Né la carne né l sangue… ma il Padre mio che è nei cieli

23 agosto 2020

LETTURE: Is 22,19-23; Sal 137; Rm 11,33-36; Mt 16,13-20

La liturgia della Parola presenta il celebre episodio evangelico in cui, a fronte della domanda che rivolge ai suoi discepoli quanto alla sua identità, il Signore Gesù riconosce la beatitudine di Pietro nel momento in cui questi lo riconosce come «il Cristo, il Figlio del Dio vivente». A tal riconoscimento segue il conferimento delle «chiavi del regno dei cieli». La prima lettura, tratta dal dal profeta Isaia, per quanto presenti non poche difficoltà d’interpretazione, ci introduce all’interno di un contesto messianico, cui Eliakim – figlio di Chelkia, con cui il Signore sostituisce il maggiordomo del palazzo Sebna – è figura degli inizi, a fronte del compimento che avverrà in Gesù. Evidentemente, però, il testo è stato scelto per la presenza del simbolo delle chiavi che stanno ad indicare il potere e l’autorità somma nell’esercitare un ufficio. La seconda lettura, tratta ancora dalla Lettera ai Romani di san Paolo apostolo, arricchisce la selezione di testi con una sorta di canto di lode al Signore motivata dalla contemplazione della sua ineffabile sapienza che si congiunge ad un’incomparabile generosità, che ha sempre l’iniziativa nella via della donazione: «chi gli ha dato qualcosa per primo tanto da riceverne il contraccambio? Poiché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose».

Anche la fede è dono, per l’apostolo Pietro come per noi. Non c’è nulla in noi, se non il desiderio di Dio che siamo (Henri de Lubac), che può corrispondere al tenore divino dell’illuminazione donata a Pietro, a riguardo dell’identità di Gesù, narrata dalla pagina del vangelo. Anche per quanto riguarda la qualità della nostra fede, non possiamo che ringraziare per il dono ricevuto: non c’è infatti nulla nella nostra carne e nel nostro sangue che sia in grado di farci aderire al Crocifisso risorto. A ricordarcelo, anche in modo piuttosto drammatico, c’è il celebre rimprovero che Gesù rivolge sempre a Pietro, solo pochi versetti dopo averlo chiamato “beato”: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!» (Mt 16,23). È infatti sulla base della libera accoglienza del dono divino che Pietro potrà essere effettivamente quella pietra sulla quale il Signore edificherà la sua Chiesa. L’apostolo Pietro, in cui la grazia è intervenuta a perfezione le resistenze della natura umana ferita, potrà così essere a tutela di quella fede che anima la Chiesa e che la rende immune da ogni prevaricazione delle potenze degli inferi. Il potere delle chiavi, che fa sì che le decisioni prese in terra risuonino fin nei cieli, è concesso a partire dal dono ricevuto e accolto; al di fuori di questa logica c’è ancora molto spazio affinché l’umanità di Pietro tenti di porsi come ostacolo al realizzarsi del disegno o si allontani dal suo Signore fino al triplice rinnegamento. Ma le potenze degli inferi, che Cristo ha promesso non potranno prevalere sulla Chiesa, non hanno prevalso nemmeno nel cuore di Pietro. A differenza di Giuda, la “pietra” piange amaramente alla vista del suo Signore prossimo al Calvario e consuma nel pentimento la propria presunzione (l’altra faccia della sua codardia!) fino a che – come racconta il capitolo 21 del quarto vangelo – il Signore lo invia per la missione di pascere i suoi agnelli. Per fare questo Pietro doveva prima essere posto nella condizione di esprimere un triplice attestato di amore nei confronti del suo Signore. Solo il Risorto, apparso ai discepoli, poteva mettere Pietro in condizione di sperimentare che il suo amore per Gesù – morto nel triplice rinnegamento – veniva risuscitato da una triplice affermazione di affetto, l’ultima delle quali tutta fondata sull’onniscienza di Cristo e pertanto liberamente dipendente ancora una volta dal suo dono di grazia, più che dal presunto e fallace amore meramente umano di Pietro stesso: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene» (Gv 21,17). È nella conoscenza che Cristo ha di Pietro che Pietro ritrova se stesso e il suo amore per Gesù… un amore tanto solido da condurlo, in fine, a morire effettivamente per il suo Signore.

Una volta che si è contemplata l’avventura di Pietro alla luce dei racconti del Nuovo Testamento, una volta che si è individuato il percorso singolare e meraviglioso di morte e risurrezione nell’amore per Gesù che la grazia dello Spirito Santo e la libertà petrina – ognuno pienamente nel proprio piano d’esercizio – hanno intrecciato, non si può che prorompere con san Paolo nel canto di meravigliata esultanza che conclude l’undicesimo capitolo della lettera ai Romani: «O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! Infatti, chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore?». La storia della salvezza, in cui Dio giunge – sempre secondo l’apostolo Paolo – a trarre dalla disobbedienza di tutti, il pretesto per usare a tutti misericordia, rimane qualcosa d’inafferrabile su questa terra. Qualcosa d’inafferrabile e, tuttavia, di meraviglioso, se ci soffermiamo a contemplare quelle che un tempo si chiamavano “le meraviglie della grazia divina” nella storia dei santi, in primis, ma anche nella storia di ciascuno di noi. Per quanto siamo in grado di cogliere solo alcuni tratti del Disegno divino, se lo riportiamo alla sua cifra paradigmatica che è Cristo e ne riconosciamo le tracce nella storia, non possiamo che lasciarci afferrare dal fascino della misericordia che costituisce la tonalità dominante della storia della salvezza.