Riconoscersi bisognosi di essere salvati

27 settembre 2020

LETTURE: Ez 18,25-28; Sal 24; Fil 2,1-11; Mt 21,28-32

La pagina del vangelo di questa domenica riporta una parabola che Gesù espone «ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo». Si tratta di un’indicazione che – sebbene posta all’inizio del testo che oggi leggiamo, per chiarire il contesto – compare in realtà alcuni versetti prima, dove questi personaggi chiedono al Signore con quale autorità egli insegni (cfr. Mt 21,23). Oltre alla risposta, e alla parabola di oggi, Matteo pone di seguito altre due parabole rivolte agli stessi interlocutori – quella dei vignaioli omicidi e quella dell’invito al banchetto nuziale del figlio. Il contesto più ampio chiarisce allora un significato immediato, che Gesù vuole che i suoi diretti interlocutori colgano.

Il padrone della vigna chiede al primo figlio che vada a lavorarvi, e questi accetta: così Dio ha chiamato Israele e Israele ha accettato; ma poi, in realtà, come il figlio non è andato alla vigna così Israele, e le sue gerarchie in particolare – che sono gli interlocutori diretti di Gesù nel dialogo – non lo ha seguito. Quando Giovanni predicava la penitenza, i principi dei sacerdoti e gli anziani del popolo non gli hanno creduto, non hanno preso «la via della giustizia», pentendosi per credergli (cfr. Mt 21,32). Sono stati invece i pubblicani e le prostitute a credere alla predicazione del Battista: proprio come il secondo figlio della parabola, che ha risposto al padre che non aveva voglia di andare al lavoro, anche questi sembravano lontani e disinteressati al dono dell’Alleanza; si sono pentiti però, e sono andati alla vigna del Signore.

Non credo sia necessario insistere sul fatto che con questo il peccato e l’osservanza dei comandamenti che Dio ha dato a Mosè non vengono affatto relativizzati. La scelta paradossale dei pubblicani e delle prostitute serve a sottolineare attraverso dei casi particolarmente evidenti il contrasto con l’insensibilità dei notabili di Israele all’annuncio del Regno: si tratta in effetti delle categorie che in modo più vistoso vendono la propria dignità umana, per ottenere quanto Gesù non perde occasione di condannare nel Vangelo nel modo più deciso: il denaro, la ricchezza. Guardando ai nostri tempi, alle grandi comunicazioni e alle possibilità di guadagno che portano con sé, varrebbe forse la pena sottolineare in modo più deciso che la prostituzione più colpevole non è quella di chi, spesso in uno stato di effettiva schiavitù, è costretto a vendersi per le strade e nei circuiti del sesso a pagamento, ma quella meno pericolosa e a prima vista meno degradante ma in realtà non meno degradata, di chi per buoni e ottimi compensi vende la visibilità del proprio corpo. Dove finiscono le tensioni scatenate attraverso l’aggressione sistematica operata dalle immagini che provocano desideri così viscerali e difficilmente controllabili, spesso messe in campo per spostare il desiderio sui prodotti subito di seguito presentati? Su questo bisognerebbe forse interrogarsi di più, di fronte alla triste cronaca. Non si tratta qui di allinearsi a una stantia predicazione ossessionata dal sesto comandamento, ma di interrogarsi sulla mancanza di scrupoli di chi conosce fin troppo bene la psicologia del desiderio e ne abusa, ancora nel nome di Mammona. Del resto, anche qui, come in ogni prostituzione, chi guadagna di più è il profittatore.

Gesù non canonizza il peccato: nella parabola è chiaro che il secondo figlio va alla vigna perché «pentitosi». I pubblicani e le prostitute «hanno creduto» a Giovanni, che predicava la penitenza. Questo è necessario, per intraprendere «la via della giustizia».

Tuttavia, vi è un altro aspetto, altrettanto importante. Vi è un vantaggio reale di pubblicani e prostitute nei confronti dei dottori e dei rappresentati della Legge. I primi, quale che sia la loro condizione di benessere, vivono in ogni caso una vita squallida. Fossero anche ricchi, famosi, idolatrati: nella loro inevitabile solitudine sentono che non è questa la vita per cui sono fatti, per cui un uomo è fatto. Toccati da un richiamo forte e sincero, toccati in ultima analisi dalla Grazia, possono riconoscere più facilmente di essere bisognosi di salvezza. Qualsiasi sia la loro disponibilità economica, il loro successo, sono dei poveri: a loro manca qualcosa di fondamentale, e davanti allo specchio, nello specchio della sincerità, non possono non rendersene conto.

Per contro i dottori, coloro che sono socialmente destinati a rappresentare l’istanza della giustizia e magari della religione, rischiano di non vedere che sono anch’essi bisognosi di Dio. Sono ricchi forse di buone maniere, di educazione, di buoni propositi: in questo modo, potrebbero finire addirittura per accampare crediti nei confronti di Dio. Non capiscono che hanno bisogno del Signore quanto i pubblicani e le prostitute.

In un altro passo del vangelo, di fronte alle obiezioni dei farisei al fatto che cenasse proprio con i pubblicani, Gesù risponde: «Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9,13). Certamente, con questo non intende dire che è venuto per i pubblicani perché i farisei, che seguono la Legge, sono già giustificati. In realtà, in modo più sottile, il Signore afferma che è venuto per i peccatori e che se tutti abbiamo bisogno di lui è perché tutti siamo peccatori. Chi è più in pericolo, allora, non è il peccatore manifesto, come i pubblicani e le prostitute che ben conoscono il loro errore e lo squallore della loro vita.