15 settembre 2019

La gioia e l’intimità come frutti della misericordia

Letture: Es 32,7-11.13-14; Sal 50; 1Tm 1,12-17; Lc 15,1-32

Le letture bibliche odierne pongono il cristiano di fronte alla propria debolezza e alla misericordia del Padre. Al peccato e al perdono. Mosè chiede perdono per tutto il popolo prostrato e perso dietro ad un vitello d’oro (prima lettura); e Paolo, scrivendo a Timoteo, ricorda che Cristo è venuto nel mondo per salvare i peccatori, dei quali il primo è ciascuno di noi (seconda lettura). Ma è Cristo stesso che si mostra misericordia e perdono, quando va in cerca della pecora perduta, quando cerca la moneta smarrita e quando riaccoglie il figlio che era ‘morto’ (vangelo).

C’è un tema comune nelle tre parabole del vangelo odierno ed anche una caratteristica in comune: rispettivamente quello della gioia e quella della intimità. Il tema della gioia è evidente: all’immagine severa e anche dura che i farisei hanno di Dio, Gesù oppone quella di un Dio disinvoltamente colmo di gioia e facile da rendere felice! Il messaggio principale di ciascuna delle parabole si trova alla fine della prima: «Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione» (Lc 15,7). Il pastore che ha ritrovato la sua pecora perduta pieno di gioia se la carica sulle spalle, e dice ai suoi amici: «Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta» (Lc 15,6). Lo stesso fa la donna che ha perso una di delle sue dieci monete d’argento che dice alle sue amiche alle sue vicine: «Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto» (Lc 15,9). Il padre che ha ritrovato il figlio perduto invita tutta la casa alla gioia e fa preparare un grande banchetto. A questa immagine del padre così beatamente pieno di gioia e così incline a festeggiare, si oppone quella del figlio maggiore che, per nulla incline alla gioia, si inquieta quando sente la musica e le danze e si informa dai servi su ciò che sta accadendo. Dopo avere appreso il motivo di tanto tripudio, non soltanto si rifiuta di prendere parte alla festa ma si trasforma in un “guastafeste”! É certamente per noi consolante sapere che Dio si rallegra e gioisce ogni volta che ritorniamo a lui dopo esserci allontanati (verrebbe da dire che praticamente Dio è sempre in festa!), ma c’è qualcosa di più: ci invita anche con-gioire ogni volta che uno dei nostri fratelli ritorna alla sua casa. È questo il messaggio finale della parabola: «bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (Lc 15,32). 

La nota di intimità, cioè la caratteristica comune alle tre parabole, si esprime essenzialmente nell’uso dell’aggettivo possessivo. Il pastore della prima parabola non è un uomo isolato: ha degli amici e dei vicini con i quali annoda rapporti così stretti da essere chiamati i suoi amici e suoi vicini. Lo stesso vale per la donna della seconda parabola: invita le sue amiche e i suoi vicini a gioire con lei. Il pastore, inoltre, non si accontenta di aver trovato la pecora smarrita ma la porta teneramente sulle sue spalle e chiama i suoi amici a rallegrarsi perché egli dice «ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta» (Lc 15,6). L’animale è dunque diventato suo a un titolo particolare, ovvero per il fatto che era “perduto”. Nella parabola del figlio prodigo questa nota di intimità ritorna con più insistenza. Anche se il secondogenito è un debole ed un egoista che vuole godere della sua eredità, conserva sempre un legame personale con suo padre: infatti mentre sta per partire si rivolge al padre dicendo: «Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta» (Lc 15, 11); e quando si ritrova nella miseria dice tra sé: «Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te» (Lc 15,18). Attraverso dunque i suoi sbagli e i suoi peccati, non ha perso il senso della relazione filiale, anche quando se ne giudica indegno: «non sono più degno di essere chiamato tuo figlio» (Lc 15,19). Al contrario di quanto accade nel figlio maggiore il quale ha perso invece la relazione filiale e si è gradualmente trasformato in servitore: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando» (Lc 15, 29) e, poiché non è più in relazione filiale con suo padre, ha perso anche la relazione fraterna con il suo fratello. Infatti si rifiuta di chiamarlo tale quando rimproverando il padre dice sprezzantemente: «questo tuo figlio» (Lc 15, 30). Ed è a questo punto che il padre gli risponde: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (Lc 15,32).

Tutto è rassicurante per noi in questo vangelo perché ci insegna che anche quando trattiamo Dio come un maestro piuttosto che come un padre e quando ci dissociamo dai nostri fratelli Dio continua a dirci teneramente come al figlio maggiore della parabola: «Figlio, tu sei sempre con me» (Lc 15, 31).

Dobbiamo lasciarci allora invadere dalla gioia di avere un tale Padre e di essere perciò tutti fratelli e sorelle. Nel corso del banchetto eucaristico al quale siamo invitati a prendere parte ogni domenica, rallegriamoci e festeggiamo perché non soltanto eravamo perduti e non soltanto siamo stati ritrovati; ma ci ritroviamo tutti insieme nella stessa situazione.