assemblee capitolari sono l’occasione per questa celebrazione, come lo testimoniano gli incontri dei frati, le nuove amicizie che si annodano, le riunioni che all’improvviso si uniscono in uno slancio di azione di grazia di fronte a questa o a quella fondazione… Momenti privilegiati in cui si può scoprire che, se c’è una legittima fierezza nel raccontare quello che facciamo qui o là, c’è anche una gioia profonda ben più entusiasmante nello scoprire la forza della predicazione degli altri, che spesso hanno delle audacie apostoliche, del coraggio missionario, delle fedeltà evangeliche alle quali noi non abbiamo magari mai osato pensare. Dobbiamo instancabilmente cercare i modi più adatti perché, al di là delle rapide sintesi che rischiano di toglier via la “carne” della santa predicazione, le Province e le entità dell’Ordine mettano in comune la loro storia e la loro lettura dei segni dei tempi, imparino a conoscersi, si adottino vicendevolmente e si scoprano insieme membri di una stessa “santa predicazione”, unita dalla medesima vocazione a proclamare al mondo la buona novella dell’amicizia di Dio per tutti gli uomini.

Nel corso del mio mandato ho provato spesso, ascoltando questo o quell’altro frate, questa o quell’altra suora, visitando la tal comunità, il sentimento di trovarmi alla presenza di uomini e di donne realmente afferrati dalla presenza misteriosa di una Parola che supera la capacità della ragione di rendersene conto e che eccede la capacità del cuore dell’uomo ad accogliere così tanta grazia. Mi è capitato allora di sognare che i nostri Capitoli siano dei luoghi in cui questi eccessi della grazia della Parola possano essere condivisi e trasmessi, perché è questo che fonda la nostra comunione. Per portare all’incandescenza l’intelligenza del cuore di un Capitolo, quella che guiderà il suo discernimento, non basta scambiare delle idee o delle analisi della realtà, bisogna anche darsi gli strumenti per toccare i cuori, per raschiarli in qualche modo. In creolo, prima del Vangelo, si canta: ”Pawol Bondye apral blesse kè nou”. Come darci i mezzi per cui, durante un Capitolo, l’avventura della predicazione dell’uno e dell’altro venga a “ferire” (blesser) il cuore di tutti? Non è da questa ferita che nasce la comunione?

I nostri Capitoli Generali hanno tre caratteristiche che permettono di rispondere a questa domanda. Innanzitutto la loro composizione: la rappresentatività al Capitolo non è soltanto questione del numero dei partecipanti, ma cerca di riflettere anche la diversità della predicazione. Le Province sono rappresentate come delle entità, in modo variabile a seconda del numero dei frati, ma si dà anche spazio alla specificità di ogni luogo in cui l’Ordine ha inviato dei frati per “studiare, predicare e fondare dei conventi”.

Il secondo aspetto è l’invito rivolto a tutti i frati a prender parte alla preparazione del Capitolo Generale. Possiamo certamente essere molto fieri di ciò che già struttura oggi il nostro modo di fare: le modalità di rappresentanza (elezione dei definitori e dei soci che rappresentano non soltanto né per prima cosa un numero di persone ma la realtà della predicazione in un luogo), l’alternanza di Capitoli composti in maniera differente (definitori, provinciali, elettivi), le commissioni e i gruppi di lavoro precapitolari, le relazioni presentate al capitolo portate alla conoscenza di tutti, le petizioni inviate dai frati al capitolo (di cui indubbiamente bisogna ancora promuovere la pratica).

La terza caratteristica fa eco a quella che fr. Vincent de Couesnongle chiamava la “ricerca democratica dell’unanimità”. Infatti, il nostro attaccamento alla “democrazia” non ha per oggetto principale prendere decisioni a maggioranza, bensì metter in opera tra di noi un modo di “conversazione” che favorisca l’emergere di orientamenti sostenibili da tutti. In questi tempi in cui, un po’ dovunque, si mette in luce una crisi di fiducia rispetto alla politica, il modo di vivere dell’Ordine esprime una fiducia indefettibile nella capacità degli uomini a conversare, a dibattere, a confrontare pacificamente delle idee e degli argomenti per tentare di servirsi insieme di una “intelligenza collettiva” sulla quale tutti possono appoggiarsi per formulare insieme la miglior soluzione possibile al problema posto. Quante volte ci è capitato di entrare in un’assemblea capitolare con in mente un certo numero di idee per affrontare e risolvere una questione e ne siamo usciti stupiti di come l’assemblea ha progressivamente elaborato un orientamento che nessuno aveva immaginato, osando una certa riformulazione della questione, dando fiducia a un frate o a un gruppo a cui nessuno aveva pensato, sperando in un cammino impensato ma che tuttavia sembra così più adatto!

