AFFINCHÉ NON CI STANCHIAMO, PERDENDOCI D’ANIMO

18 AGOSTO 2019

LETTURE: Ger 38,4-6.8-10; Sal 39; Eb 12,1-4; Lc 12,49-53

Se pensiamo alla situazione spirituale della nostra Europa, presa dalle alterne vicende dei mercati cui ha affidato gran parte della sua speranza, non possiamo che riconoscere come essa sia segnata in profondità da una perniciosa stanchezza spirituale. Esito del processo di disincanto e di disillusione che si è prodotto parallelamente al diffondersi del progresso tecnico e del benessere economico, questo stato di prostrazione spirituale si risolve nelle forme, più o meno commerciali, di uno spiritualismo autoreferenziale, delle tante psico-pseudo-religioni del benessere o nella resa a fronte di un fatalismo in cui – mentre vien meno la tensione al bene – vige l’unico ideale del perseguimento del male minore, soprattutto a livello individuale o familiare.

Le pagine previste per questa domenica del Tempo Ordinario, di non immediata comprensione, richiamano, da un lato, al fatto che la vocazione cristiana richiede molto spesso di andar contro-corrente, rischiando nell’immediato più di dividere che di unire a buon mercato e, dall’altro, ci offrono – all’interno di questo contesto – in Cristo una via per uscire dall’assopimento spirituale di cui siamo tutti più o meno vittime.

Sia il testo tratto dal libro del profeta Geremia, sia la pagina del vangelo secondo Luca, ci invitano a considerare uno degli aspetti meno facilmente accettabili della fede. Quando essa viene vissuta radicalmente, proprio per il marchio dell’Assoluto che porta con sé, non può che entrare in conflitto con il comune modo di pensare del proprio tempo e, prima o poi, questa differenza porta divisione ed anche ostilità nei confronti dell’uomo di Dio. Questo tratto diviene caratteristico di tutta la vita del profeta Geremia, fino dalla vocazione: “Ecco, io metto le mie parole sulla tua bocca. Vedi, oggi ti do autorità sopra le nazioni e sopra i regni per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare […] Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti” (Ger 1,10.19). La Parola di Dio impone a Geremia di profetizzare fatti sgraditi al popolo che ha voltato le spalle all’Onnipotente e il profeta diviene consapevole che dovrà pagare di persona, forsanche con la vita, la sua fedeltà al mandato divino: “Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto violenza e hai prevalso. Sono diventato oggetto di derisione ogni giorno; ognuno si beffa di me. Quando parlo, devo gridare, devo urlare: ‘Violenza! Oppressione!’. Così la parola del Signore è diventata per me causa di vergogna e di scherno ogni giorno” (Ger 20,7-8). Se Geremia, dopo essere stato calato nella cisterna, ne viene tirato fuori sempre per ordine del re, Gesù verrà messo a morte per la sua obbedienza al Padre e per il suo amore per gli uomini. Per quanto Gesù sia venuto per donarci la riconciliazione e la pace, questa non può trionfare sull’uomo ferito dal peccato originale senza conoscere momenti di profonda frattura. La pagina lucana proposta dall’odierna liturgia della Parola riporta parole di Gesù che esprimono il suo essere “segno di contraddizione”, il suo procedere controcorrente rispetto alle logiche degli uomini fino a provocare rotture all’interno dei forti legami familiari testimoniati dal modo di vivere del suo tempo: “Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione” (Lc 12,51). Se la carità di Cristo, da ultimo, conduce all’unità, questo non significa che la reazione di coloro che ne prescindono non reagiscano separandosi da coloro che hanno iniziato a viverne. La divisione che la predicazione di Gesù ha comportato fanno quindi tutt’uno con il mistero della Croce e con la sua opera di verità quanto al cuore dell’uomo. È la stessa fede che ci unisce al Crocifisso risorto a consentirci la speranza che alle divisioni seguano nuove e più intense relazioni, come portato delle testimonianze e delle conversioni, all’insegna della riconciliazione operata dallo Spirito Santo.

Se la radicalità della fede implica divisione tra le persone, lo può fare anche – dal punto di vista che qui chiameremo ‘culturale’ – nei confronti del clima spirituale di un epoca. Se la nostra Europa è assopita in un profondo torpore spirituale, il suggerimento che possiamo trarre dalla pagina riportata della lettera agli Ebrei consiste nel ritornare alla contemplazione del Cristo, respinto e vituperato, per ripartire da Lui “che dà origine alla fede e la porta a compimento”. Lasciare nella nostra vita un certo tempo per lasciarci coinvolgere dal mistero del Cristo crocifisso, risorto e assiso alla destra del Padre, può essere – ancora e di nuovo – la via per vincere quest’ultima forma della resistenza culturale e spirituale alla sequela Christi. “Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo”. Impariamo quindi a riposare nella contemplazione del mistero di Cristo, con tutta la sua durezza e con tutta la sua soavità, per poter ricevere in dono quella forza che ci è necessaria per perseverare nella “corsa” della vita.