GLI IMPREVEDIBILI SENTIERI DELLA FEDE

11 AGOSTO 2019

LETTURE: Sap 18,6-9; Sal 32; Eb 11,1-2.8-19; Lc 12,32-48

L’atteggiamento dell’uomo di fede è caratterizzato dalla disponibilità a fronte dell’imprevedibile che accade. Come il ritorno del Signore Gesù non può essere pianificato, perché trascende radicalmente ogni umana capacità di programmazione o di previsione, così la disposizione fondamentale dell’uomo di fede consiste in un affidamento non meno radicale quanto all’esito delle proprie scelte di vita. Al padre della fede Abramo il Signore non dice “Esci dalla tua terra e va lì o recati là”, ma più paradossalmente “Esci dalla tua terra e va dove io ti indicherò”. Quella del Signore è una richiesta di totale affidamento, in quanto non concede di fatto alcun suggerimento affinché si possa “programmare” una risposta: ora l’importante è “uscire dal proprio”, lasciarsi espropriare dei propri criteri di giudizio per imparare ad esercitare il “pensiero di Cristo” (1Cor 2,16).

Sia i versetti tratti dal libro della Sapienza, sia quelli appartenenti al fondamentale capitolo undicesimo della lettera agli Ebrei, fanno riferimento ai testi della Torah per offrire al lettore e al credente quel peculiare nesso ch’esiste tra la fede e la vita eterna, procedendo dall’assunzione delle fatiche della storia. Il primo versetto della lettera agli Ebrei ci dona una delle più belle e decisive definizioni della fede: “la fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio”. Allo spiraglio sull’eternità, s’accompagna immediatamente un forte riferimento alla storia della salvezza. Secondo san Tommaso d’Aquino l’espressione “fondamento” richiama l’idea della sostanza, colta dal punto di vista dello sviluppo iniziale. Detto altrimenti la fede, orientata a dischiudere ad ogni donna e ad ogni uomo la beatitudine che l’uomo può conseguire vivendo secondo il cuore di Dio, costituisce una sorta di inizio della vita eterna in noi, dove “vita eterna” indica la conoscenza del Padre e di colui che il Padre ha mandato, ossia Gesù il Figlio. Con la fede quindi iniziamo a vivere i primi vagiti di quell’esplosione di gloria che caratterizzerà la visione beatifica, in cui avremo l’evidenza di quei principi del cristianesimo che diciamo di credere senza poterli dominare. Tutto quanto viviamo nell’esperienza della fede costituisce così la più forte prova quanto a ciò che non si vede (così l’Adoro te devote, sul sacramento dell’eucaristia: “non i sensi, ma la fede prova questa verità”). Questa fede, che sfida le esigenze umane di evidenza e programmazione, viene attribuita soprattutto ad Abramo: chiamato da Dio, partì senza sapere dove andava; soggiornava nella terra promessa come su terra straniera, perché attendeva la città dalle salde fondamenta, progettata e costruita da Dio stesso, ossia la Gerusalemme celeste; offrì Isacco, pensando che Dio sia in grado di far risorgere anche dai morti. Attraverso la fede, quindi, Abramo lascia che la storia venga aperta dall’azione di Dio alla dimensione escatologica che si protende eternamente. Occorre tuttavia fare attenzione! Non vi è nulla nell’atteggiamento di Abramo, e quindi nella personificazione del credente, che disprezza o sottovaluti il decorso storico. Piuttosto attraverso la fede, Abramo riesce a vivere ogni momento della propria storia alla luce della destinazione eterna cui Dio lo ha chiamato, in quanto ogni momento partecipa della vita eterna che – prescindendo dal prima e dal poi, così come dall’inizio e dalla fine – abbraccia tutta la storia rendendola possibile. L’attraversamento dei principali rappresentanti della fede nei racconti della Bibbia, parte che viene omessa dalla pagina proclamata nella celebrazione, conduce ad una conclusione degna di ampie meditazioni: “Nella fede morirono tutti costoro, senza aver ottenuto i beni promessi, ma li videro e li salutarono solo da lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sulla terra. Chi parla così, mostra di essere alla ricerca di una patria. Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto la possibilità di ritornarvi; ora invece essi aspirano a una patria migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non si vergogna di essere chiamato loro Dio. Ha preparato infatti per loro una città”.

La libertà, motivata dalla fede, per la realizzazione ultima della volontà di Dio connette strettamente la pagina tratta dalla lettera agli Ebrei e la pericope lucana scelta per questa domenica. Il Regno è stato già donato dal Padre al piccolo gregge dei credenti: non devono temere, ma piuttosto assumere alcuni tratti fondamentali nei confronti dell’esistenza. Innanzitutto occorre liberarsi dei possedimenti e offrirlo in elemosina, per accumulare tesori in cielo dove non possono essere consumati. Avere il proprio tesoro in cielo significa disporsi a dirigere tutti i propri pensieri, le proprie azioni e i proprio affetti (il cuore) al Cielo, là dove Cristo siede alla destra del Padre. Occorre poi vigilare, essere pronti perché il Signore non arriva in modo da essere previsto dagli uomini, ma giunge rovesciando le aspettative e gli schemi, spiazzando coloro che lo hanno atteso solo per averne un vantaggio egoistico, senza amarlo veramente. Solo in questo modo onoreremo la vita, affidandoci nella fede all’azione di Dio nella storia, senza volerla limitarla o edulcorarla, ma assumendone gli effetti con coraggio e speranza.