Così mi sembra che un Capitolo Generale dell’Ordine porti nella Chiesa la testimonianza di quello che può essere l’avventura dell’ad-avenire in comunione a motivo dell’evangelizzazione della Parola di vita e di verità, nella fedeltà al propositum iniziale di Domenico, il cui sogno era di servire la missione della Chiesa nel mondo. E questo fu il cammino della sua santità…

FR. GERARD TIMONER OP

Sono grato a brother Timothy, a fray Carlos e a frère Bruno per le loro penetranti riflessioni sui nostri Capitoli Generali. Sicuramente, come san Domenico, essi hanno servito l’Ordine da frati itineranti, visitando frati e suore in ogni parte del mondo. Un aspetto rimarchevole della loro itineranza era non soltanto di andare in pellegrinaggio per l’Ordine, visitando Province e conventi, ma soprattutto di camminare-con-l’Ordine da un Capitolo Generale all’altro. Ci hanno dato non solo un assaggio delle cose “che hanno visto e ascoltato” (At 4,20) lungo il cammino, ma ci hanno presentato le buone ragioni per camminare insieme sulla strada verso Dio. La dinamica del viaggiare insieme è chiaramente affermata nella Regola che san Domenico adottò per l’Ordine: “essere un cuore solo e un’anima sola sulla strada verso Dio”. Per Agostino dire soltanto unanimità di mente e di cuore, cioè comunione, appare statico, privo di meta; così egli aggiunge sulla strada verso Dio.

Gesù chiamò i suoi primi discepoli perché lo seguissero, perché si mettessero in cammino (hodos) con Lui, perché imparassero da Lui, che è la Vertà, la Via e la Vita (Gv 14,6). Subito, quando lasciarono tutto per seguirlo, non avevano pienamente compreso dove un simile cammino li avrebbe portati o come avrebbe cambiato le loro vite o quelle degli altri. Ma il tempo che essi trascorsero vivendo con Gesù e standolo ad ascoltare, li formò come una comunità di discepoli e, alla fine, in testimoni e predicatori della risurrezione. Stare con Gesù in cammino è una qualificazione importante: “Bisogna dunque che, tra coloro che sono stati con noi per tutto il tempo nel quale il Signore Gesù ha vissuto fra noi … uno divenga testimone, insieme a noi, della sua risurrezione (At 1,21-22). In questo modo, la formazione alla vita e alla missione dell’Ordine è conditio sine qua non per la piena partecipazione al governo dell’Ordine. Ed è per questo che soltanto dopo anni di formazione un frate diviene membro del Capitolo conventuale.

Il racconto dei due discepoli sulla strada di Emmaus ci indica come crescere nel nostro “governo comunitario” (LCO VII) o “governo capitolare2 (RFG, 16). I due camminano insieme, come Gesù aveva detto a quelli che inviava a predicare il regno. Tuttavia essi stanno allontanandosi da Gerusalemme, dalla comunità degli apostoli, perché hanno perduto la speranza: “Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele”. Allora Gesù cammina con loro, spiega le Scritture e spezza il pane. L’ascolto della Parola apre la loro intelligenza, lo spezzare il pane ristora la loro speranza!

Nella Chiesa, l’assemblea eucaristica (synaxis) è la più basilare e quindi la più universale espressione e attualizzazione del carattere sinodale della Chiesa. Forse è per questa ragione che il Capitolo Generale di Trogir nel 2013 ha esortato i frati. “Le nostre costituzioni ci ricordano che la Messa conventuale è il più chiaro segno della nostra unità nella Chiesa e nell’Ordine; quindi è preferibile che la Messa conventuale sia concelebrata dai frati presbiteri”. Concludendo questa lettera vi invito a riflettere sulle parti dell’Eucaristia, il sacramento che ci raduna insieme ogni giorno, e a vedere come queste possono aiutarci a crescere di più nella nostra forma comunitaria di governo.

