Il pane condiviso in Cristo è sufficiente per tutti

2 agosto 2020

LETTURE: Is 55,1-3; Sal 144; Rm 8,35.37-39; Mt 14,13-21

La liturgia della Parola tiene insieme in modo molto persuasivo, dal punto di vista eucaristico, il bisogno umano fondamentale del cibo – cui il Signore promette di rispondere con abbondanza nella prima lettura, tratta dal Libro del profeta Isaia – e l’annuncio della solidità dell’amore con cui Cristo ci ha uniti a sé cantato da san Paolo nella pagina della lettera ai Romani proposta all’attenzione dell’assemblea. Nella pericope evangelica la moltiplicazione dei pani è chiaramente motivata dalla compassione viscerale che è la forma che quell’amore originario assume nei confronti degli ultimi e dei peccatori. La compassione del Figlio inaugura un dinamismo che converte gli stessi discepoli, coinvolgendoli in un’avventura in cui sono chiamati a prendersi cura del prossimo in difficoltà ben al di là delle proprie possibilità. La scoperta gioiosa di chi ha accettato di dare fiducia a Gesù nonostante le apparenze consiste essenzialmente nel dover riconoscere la ricca sovrabbondanza che rimane dopo che il pane, benedetto dal Cristo, sia stato condiviso senza calcoli o timori eccessivi.

La prima lettura apre con un accorato appello – lanciato dal Signore in vista di un’alleanza eterna – affinché ogni uomo possa accogliere la vita da Dio, attraverso l’accoglienza dei mezzi di sussistenza (acqua, vino e latte) accettati gratuitamente, a differenza di quanto l’uomo fa normalmente: spendere i propri guadagni per ciò che non sazia. Ma presto la proposta del Signore si qualifica, riprendendo sullo sfondo la logica dell’antico adagio veterotestamentario: «l’uomo non vive di solo pane vive, ma di tutto ciò che esce dalla bocca di Dio» (Dt 8,3). L’ascolto precede la nutrizione, l’ascolto precede la vita. Chi ascolta Dio con fede mangerà ottimamente, aprendosi alla vita vera. Sfruttando la collocazione di questo testo nel conteso liturgico penso non si vada molto lontano dalla verità dicendo che il Profeta prepara la tavola per la Seconda mista.

La profezia di Isaia si realizza in Gesù: egli è colui che guarisce e sfama. Nella versione della moltiplicazione dei pani e dei pesci offerta dal vangelo secondo Marco la continuità con la prima lettura è ancora più forte. Prima della donazione dei pani, infatti, l’evangelista scrive che Gesù, dopo aver visto una grande folla, «ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose» (Mc 6,34). Al posto dell’insegnamento, Matteo preferisce sottolineare un elemento altrettanto significativo del suo messianismo, come la guarigione. Oltre all’evidente riferimento eucaristico, scandito dalle azioni di Gesù che alza gli occhi, recita la benedizione, spezza i pani e li distribuisce, intendiamo sottolineare due momenti forti della narrazione. Si tratta di due forme del coinvolgimento: Gesù procede, da un lato, da quel poco cibo che i discepoli possedevano e che sono stati disposti a condividere. Il cibo condiviso nel nome di Gesù, ci dice così il racconto, risulta non solo sufficiente per tutti, ma addirittura sovrabbondante. Dall’altro lato, parte consistente del miracolo di Gesù consiste nel coinvolgimento dei discepoli in prima persona. All’invito «voi stessi date loro da mangiare» segue la mediazione nella distribuzione dei pani: «li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla». Il messaggio è chiaro: i discepoli di Gesù vengono chiamati da Gesù stesso a collaborare, come mediatori, della vita che procede gratuitamente e originariamente da Lui, quale scaturigine della vita vera di cui il pane costituisce il simbolo in forza della sua grande capacità di sostenere l’uomo. Come la folla è «catturata» (André Louf) da Gesù, così i discepoli sono invincibilmente coinvolti in quella che sembra una missione impossibile (sfamare la folla nel deserto con cinque pani e due pesci), ma che risulta praticabile sulla base della fiducia nutrita nei confronti di Gesù stesso. Detto questo, è giunto il momento d’interrogare il testo evangelico con una domanda che va proprio al centro del dinamismo della narrazione: con quale forza Gesù riesce a coinvolgere i discepoli in quest’avventura della cura per la folla, affamata e stanca, «rapita» dal Nazareno? Con tutta probabilità la forza di Gesù fa tutt’uno con la sua compassione viscerale, intesa come espressione di quell’agape che anima l’intera vita del Figlio di Dio incarnato e della sua Chiesa.

È questa l’agape di Cristo da cui l’apostolo Paolo, nella seconda lettura, si chiede chi potrà mai separarci. La pagina della lettera ai Romani ci assicura che, anche in un contesto di persecuzione (e nel corso del Novecento e del nostro tempo, questo riferimento è risultato dolorosamente reale per numerosi cristiani in tutto il mondo!), quell’amore che ha motivato Gesù a guarire i malati presenti nella folla o a sfamarla, coinvolgendo i suoi discepoli, non può venir meno. Siamo infatti resi vincitori con il Cristo, il cui amore ha vinto la morte, per pura grazia, essendoci uniti a Lui in forza di quell’agape che risulta – ad un tempo – tanto discreto e delicato nell’offrirsi alla nostra adesione, quanto implacabile nell’operare per il nostro bene.