LA PREGHIERA TRA ESIGENZA E RESPONSABILITÀ

28 luglio 2019

LETTURE: Gen 18,20-32; Sal 137; Col 2,12-14; Lc 11,1-13

Molto spesso avvertiamo il dovere della preghiera come oppressivo, ne scambiamo l’appello per il richiamo ad un’altra tra le mille cose da fare ed in questo modo rischiamo di smarrire il dono ch’essa porta nella nostra vita. Oltre a questo, nel mancare all’incontro col Signore nella preghiera, veniamo anche meno ad una nostra responsabilità nei confronti dei fratelli che sappiamo essere in difficoltà e che potrebbero essere sostenuti dalla nostra prossimità spirituale. Sebbene siano state espresse in modo molto semplice, sono queste le linee principali di riflessione che possono essere sviluppate a partire dalla meditazione della Parola di Dio che la chiesa ci affida nel contesto liturgico di questa XVII domenica del Tempo Ordinario.

Commentando il breve passo della lettera ai Colossesi oggi propostoci, possiamo forse dire che la preghiera cristiana è la forma dialogica propria di coloro che “con Cristo sepolti nel Battesimo” sono con Lui “anche risorti mediante la fede nella potenza di Dio”. Uniti al Figlio nella morte rituale rappresentata dall’immersione nell’acqua battesimale e ancor più nella risurrezione con Lui a vita nuova, finalmente costituiti membra vive del suo stesso Corpo che è la chiesa, veniamo liberati dalla sordità spirituale per poter ascoltare la Parola di verità e ci viene sciolta la lingua perché possiamo proclamarla ai fratelli e partecipare alla preghiera, che può essere considerata come la lingua comune del Regno di Dio. Il Salmo 137 ci offre alcuni esempi fondamentali della modalità linguistica con cui si esprimono coloro che sono risorti con Cristo a vita nuova: “Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore: hai ascoltato le parole della ma bocca” e “Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà: hai reso la tua promessa più grande del tuo nome”. La preghiera si rivolge al Signore e, una volta ch’essa sia stata ascoltata, consente espressioni dense di ringraziamento, insieme al riconoscimento di quanto Egli continua a fare per gli umili che si affidano a Lui, mentre il superbo non può avvertire al sua divina prossimità. La preghiera diventa così espressione di pieno abbandono all’onnipotente misericordia divina che salva, risposta adeguata all’affidabilità del Dio il cui “amore è per sempre”.

Fu il fascino esercitato dal modo con cui Gesù pregava o il desiderio di emulare i discepoli di Giovanni a suscitare in uno dei suoi discepoli la richiesta: “insegnaci a pregare”? L’evangelista Luca non lo dice e per noi è molto difficile, per non dire impossibile, poterlo sapere. Questa richiesta, tuttavia, ci aiuta ad inquadrare una realtà più volte ricordata nel Nuovo Testamento: l’esigenza di pregare è accompagnata, in modo non proprio indolore, dalla consapevolezza di non saper pregare. Il tema della preghiera dischiude un peculiare aspetto della condizione umana: se il desiderio di preghiera – ossia di poter lodare, ringraziare e implorare qualcuno a ragione – fa tutt’uno con la nostra stessa appartenenza al genere umano, al tempo stesso in cui emerge quest’esigenza sappiamo anche che non possiamo soddisfarla da soli, ma che dobbiamo attendere l’insegnamento di un altro che ci insegni a pregare. Basterebbe questo per dissolvere il fraintendimento gnostico che impedisce a molti di intendere correttamente il senso della preghiera cristiana: lungi dal dover cercare come pregare “dentro di sé”, nello spazio immaginario costituito da una chiusa auto-referenzialità, occorre rivolgersi ad un’altra persona, avere l’umiltà di riconoscere la propria incapacità e di disporsi insieme ad ascoltare. Insieme alla sorpresa di scoprirsi a pregare, proprio nel momento in cui ci allontaniamo a sufficienza da noi stessi per poter sintonizzarsi sulla frequenza dell’Altro. In questo senso, nel solo rivolgerci al Padre riconosciamo che noi stessi e tutto ciò che è creato trova la propria ragion d’essere in un Altro e che soprattutto tra noi e l’origine da cui discendiamo vi è una relazione di cura. “Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono”. Ed è qui che la preghiera diventa inabitazione. Ospitiamo in noi lo Spirito Santo e, poiché laddove vi è lo Spirito vi è anche il Padre e il Figlio da cui lo Spirito stesso procede come da un unico principio, così ci disponiamo a fare l’esperienza fondamentale descritta da san Paolo: non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me!

Una volta che si sia fatta quest’esperienza d’affidamento totale, in cui ci viene donata la consapevolezza di essere in Dio così come Dio è in noi, non può esserci alcuna possibilità per un atteggiamento di chiusura nei confronti di Dio stesso, degli altri e della realtà. Giunti al nucleo dell’esperienza dischiusa dalla preghiera sarà spontaneo chiedere tanto che sia riconosciuta la santità del Nome di Dio quanto che siano perdonati i nostri peccati così come noi – coadiuvati dalla grazia – possiamo perdonare ai nostri debitori. L’esigenza della preghiera in cui si scopre la cura del Padre per la nostra vita si risolve nella responsabilità per l’Altro e gli altri. Una responsabilità che consiste nel rispondere a Dio, riconoscendolo come tale nella propria vita, e nel rispondere al grido degli altri, cercando di operare con perseveranza per custodire la vita dei nostri fratelli, soprattutto se minacciati… fosse anche dalla giustizia divina… Così come ci mostra l’episodio di Abramo narrato nel Libro di Genesi, con tutta la forza consentita ad uno dei più significativi episodi del Pentateuco: riconoscendosi “polvere e cenere” Abramo strappa a Dio la salvezza di Sodoma e Gomorra, se si troveranno in esse almeno dieci giusti.