Doni dati per la ricchezza di tutti

15 novembre 2020

LETTURE: Pr 31,10-13.19-20.30-31; Sal 127; 1Ts 5,1-6; Mt 25,14-30.

Le letture proposte alla fine dell’anno liturgico hanno in genere un carattere escatologico – parlano delle cose ultime, della fine dei tempi, del giudizio e del mondo che verrà. Questo accade ogni anno, con sfumature diverse, nel ciclo triennale di lettura dei sinottici. Non fa eccezione quest’ultima domenica prima della festa di Cristo Re: ci avviamo a concludere l’anno in cui è stato letto il vangelo secondo Matteo, e viene riportata la celebre parabola dei talenti – che, per altro, non trova paralleli negli altri sinottici. Appare allora più chiaro il motivo per cui la parabola è scelta in questo contesto liturgico: si trova nella parte del testo di Matteo (capp. 24-25) che si apre con i discorsi escatologici, e prosegue con una serie di parabole che rinviano al tema dell’attesa del ritorno del Signore. Anche in questo caso, in effetti, viene rappresentato uno scenario di giudizio («dopo molto tempo il padrone […] tornò, e volle regolare i conti con loro»): un giudizio che certamente è espresso sulla base di quanto si è compiuto; soprattutto, però, a fronte di quanto era stato affidato.

L’espressione stessa di «talento» è entrata nell’uso comune, a indicare un «dono» particolare. Si noti che, di per sé, il fatto stesso che si parli di «dono» implica un «donatore»: questo riconduce una volta di più all’origine per così dire teologica di questo tipo di espressioni, divenute comuni, e tuttavia per nulla neutre. In effetti, che qualcuno sia dotato, spesso in maniera particolarmente evidente, di abilità o comunque di specificità che lo fanno emergere fra gli altri e a volte consentendogli vantaggi, comunque distinguendolo e mettendolo in grado di fare ciò che altri non possono, potrebbe sembrare l’ennesima riprova dell’ingiustizia radicale che sembra segnare il mondo e nella quale gli uomini sono costretti a vivere. Perché a Mozart, e solo a lui, fu dato di scrivere musica in modo così sublime? La felice penna di Dante ci presenta in realtà un uomo i cui doni di intelligenza e di memoria, ma anche di temperamento per sostenerli, furono ben oltre lo straordinario: come è potuto accadere che a lui, e solo a lui, sia capitato? Se però di fronte a questi geni, tanto lontani e solitari, possiamo metterci più facilmente il cuore in pace, meno facile è nelle nostre normali relazioni confrontarci con i talenti degli altri. Il paragone con chi ci sta a fianco, e non solo nell’attività lavorativa, spesso ci pone di fronte a situazioni che, di fatto, sono di obiettiva sperequazione, sebbene la responsabilità non si sa bene di chi sia, o la si riduca al caso.

La cosa non sfuggì alla mente illuminata di santa Caterina da Siena – un personaggio dotato, appunto, di una genialità teologica difficilmente spiegabile con le origini umili e l’istruzione almeno di base a cui poté accedere. Nel Dialogo della divina provvidenza, dove Caterina afferma e descrive la dottrina che ha ricevuto da Dio, di fatto si prende atto della diversità fra gli uomini e dei diversi doni affidati a ciascuno in misura così diversa. E tuttavia Caterina fa affermare a Dio, che la istruisce, che se Adamo non avesse peccato, gli uomini sarebbero stati dotati di doni comunque diversi: perché – e qui sta il punto decisivo – questa è la condizione in cui si può esercitare la carità.

È questo il senso dell’«impiegare» i talenti, così come è richiesto dalla parabola del vangelo secondo Matteo. Ciò che è dato a uno, è per l’utilità di tutti. È quanto troviamo nella definizione stessa di «carisma» della teologia classica: gratia gratis data, senza alcuna condizione, senza alcun motivo previo – come sempre la Grazia, che è puro dono – e tuttavia data a uno per l’utilità di molti. La condizione di sviluppo di ogni particolare abilità, e della sua riuscita, è allora quella di entrare nel più ampio novero dei molti doni alle molte persone, in ciò che appare come l’organismo totale della comunità, del mondo riconciliato con Dio, della Chiesa, possiamo dire, nella sua accezione più ampia e più alta.

Lo sviluppo del proprio dono è legato alla capacità di renderlo «pubblico»: non solo nell’accezione della sua visibilità – il che è scontato per chiunque: ciascuno vuole che il suo talento sia riconosciuto –, ma anche della sua utilità; è per tutti. Ciò implica un legame organico con la comunità; ma il fatto che sia un legame, significa anche che è un impegno, e un in quanto tale, un limite. Tutto questo può essere avvertito come un confine posto alla libertà personale; tuttavia, è proprio attraverso questa integrazione che passa la nostra realizzazione in un’orchestra in cui si assume il limite e la fatica del proprio ruolo: solo attraverso questa fatica e questo limite il talento personale è riconosciuto e valorizzato, nel coro dei molti strumenti.

Tutto ciò è vero – è opportuno sottolinearlo – anche dal punto dei doni spirituali. Chi ha ricevuto il talento di una vita equilibrata e tutto sommato meglio governabile, in virtù di un buon temperamento, e di una buona educazione, non l’ha ricevuta per gloriarsene, eventualmente disprezzando chi invece fatica a tenere la via. Anche un dono di questo genere è dato per l’utilità di tutti: e, soprattutto, è dato proprio per essere d’aiuto a quelli che più faticosamente arrancano, fra sbandamenti e cadute.

Ancora più radicalmente, però, chi ha ricevuto il dono della fede, nella grande sinfonia del cosmo e della storia della salvezza, l’ha ricevuto perché la comunichi con l’annuncio, e ancora prima, con il misterioso vaso comunicante della preghiera. Di tutti i talenti ci verrà chiesto che cosa ne abbiamo fatto, come ci viene detto in questa domenica verso la fine dell’anno liturgico; ma, forse, soprattutto di questo dovremo dare ragione.