La festa senza fine

11 ottobre 2020

LETTURE: Is 25,6-10a; Sal 22; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14

Quella che il vangelo di questa settimana riporta è la terza delle parabole fra i capitoli 21 e 22 di Matteo che vertono sul tema del rifiuto di Cristo da parte di coloro a cui per primi era stato inviato – in particolare, si tratta di parabole rivolte «ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo» (Mt 21,23). Questo è dunque il significato che innanzitutto si coglie nelle immagini che Gesù propone: il re che prepara il banchetto di nozze per il figlio, di nuovo i servi inviati e maltrattati e infine gli altri, quelli che in realtà non avevano all’inizio ricevuto l’invito e che prendono il posto degli invitati della prima ora. In tutte queste immagini è evidente il riferimento al banchetto del Regno, ai profeti, al popolo dell’Antica Alleanza, alla chiamata dei gentili.

Il riferimento al banchetto, d’altro canto, mette in relazione la profezia di Isaia della prima lettura con il vangelo. Si tratta non solo di un’immagine frequente, ma anche di una situazione reale che vede spesso Gesù per protagonista: il Signore si intrattiene volentieri nel convivio, ora con i notabili, ora con i peccatori. Spesso i suoi insegnamenti e i suoi racconti hanno luogo in quel contesto; perfino il memoriale della sua morte e della sua resurrezione, il prezioso dono del suo corpo e del suo sangue, avviene durante una cena. Come accade per altre realtà fondamentali della vita, potremmo dire che anche per il nutrirsi si evidenzia una scalarità fra una modalità puramente animale, una modalità umana che comporta una cultura e una modalità più che umana, soprannaturale, in cui il cibarsi diviene segno di amore e veicolo di Grazia. L’animale mangia per sussistere, l’uomo fa del cibo un’arte e un momento di comunicazione; Dio fa di tutto ciò il segno efficace della comunicazione con lui, con la vita eterna.

Lo straordinario testo del libro di Isaia ci pone di fronte a immagini forti, di buio e di luce, di vita e di morte. Il volto dei popoli è coperto da un velo; una fitta nebbia li avvolge: non possono vedere. L’enigma dell’esistenza umana è grande, e Chi ne è la spiegazione, l’autore dell’intero cosmo, ha fatto sì che tutti i popoli cercassero Dio, «se mai, tastando qua e là come ciechi, arrivino a trovarlo » (At 17,27): a tentoni, come si va nel buio – così Paolo parla all’Areopago di fronte all’ara per il «Dio ignoto». Chi va a tentoni, rischia di inciampare; le disavventure dell’uomo religioso sono ancora più drammatiche, perché egli mette in gioco tanto di più, quanto più è in causa ciò che ritiene essere al centro della propria esistenza. I sacrifici umani, le guerre, la persecuzione, spesso sono comparse su questi orizzonti. La ricerca di Dio è spesso drammatica.

L’enigma dell’esistenza umana, poi, di fronte alla morte si fa sommo, come ricorda una straordinaria pagina di un documento del concilio Vaticano II (Gaudium et spes, n. 18). Brancolando nel buio, nella notte del senso, l’uomo deve convivere con il male e percepisce l’estremo incontro con l’ultimo e il peggiore dei mali. Il profeta annuncia che tutto questo avrà termine: Dio strapperà il velo che copriva la faccia dei popoli e rivelerà il suo volto, e poi eliminerà la morte per sempre, asciugherà ogni lacrima.

Questa è la promessa che si è avverata in Gesù Cristo, colui che rivela il volto del Padre e che salva l’uomo dalla morte e dal peccato. Siamo invitati a nozze: questo è il nostro destino. All’inizio della nostra storia non c’è il caso; alla fine della nostra storia non c’è il nulla: all’inizio e alla fine c’è l’Amore, che ci ha voluti e predestinati per una festa. Questa è la nostra fede, questa è la fede della Chiesa, che altro non è se non l’assemblea di coloro che affermano: «Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore di Dio per noi» (1Gv 4,16).

Non abbiamo molti modi per immaginarci la vita eterna: possiamo escogitarne di nostri, costruire il cammino della speculazione sugli aridi intrecci di concetti che non riusciranno comunque a rendere «ciò che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo» (1Cor 2,9). Ciò che è certo, garantito dalla rivelazione, è – ci dicono le letture di oggi – che la vita eterna assomiglia a un banchetto: così il Signore a voluto descrivercela.

Nelle prime pagine del suo bellissimo Il dottor Zivago, Boris Pasternak mette in scena un dialogo fra lo zio del protagonista, e un suo interlocutore, mentre viaggiano su un treno. Lo zio afferma: «Ce ne sono al mondo di cose che meritino fedeltà? Ben poche. Io penso che si debba essere fedeli all’immortalità, quest’altro nome della vita, un po’ più forte. Essere fedeli all’immortalità, fedeli a Cristo”». Verrebbe da chiosare: la coerenza nella ricerca dell’immortalità è l’unica che ci mette al sicuro dal perseverare in terribili errori. La fedeltà all’errore non è una virtù, per essere fedeli all’immortalità bisogna essere fedeli alla vita; amarla fino in fondo. Perché chi cerca con passione e sincerità l’immortalità non può che trovare Cristo.