«Nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto»

17 novembre 2019

Letture: Mal 3,19-20a; Sal 97; 2Ts 3,7-12; Lc 21,5-19

L’anno liturgico volge al termine e come di consueto la liturgia della Parola ci offre una meditazione di carattere escatologico, relativa cioè alla fine della storia e alle realtà ultime, secondo uno stile evidentemente apocalittico. La prima lettura, tratta dal libro del profeta Malachia, si apre proprio utilizzando questo registro: “Ecco: sta per venire il giorno rovente come un forno”: si avvicina il momento del giudizio, in cui il Signore degli eserciti brucerà i superbi e coloro che commettono ingiustizia, senza lasciarne traccia, mentre il calore e la luce della giustizia di Dio sazieranno coloro che hanno timore del suo Nome, ossia ne rispettano la divina trascendenza e vivono la gioia dell’obbedienza. La parola profetica che annuncia il realizzarsi del giudizio non può essere disgiunta da due elementi ricorrenti della predicazione di questi uomini di Dio. Da un lato, il giorno del giudizio verrà per ristabilire la giustizia soprattutto a fronte delle umiliazioni e delle violenze subite dai piccoli per mano dei potenti; in questo senso, la prospettiva escatologico è il momento in cui, manifestandosi nella gloria, il Signore farà emergere la verità di ciascuno a fronte del metro divino-umano del suo stile di vita: “Amatevi come io vi ho amato!”. Dall’altro, in quel giorno “rovente come un forno” si condensano le speranze di vita di quello che spesso viene chiamato “piccolo resto” o “piccolo gregge”, ossia l’Israele fedele che rappresenta l’insieme di coloro che, in forza della fede, sono stati resi giusti e hanno perseverato nella giustizia che ci rende conformi con la volontà di Dio.

Nel passo tratto dal vangelo secondo Luca, invece, il tema escatologico viene introdotto da una sentenza di Gesù che intende relativizzare i discorsi di alcuni sulla bellezza maestosa e potente del tempio di Gerusalemme: “verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta”. Sia o meno una profezia ante o post eventum, il Signore vuol evitare che anche il sacro tempio possa venire idolatrato, in modo da sostituire – con le sua solida bellezza – la sola fede nell’inscalfibile fedeltà del Signore. Lui e Lui solo è la roccia del suo popolo. Così Gesù ritiene di dover ridimensionare, oltre ai monumenti di una sicurezza ancora troppo umana, le paure a cui l’umanità andrà inevitabilmente incontro prima che Egli stesso ritorni nella gloria. “Badate di ingannarvi. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine”. Il cammino delle storia, costellato di croci, non potrà che mettere alla prova le fede dei discepoli, disorientati da catastrofi naturali e da conflitti provocati dall’umana volontà di potenza, umiliati dal moltiplicarsi delle persecuzioni a motivo della fede nel Signore Gesù. Non diversamente da questi primi anni del ventunesimo secolo, il Novecento – apparentemente così lontano da predizioni apocalittiche – ha visto il moltiplicarsi tanto dei conflitti, quanto delle persecuzioni nei confronti dei cristiani diffusi ormai su tutto il globo terrestre, ma soprattutto il susseguirsi di ideologie tese a sostituirsi alla religione cristiana nel costituire l’ethos dell’Occidente. Forse i nostri non sono più tempi di grandi profeti, ma non mancano più quotidiani e subdoli “falsi messia” che prometto un benessere psicofisico totalmente auto-referenziale, che inneggiano ai benefici di un consumismo sempre più allarmante e che – più larvatamente – stanno tessendo le trame per rinforzare la gabbia d’acciaio di una burocrazia sempre più asfissiante per il popolo, lasciando alla libertà più selvaggia intere praterie di transazioni finanziarie globali, ultima maschera dell’idolo impersonale cui l’umanità continua a prostrarsi, facendosi schiavizzare. Ma nemmeno il “pensiero unico” è la fine! Le parole della Parola definitiva del Padre, fattasi carne, sono un sicuro fondamento per un duplice movimento che deve sempre accompagnare la vita dei suoi discepoli: alla speranza per la vittoria finale del Cristo, “già” realizzatasi nella risurrezione, corrisponde la testimonianza critica delle forme idolatriche del presente propria della Chiesa che cammina nella dimensione del “non ancora”. Speranza e critica del presente sono le due facce della stessa medaglia con cui il Corpo di Cristo è chiamato ad attraversare i sentire della storia nell’attesa del ritorno glorioso del suo Capo e Signore. Solo sulla sua parola i cristiani possono vivere i tempi della persecuzione, fisica o culturale, fatta di odio, tradimento e condanne a morte, senza temere: “nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto”. La ricapitolazione che avverrà per mezzo di Lui e in Lui, alla fine dei tempi, ci restituirà trasfigurato tutto ciò che ci è stato dato per seguirlo, insieme alla partecipazione piena alla sua stessa vita divina in una relazione d’amicizia che non conoscerà mai fine. Perseverare per grazia all’interno di questo legame con il Signore, che comprende anche le sorelle e i fratelli ch’egli ci ha dato, significa salvare la propria vita. Ma soprattutto la perseveranza finale, insegna san Tommaso d’Aquino, non si può meritare: è un dono che proviene dall’onnipotenza misericordiosa del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.