RADUNATI NEL NOME DELLA TRINITA’. L’eucaristia comincia con il segno della croce e l’invocazione della Trinità. Frère Bruno significativamente ricorda l’inversione fra appello dei capitolari e preghiera iniziale nell’ultimo Capitolo Generale di Bien Hòa: “È lo Spirito che ci raduna e fa della nostra diversità un segno di comunione, ed è in questo orizzonte che noi possiamo dire che “celebriamo” i nostri Capitoli”. Un’assemblea che è convocata nel nome di Dio significa che le sue azioni sono compiute nel suo Nome. In senso profondo, la Chiesa diventa sacramento di Cristo perché essa diventa portatrice della sua presenza: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” (Mt 18,20). Così, quando sorgono divisioni o si manifestano linee di frattura in una comunità a motivo della differenza di vedute e di convincimenti, allora è il momento di fermarsi e di considerare attentamente se sostenere convinzioni così divisive è fatto davvero in nome di Dio e rivela la presenza di Cristo in mezzo a noi.

RICONCILIAZIONE. Un’assemblea convocata nel nome della Trinità facilita la comunione con un atto di riconciliazione con Dio e degli uni con gli altri. La confessio peccati celebra l’amore misericordioso di Dio ed esprime il desiderio di non permettere che le divisive tendenze del peccato ostacolino l’unità: “Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono” (Mt 5,23). Se le decisioni che prendiamo in Capitolo servono in definitiva per aiutarci a predicare il Vangelo, allora la convinzione che “la riconciliazione è un passo importante verso la nuova evangelizzazione” merita la nostra seria considerazione.

DIALOGO DI PREGHIERA. Nella celebrazione eucaristica ascoltiamo la proclamazione della Parola di Dio e la sua spiegazione nell’omelia. Predicare la Parola di Dio è essenzialmente dialogico: per predicare in modo da toccare i cuori della gente, il predicatore deve ascoltare con attenzione le situazioni vitali delle persone; per predicare in modo da trasmettere autenticamente il messaggio di Dio, il predicatore e i suoi ascoltatori devono contemplare la Parola di Dio. Questa struttura dialogica della liturgia è un paradigma per il dialogo nel discernimento comunitario: prima di ascoltarci reciprocamente dobbiamo ascoltare, in contemplazione orante, la Parola di Dio, in modo da poter discernere autenticamente la sua volontà per la nostra comunità. Parlando con Dio o di Dio san Domenico incarnava questo duplice ascolto. Br. Timothy ha evidenziato che la nostra “struttura democratica” è autenticamente domenicana “se il nostro discutere e votare è un tentativo di ascoltare la Parola di Dio che ci raduna per camminare sulla via del discepolato”. Fray Carlos ha evidenziato la dimensione “orizzontale” di questo dialogo, che è radicato nella misericordia: “La compassione porta umiltà alla nostra predicazione – umiltà per cui noi vogliamo ascoltare e parlare, ricevere e dare, essere influenzati e influenzare, essere evangelizzati e evangelizzare”.

COMUNIONE. La grazia (res tantum) della comunione eucaristica è comunione con Dio e fra di noi. L’Eucaristia crea la comunione e favorisce la comunione”. La nascita della Chiesa a Pentecoste è un evento in cui persone che provengono, letteralmente, da diverse strade, convergono. La capacità di grazia della ekklesia di abbracciare la diversità, di essere veramente katholike, ha portato molte persone da differenti strade e percorsi di vita a un’unica direzione, come uomini e donne che da principio sono conosciuti come appartenenti alla “Via”, hodos (At 9,2; 19,9.23; 22,4; 24,14-22).

MISSIONE. Ite, missa est. La comunione è ordinata all’essere inviati, verso la missione. Chi riceve la santa comunione deve condividere Gesù, deve portare Gesù agli altri. In modo simile la nostra comunione fraterna è sempre orientata al di là di noi, alla missione, a predicare il Vangelo fino ai confini della terra (At 1,8).

In un Capitolo Generale i frati arrivano da tutte le parti del mondo per celebrare la nostra comunione di Domenicani. Alla fine del Capitolo ritornano nelle loro Province. Per quanto sembri paradossale, anche se se ne vanno via in direzioni diverse, continuano a camminare insieme, perché tutti noi apparteniamo alla famiglia di san Domenico, lumen ecclesiæ, e tutti noi abbiamo un’unica missione: irradiare la luce di Cristo, Parola incarnata, al mondo intero.