Quest’anno la vacanza intelligente domenicana è stata un po’ più speciale e ricca rispetto agli altri anni: ci ha finalmente portato a scoprire la Turchia, un Paese ricco di storia e cultura, pieno di tradizioni, complessità e contrasti. Terra di origine del cristianesimo e Paese fortemente islamico che ha vissuto una laicizzazione forzata di stato seguita da una secolarizzazione nelle grandi città occidentali in rapida espansione demografica. Una repubblica con una ormai lunga tradizione democratica ma in cui il governo fatica a esprimersi completamente in un agone democratico e continua ad essere accusato di limitare le libertà personali e religiose. Proprio in questa terra abbiamo avuto modo di conoscere la storia, la ricchezza e la determinazione della presenza domenicana in questo Paese che si incarna in due conventi a Istanbul e Smirne, del vicariato di Turchia che fa capo alla nostra provincia di San Domenico in Italia.

Un po’ speciale anche per la partecipazione di persone che stanno vivendo il carisma domenicano in molti momenti e modi diversi, infatti oltre a quattro membri della Gioventù domenicana, dal Triveneto Giosuè, Samuele, Alessandro e dalla Spezia Enrico, erano presenti due frati studenti del convento di Bologna, Fra Marco e Fra Stefano, tre prenovizi, Andrea, Alex e Gabriele, un ragazzo che entrerà presto in noviziato, David, e il Padre Maestro dei frati Studenti Padre Massimo Mancini, che ha guidato con ardore e impegno, non senza qualche fatica, questa piccola comunità in cui possiamo dire era rappresentata tutta la famiglia domenicana.

Iniziamo con le parole di un appartenente alla Gioventù Domenicana:

Varcata la soglia del continente europeo, in uscita verso sud-est, la Turchia è proprio il primo paese sul quale il viaggiatore occidentale può mettere piede; anzi, tecnicamente parte del territorio turco si estende verso la Grecia e l’Ungheria ancora sul suolo dell’Europa, e la città di Istanbul, per la sua posizione geografica, si trova così a essere un ponte tra due mondi. Ma la prima impressione che ho avuto, già nella fase di atterraggio nell’aeroporto di Sabiha Gokcen, è stata quella di trovarmi in piena terra d’Oriente: i riflessi caldi e dorati sul mare di Marmara e gli innumerevoli minareti che tagliano verticalmente il profilo delle colline che si affacciano sul Bosforo suggeriscono decisamente un’atmosfera da “Mille e una notte”, e la mezza luna che domina il campo rosso della bandiera nazionale, presente quasi ovunque, ricorda che il paese è islamico da diversi secoli.

Non è stato però sempre così. La regione anatolica ha assistito, con gli altri paesi del Mediterraneo, alla nascita della cultura classica, ed è stata uno dei luoghi di sviluppo e di diffusione del Cristianesimo. Può capitare di dimenticarsi che la più famosa delle guerre epiche, cantata nell’Iliade, fu combattuta in Turchia, o che l’altare ellenistico di Zeus che dà il nome a uno dei più importanti musei berlinesi provenga proprio da Pergamo, nella regione dell’Egeo turco, o che l’antica Efeso fu abitata dalla Madre di Cristo, Maria, e da san Giovanni evangelista, o che tra le città dei primi concili della cristianità ci sono Costantinopoli, Efeso, Calcedonia, Nicea, o ancora che le Sette chiese dell’Apocalisse siano tutte antiche comunità dell’Asia minore; ma, effettivamente, questa regione ha partecipato da protagonista alla fase iniziale della nostra civiltà.

Scoprire le preziosità della Turchia e conoscere le comunità domenicane di Istanbul e Izmir che, accogliendoci con generosità, ci hanno mostrato il loro modo di vivere il carisma dell’Ordine dei predicatori in terra di missione, era una cosa a cui tenevo molto. Conserverò con estrema gratitudine e con grande letizia tutti i ricordi di quei giorni, caratterizzati dalla convivialità in pieno stile domenicano: dalle passeggiate tra le rovine antiche, ai momenti di preghiera o di celebrazione della messa, dai pasti a base di kebab e salsa di yogurt, alle visite nelle moschee e nei palazzi dei sultani ricoperti di maioliche azzurre con motivi geometrici davvero raffinati, dalle compere nel labirintico Gran Bazar, all’ascolto delle testimonianze dei frati che abitano in questo paese. Alla ricerca della Verità, dunque, anche in estate e anche in terra d’Oriente.

