25 AGOSTO 2019

LA PORTA STRETTA DEL REGNO CONCEPITO DA DIO PER TUTTE LE GENTI

LETTURE: Is 66,18b-21; Sal 116; Eb 12,5-7.11-13; Lc 13,22-30

Il paradosso è un una figura imprescindibile per l’annuncio della Parola: come la vita eterna viene donata all’umanità attraverso la morte di Gesù, così il regno di Dio cui affluiranno tutte le genti, di ogni lingua e provenienza, è caratterizzata da una porta  stretta.

L’amore di Dio, così come l’ampiezza della sua chiamata, non può essere in alcun modo ristretto da alcuna tratto legato alla condizione dell’umana finitudine, marcata dagli evidenti limiti dell’essere – per quanto non solamente – un corpo. Questo elemento implica infatti che ogni persona è radicata in un ambiente, ha una provenienza precisa, condensata in una comunità d’appartenenza e da una lingua che si distingue da tutte le altre. Molto spesso la comprensione religiosa della realtà ha fatto leva su queste caratteristiche per restringere la chiamata di Dio, l’ingresso nel suo Regno – e pertanto la portata del suo amore – sulla base della provenienza, della lingua o dei costumi. È uno degli aspetti critici della prospettiva religiosa, criticata sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, tesa a discriminare, a scartare, come segno della presenza di un potere che s’impone distinguendo gli uomini, troppo spesso, in costitutivamente adeguati o in costitutivamente inadeguati. Ma, grazie a Dio, le barriere che l’uomo testardamente continua ad erigere non arrivano fino al Cielo.

Nella prima lettura, tratta dal libro del profeta Isaia, viene dipinto con immagini particolarmente vivaci il movimento migratorio di tutte le genti verso il monte di Gerusalemme, la santa città di Dio. Dal punto di vista del Signore, queste persone sono fratelli degli Israeliti ch’Egli riconduce a sé come offerte gradite “su cavalli, su carri, su portantine, su muli, su dromedari”. Ed anche tra di essi, il Signore sceglierà dei sacerdoti leviti, oltrepassando così il senso di esclusione connesso alla vita cultuale. Non vi può essere limite alla vita nuova alla quale Dio chiama ogni uomo e ogni donna: una relazione infinita di amore in vista della quale l’essere umano è stato creato e per il quale, Dio – rimanendo fedele al suo Disegno di comunione – creerà “cieli nuovi e terra nuova” in stretta connessione con il dono di sé compiuto dal Figlio accettando la Croce e risorgendo per la nostra salvezza. È infatti il Signore stesso che interviene nella storia per riconciliare tutti in sé attraverso la realizzazione del mistero pasquale: “Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria”. Se queste parola hanno un indiscusso sapore escatologico, tuttavia una prima realizzazione – all’interno della logica cristiana del già e non ancora – può essere contemplata nel mistero della Chiesa che, in Cristo, è “in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (Lumen gentium, 1).

Nella pericope del vangelo secondo Luca è Gesù stesso, mentre si sta dirigendo a Gerusalemme per creare con il dono della sua vita la condizione di accesso al Regno di Dio, a riprendere il contenuto fondamentale della profezia di Isaia. Secondo Gesù le genti – insieme ad Abramo, Isacco, Giacobbe e a tutti i profeti – “verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio”. Il disegno di Dio, un disegno d’amore e di misericordia, manifesta una grande liberalità, quella della logica della sovrabbondanza descritta da san Paolo. Ma la salvezza non può essere concepita come una condizione cui si accede in modo, per così dire, immediato e meccanico. L’espressione “tutti si salvano” dice un’indifferenza rispetto alle storie e alle vite che rende irrilevante la realtà personale delle genti che il Signore è venuto a radunare nel Regno di Dio. La celebre espressione di sant’Agostino “Dio ci ha creato senza di noi, ma non ci salva senza di noi”, invece, pone al centro il carattere divino-umano – e pertanto interpersonale – dell’accesso alla salvezza che diviene così dono, atto di amore, gesto di misericordia e non un mero meccanismo. In questo senso, per la chiamata universale alla salvezza, si attua un procedimento analogo a quello in base al quale distinguiamo – in sede protologica – la creazione dall’emanazione. Gesù non risponde al tale che lo ferma per chiedergli se sono pochi quelli che si salvano. Ad una domanda del genere che manifesta soprattutto una curiosità indiscreta e, al limite, irrispettosa del segreto del Padre riguardo al giudizio finale, Gesù coerentemente non risponde, ma cambia il punto di vista richiamandolo verso ciò che l’uomo deve effettivamente e consapevolmente affrontare. “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. […] Allora comincerete a dire: ‘Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze’. Ma egli vi dichiarerà: ‘Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!’. Là ci sarà pianto e stridore di denti…”. Nemmeno la partecipazione alla cena del Signore può essere brandita come carta d’ingresso per il Regno di Dio. L’accesso al Regno è dono di Dio che accade all’interno di una relazione interpersonale in cui occorre che l’uomo si faccia “piccolo” per accogliere questo dono, tanto “piccolo” da passare per la porta stretta. La lettera agli Ebrei esprime una logica simile quanto alla correzione: “Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre? Certo, sul momento, ogni correzione non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo, però, arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati”. Se vi è sofferenza o se si deve parlare di “sforzo”, come nel vangelo, questi elementi devono sempre essere pensati e vissuti all’interno dell’ancora inaudita Buona Novella: tutto accade all’interno della relazione divina-umana d’amore. Solo chi rinuncia ad essa, in piena avvertenza e deliberato consenso, si rifiuta in fondo di passare per la porta stretta.