La Grazia, ossia il fascino della misericordia di Cristo

3 Novembre 2019

Letture: Sap 11,22-12,2; Sal 144; 2Ts 1,11-2,2; Lc 19,1-10

Il magnifico passo tratto dal libro della Sapienza, con chiaro andamento contemplativo, viene oggi abbinato alla vivace narrazione con cui l’evangelista Luca descrive l’incontro tra Gesù e Zaccheo che si conclude con la conversione del ricco pubblicano. La compassione iscritta nella relazione tra Dio e le creature splende nella persona del Signore Gesù in modo tale da attrarre invincibilmente Zaccheo. L’indulgenza del Figlio lascia intravvedere al pubblicano la possibilità e la bellezza della conversione e quanto ci sembra impossibile accade. Questi due testi mostrano con forza il dinamismo della grazia che pervade tanto la creazione quanto la redenzione, avendo come centro il Cristo stesso, per mezzo del quale tutte le cose sono state create e sussistono.

Già san Tommaso d’Aquino sosteneva che la misericordia di Dio, come fondamento delle opere divine, si esprime nell’atto stesso della creazione, per cui da principio ogni ente creato è costitutivamente pervaso dalla quella stessa misericordia, in quanto non vi è miseria più grande del non-essere. Questa dottrina sembra risuonare nei versi del libro della Sapienza quando viene riconosciuto che “ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata”. Quest’amore onnipotente si declina come “compassione” e come “indulgenza”: “Hai compassione di tutti, perché tutto puoi, chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento. […] Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue, Signore, amante della vita”. L’amore misericordioso del Signore abbraccia pertanto tutta la creazione e costituisce lo stile stesso del suo governo del mondo, fatto di pazienti correzioni e di ammonizioni rivolte affinché ci si affidi a Lui. La cura del Signore per quanto ha voluto chiamare all’esistenza non viene meno nemmeno nel momento del peccato, ma soprattutto la vita dell’uomo è conservata affinché possa giovarsi del perdono che sgorga originariamente ed indipendentemente dal peccato dell’uomo, per quanto si attui nella storia – come redenzione – attraverso il “caro prezzo” (Dietrich Bonhoeffer) della croce.

Anche la redenzione trova la propria scaturigine nell’amore misericordioso del Dio unitrino che si realizza nella storia attraverso la carne crocifissa e risorta di Gesù. Tocchiamo qui uno dei punti nodali del cristianesimo: la grazia – che ci permette di partecipare della vita divina, realizzando in noi la conversione dal peccato alla vita in Cristo – passa attraverso la carne di Cristo. Se poi consideriamo che il termine “grazia”, dal greco karis (da cui carisma, charme…), può essere tradotto come “fascino della misericordia divina”. L’episodio dell’incontro tra Gesù e Zaccheo può essere letto come la narrazione degli effetti della grazia che, attraversando la carne di Cristo, riesce a trasformare la grigia vita di un capo dei pubblicani, ripiegato su di sé e sull’accumulazione del denaro, nella vivace bellezza di uno “stravagante” neo-convertito. È il semplice passaggio di Gesù a suscitare un forte interesse nel ricco Zaccheo, tanto influente tra i pubblicani quanto piccolo di statura. Quasi incarnando negli effetti quel detto di Gesù: “nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre” (Gv 6,65), Zaccheo si lascia guidare dall’attrazione che Gesù esercita su di lui, fino a quel gesto fortemente inusuale di arrampicarsi sul sicomoro per poterlo anche solo vedere che lascia intravvedere come il pubblicano fosse già in un certo senso dimentico di sé, palesando i propri difetti, incurante del giudizio altrui. È nel momento in cui Zaccheo giunge a spogliarsi della preoccupazione di dover salvaguardare la propria dignità che Gesù volge il suo sguardo su di lui, invitandolo a scendere perché aveva intenzione di fermarsi a casa sua. Non sappiamo che cosa o chi avesse suscitato in Zaccheo il forte interesse per Gesù, ma è certo che il Signore gli dice di volerlo andare a visitare proprio nel momento in cui lui – salendo sul sicomoro – di fatto si umilia, proprio a causa di colui che aveva dichiarato “chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”. La sua pienezza di gioia e la sua fretta fattiva non sono affatto scalfite dalle mormorazioni sul comportamento di Gesù che, addirittura, vuole “entrare in casa dei peccatori”! Le ricche donazioni di Zaccheo, segno della realtà della sua conversione, permettono a Gesù di ribadire il senso della sua missione: egli entra in casa dei peccatori perché “il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto”. Anche Zaccheo, ricorda Gesù, è “figlio di Abramo” e in Cristo viene a compiersi la promessa fatta al patriarca. La grazia, come fascino della misericordia divina, attrae e trasforma Zaccheo realizzando nel cuore di quel ricco pubblicano quella salvezza che Gesù è venuto a donare ad ogni uomo e ad ogni donna.

Quanto scrive Paolo all’inizio del brano tratto dalla seconda lettera ai Tessalonicesi può essere ripreso, al termine dell’omelia, come preghiera a favore dell’assemblea: “Fratelli, preghiamo continuamente per voi, perché il nostro Dio vi renda degni della sua chiamata e, con la sua potenza, porti a compimento ogni proposito di bene e l’opera della vostra fede, perché sia glorificato il nome del Signore nostro Gesù in voi, e voi in lui, secondo la grazia del nostro Dio e del Signore Gesù Cristo”.