Giosuè, Gioventù Domenicana del Triveneto

1. Il Convento di Istanbul e la Comunità

Ma andiamo con ordine, tutto è iniziato il 22 agosto quando siamo giunti nella città di Istanbul con i colori del tramonto, accolti da Padre Antonio Visentin O.P., il priore, che ci ha accompagnato nel convento che ci avrebbe ospitato per i successivi dieci giorni.

Il convento è situato nel vecchio quartiere genovese di Pera, oggi chiamato Galata, nella porzione europea della città al di là del Corno d’Oro: un quartiere in forte trasformazione che da baluardo della presenza occidentale nell’impero Bizantino prima e Ottomano poi (tanto che per un lungo periodo costituì una vera e propria colonia Genovese indipendente dalla città di Istanbul, dotata di mura e di un proprio porto), si sta spopolando delle antiche famiglie occidentali, Francesi, Italiane, Maltesi e mitteleuropee che per lavoro e interessi commerciali si trovavano in Oriente, detti Levantini ovvero abitanti nel levante, e che avevano per secoli mantenuto comunità piccole ma forti, orgogliose della propria identità culturale e religiosa, e si sta trasformando in una realtà turistica-commerciale con molti ristoranti e uffici, con lo spostamento della popolazione in nuovi quartieri residenziali che stanno nascendo in periferia, soprattutto nella parte asiatica.

La storia della presenza domenicana in Turchia è stata strettamente legata a queste comunità per moltissimi secoli. Nel 1233 durante l’impero latino di Costantinopoli (dopo la quarta crociata dal 1206 al 1261 le potenze latine occidentali capeggiate dalla Repubblica di Venezia riuscirono a scacciare gli imperatori bizantini e a detenere il potere direttamente creando uno stato fantoccio) si hanno le prime testimonianze di una comunità domenicana nel quartiere di Pera. Lì i frati costruirono la prima chiesa con annesso convento nel 1299-1325 dedicata prima a San Paolo poi a San Domenico, ma questa prima chiesa fu trasformata in moschea nel 1478 e i frati vennero trasferiti nella sede attuale a pochi isolati di distanza. Tale moschea detta Arap Camii fu minimamente trasformata e tutt’oggi risulta essere un bellissimo esempio di gotico italiano, tanto che recenti restauri hanno riportato alla luce addirittura gli affreschi originali. Successivamente nella nuova sede, il cui primo nucleo si può riconoscere in una abitazione veneziana oggi trasformata nella foresteria dove una parte di noi è stata ospitata, si legarono agli abitanti di origine francese che abbellirono e ampliarono il complesso che si arricchì di un importante palazzo (Saint Pierre Han), sede dell’ambasciatore francese dove tra l’altro nacque il poeta Andree Chénier. Si arriva rapidamente alle ultime trasformazioni quando nel 1857 il convento fu affidato alla provincia italiana di San Pietro Martire, anche grazie ai rapporti con il Regno di Sardegna che di recente si stava affacciando sulla scena internazionale dopo la sua partecipazione al fianco dell’Impero Ottomano nella guerra di Crimea. In questo periodo la comunità domenicana costituiva il centro della comunità di lingua italiana e religione cattolica abitante a Istanbul, comprendendo una scuola italiana affidata alle Suore domenicane di Mondovì. Tale comunità, che proprio in quegli anni era in forte espansione per l’apertura all’occidente dell’impero Ottomano e per le nuove possibilità economiche, era strettamente legata alle proprie tradizioni culturali e religiose e abitava negli edifici che circondavano il convento, proprio per mantenere una indipendenza anche fisica dal mondo islamico ottomano. I frati domenicani concentrarono le proprie attività verso queste comunità continuando ad usare l’italiano e il francese nella liturgia e nella vita quotidiana e non imparando il turco.

