ALMENO QUANTO UN GRANELLO DI SENAPE

6 ottobre 2019

Letture: Ab 1,2-3;2,2-4; Sal 94; 2Tm 1,6-8.13-14; Lc 17,5-10

La vitalità del granello di senape, seppur davvero minuscolo, è davvero sorprendente se si considera che è in grado di dar luogo ad una grande pianta. Gesù ne trae spunto per parlare del Regno di Dio. Questo è infatti “simile ad un granello si senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami” (Lc 13,19).

Nella pericope evangelica proposta dalla liturgia della Parola di questa domenica, Gesù impiega la medesima immagine del granello di senape, per istruire gli apostoli sull’essenza della fede. L’insegnamento del divino Maestro risuona con la medesima forza e la con la stessa urgenza anche oggi. La richiesta degli apostoli, che riflette probabilmente la raggiunta consapevolezza dell’importanza di avere una fede intensa per affrontare la sequela, riprende in un certo senso la convinzione espressa dal profeta Abacuc: il solo modo per vivere in un mondo fatto di rapina e violenza, di liti e contese, consiste per il profeta nella fede. È questa infatti che rende tale il giusto e il giusto, proprio a motivo della sua fede, vivrà comunque, per quanto la violenza sembri prevalere. Gli apostoli comprendono che la loro fede è insufficiente e implorano il loro Signore affinché la aumenti, ma Gesù risponde in un modo che inizialmente non può che spiazzare i suoi. Ne rovescia abilmente la prospettiva, lasciando intendere qualcosa di veramente importante rispetto alla fede: il problema, infatti, non consiste nell’accrescere la fede, ma nel viverla effettivamente, ossia nell’accoglierne il dono lasciandolo operare nel succedersi dei giorni e delle stagioni della vita. Altro che “accrescere” la fede… se infatti qualcuno avesse fede nella misura – per quanto inconsistente, minima e ridottissima – di un granello si senape, potrebbe comandare ad un gelso di sradicarsi e di andare a piantarsi nel mare e questo gli obbedirebbe. Che cosa possiamo imparare da quest’insegnamento paradossale di Gesù? Si possono apprendere almeno due caratteristiche delle fede sulle quali occorre soffermarsi con atteggiamento meditativo. La prima coincide con il carattere teologale della fede: se proviene da Dio, come suo dono, non può essere accresciuta di per sé, perché non vi è misura maggiore del dono che Dio ha concesso all’uomo. La seconda caratteristica, intrinsecamente connessa alla prima, consiste nell’efficacia della fese stessa: quando la fede opera nel cuore dell’uomo, essa gli consente di vivere intensamente, contribuendo – per grazia di Dio – ad aprire vie impensate nella storia. Ma i discepoli non hanno e non avranno fede quanto un granello di senape, almeno fino a che Gesù non abbia compiuto la propria missione donando la propria vita per i propri amici e risorgendo per condividerla con noi.

Secondo il tipico stile lucano, caratterizzato dalla concatenazione di episodi compiuti in se stessi, alla richiesta degli apostoli di aumentare la loro fede segue un insegnamento di Gesù che può essere interpretato nella linea dello stile missionario che gli apostoli dovranno adottare per testimoniare la loro fede. L’insegnamento sul “servo inutile” contiene infatti un invito molto determinato a vivere la predicazione del vangelo come persone che non appartengono a se stesse, ma si trovano in una situazione piuttosto simile a quella degli “schiavi”. Tutto quello che fanno, lo fanno senza considerarsi meritevoli di ricompensa, senza pensare ad un utile individuale. Portare il Signore agli altri deve essere l’unico desiderio e per questo non si cerca alcun tornaconto. L’evangelista Matteo ha esplicitato con grande chiarezza la situazione di colui che il Signore ha scelto e inviato come apostoli: “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8).

La condizione dell’apostolo è poi rappresentata da san Paolo, soprattutto nel momento della debolezza in cui ricorda a Timoteo di “ravvivare il dono di Dio” che è in lui “mediante l’imposizione” delle sue mani. Un tenere in vita la gratia praedicationis che coincide con il rifarsi agli insegnamenti ricevuti da Paolo nella fede e nell’amore che è in Cristo Gesù, cui corrisponde il duplice movimento consistente, da un lato, nel rendere testimonianza al Signore e a Paolo in carcere (senza vergognarsi del mistero della debolezza) e, dall’altro, nel custodire mediante lo Spirito Santo il bene prezioso affidatogli. Rendere testimonianza al Figlio e custodire il deposito della fede per mezzo dello Spirito Santo: per queste azioni, rese possibili dal dono della grazia divina, non ci può essere alcuna ricompensa al di là del loro stesso esercizio, figura della divinizzazione donata dal Dio unitrino, per cui il massimo guadagno consiste nell’essere a coinvolti nella stessa vita divina. “Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge […] Non gli dirà piuttosto: ‘Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi […]’? […] Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: ‘Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare’”.