Alla fine del ‘900 con la riduzione della comunità levantina originaria, ormai ridotta a poche famiglie ancora abitanti nei pressi del convento – addirittura una degli ultimi rappresentanti di questo mondo di mezzo è una anziana signora che abita nei pressi del convento e, pensate, è nata nell’Impero Austro-ungarico, parla italiano e ha ora cittadinanza Croata pur non avendo mai messo piede in Europa!-, l’arrivo di giovani frati ben preparati da lunghi studi della lingua turca e della cultura e tradizioni arabo-islamiche hanno impresso nuovo slancio alla comunità che è divenuta realtà di missione, aperta al mondo turco. Uno dei primi passi, peraltro inizialmente osteggiato dalla comunità levantina, è stato quello di imparare bene la lingua turca e utilizzarla nelle funzioni religiose. Si è cercato poi di aprire una porta al mondo islamico a livello di studi culturali, artistici e teologici in modo da riuscire a far nascere un difficile dialogo a partire almeno dalla definizione di categorie filosofico-teologiche del tutto sconosciute al mondo islamico.

Come ci ha raccontato la prima sera Fra Luca Refatti, il più giovane dei frati trasferito qui ad Istanbul da pochi anni, oggi la pastorale si è spostata dalla chiesa di Galata, zona ormai divenuta turistica-direzionale, ad un’altra parrocchia affidata sempre ai domenicani dedicata alla Madonna del Rosario, nel popoloso quartiere periferico di Bakirkoy dove è presente una viva comunità di cristiani che si incontrano nella Messa domenicale con una partecipazione di circa 50 persone, che solo in minima parte è di rito romano! La maggior parte è costituita da inurbati provenienti dalle remote regioni centro-orientali dell’Anatolia e dalla Siria di rito siriaco e caldeo. Spesso per partecipare alla celebrazione i fedeli raggiungono la chiesa da zone molto distanti della città con viaggi di varie ore. Per migliorare la cura pastorale e rendere viva la comunità, da qualche anno i frati, in particolare proprio Fra Luca, hanno iniziato a concludere la giornata con una cena di condivisione e a risiedere nella vicina canonica fino al lunedì/martedì per stare vicino alla comunità.

Ogni nostra giornata iniziava con la preghiera comunitaria, spesso insieme ai frati lì presenti, della liturgia delle ore e della messa nella Chiesa dei Santi Pietro e Paolo annessa al convento, che nelle forme attuali è stata costruita nel 1841-1843 dall’architetto svizzero Gaspare Fossati in stile neoclassico, ricca di iconografia tradizionale domenicana con San Tommaso, San Giacinto, un altare dedicato alla Madonna del Rosario, con statua lignea di scuola genovese, un altare con al centro un’icona mariana molto venerata detta Madonna Odighitria, che è giunta qui dalla comunità domenicana di Caffa in Crimea dopo la conquista ottomana.

2. Alla scoperta della città

Il secondo giorno abbiamo iniziato a visitare la città superando il famoso ponte di Galata per raggiungere la moschea di Solimano, costruita nel 1557 dall’architetto Sinan nel periodo del massimo apogeo dell’impero Ottomano, modello classico di moschea ottomana che diverrà il canone, in un leggiadro verticalismo delle forme, inondata di luce dalle variopinte vetrate di gusto europeo, che si riflette nei bianchi marmi.

Ci siamo poi confusi nei colori e profumi del Gran Bazar dove ci siamo abbandonati a folli contrattazioni al centesimo con i mercanti locali. Rientrando al convento abbiamo visitato la vecchia chiesa domenicana di San Paolo trasformata in moschea, perfettamente riconoscibile sia nella sua gotica navata centrale terminante in abside che nel minareto-campanile.

Il giorno successivo abbiamo visitato la moschea Zeyrek, che costituisce una dei più begli esempi di architettura bizantina. Fu costruita sui resti di una grande chiesa dedicata a Cristo Pantocratore, sede di un monastero fondato dall’imperatrice Irene nel 1124 che sarebbe divenuto un importante centro culturale ortodosso e il mausoleo di sepoltura degli imperatori delle dinastie imperiali dei Comneni e dei Paleologi -proprio da questo monastero venne fuori il primo patriarca ortodosso dopo la conquista ottomana, Ghennadios II. Interessante è vedere la grande capacità di trasformazione dei luoghi simbolo della città operata dagli ottomani, infatti questo luogo fu presto mutato in una moschea con accanto una madrasa, ovvero una scuola coranica di studio teologico, che prese esattamente il posto del monastero senza grandi modifiche, con le celle dei monaci che divennero le stanze degli studiosi musulmani.

Nei dintorni abbiamo toccato con mano i forti contrasti della società turca, infatti accanto ai grandi grattacieli e ai nuovi ponti futuristici abbiamo attraversato un quartiere popolare, povero, arricchito della popolazione curda proveniente dalla Turchia orientale, dove siamo stati accolti dal pungente odore di carne esposta nelle vetrine dei numerosi macellai, per cui il quartiere è famoso, e ci siamo fermati ad assaggiare il tipico agnello all’ombra dell’antico acquedotto romano.

Nel pomeriggio non poteva mancare la visita della vicina moschea costruita dal sultano Maometto II, Fatih ovvero il conquistatore, il sultano che riuscì dopo molti secoli di tentativi a conquistare Costantinopoli nel 1453 con un abile stratagemma – non riuscendo infatti a penetrare le potenti mura teodosiane e a entrare nel Corno d’Oro protetto da pesanti catene di ferro, trasportò via terra delle piccole barche riuscendo a raggiungere il golfo a monte dello sbarramento e sorprendendo i bizantini alle spalle. La moschea sorge nel luogo più alto della città, dove sorgeva la grande basilica imperiale dei XII Apostoli, costruita da Costantino insieme a Santa Sofia, che conteneva le reliquie degli apostoli e che divenne per molti secoli fino al 1200 il mausoleo di sepoltura degli imperatori, sul cui esempio si dice sia stata costruita la basilica di San Marco a Venezia.

3. La missione culturale e il dialogo interreligioso

Durante la serata abbiamo poi avuto un lungo incontro con Padre Claudio Monge O.P., affidato a questo convento ormai da molti anni dopo una lunga formazione tra Italia e Francia di, come ama dire Padre Massimo, “cose turche”, che ci ha raccontato la sua opera qui in terra di Turchia e il ricco futuro che attende questa missione.

Se la parrocchia di Bakirkoy è tesa alla cura pastorale di una viva comunità, il convento di San Pietro e Paolo a Galata è il centro di un intenso lavoro storico, culturale e artistico per aprire nuovi canali di comunicazione con il mondo islamico. Ha qui sede infatti il DoSt-I Dominican Study-Institute in Istanbul che, anche grazie al contatto con studiosi turchi di teologia e storia ottomana e con strette collaborazioni, borse di studio e master, con le importanti università di Marmara e di Istanbul, approfondisce quel difficile terreno comune tra cristianesimo latino, ortodosso e Islam.

Nell’ultimo anno il centro si è dedicato, insieme all’Istituto Italiano di Cultura, ad organizzare una serie di conferenze, che prevedessero la presenza di un relatore italiano (spesso un domenicano della nostra provincia) e uno studioso turco, in cui si sono approfondite le peculiarità di alcuni santi bizantini mettendoli in relazione con le architetture ad Istanbul a loro dedicate. L’ultimo di tali incontri si è poi incentrato sull’interessante tema della santità nell’accezione cristiana e nell’accezione islamica con la performance dal vivo di una peculiare forma di arte-sacra islamica sull’acqua, l’Ebru.

Questo mondo inesplorato di studi comparati può divenire terreno fertile di scambio ed incontro con un mondo, quello islamico, con cui spesso la cultura occidentale e il cristianesimo è entrato in contrasto più che in confronto, per questo grandi progetti sono già in cantiere per rinnovare gli spazi del convento e creare un nuovo spazio più adeguato per la biblioteca e una foresteria dove poter accogliere studenti e studiosi, domenicani e non, interessati a tutto questo affascinante mondo di mezzo.

Accanto a questo, vera e propria testimonianza di dialogo e apertura, di missione, il convento rimane il punto di riferimento per molti, anche Turchi che intraprendono un cammino di fede e si confrontano con interesse sulla religione cristiana in un Paese dove, ricordiamo, il proselitismo pubblico è ancora un reato e dove la libertà religiosa non è del tutto tutelata. In questa realtà Padre Claudio ci ha raccontato toccanti storie di singoli individui che mossi dalle più disparate motivazioni – come in tutto il mondo arabo un modo peculiare sono i sogni, che spesso sono il primo contatto con il Cristianesimo – intraprendono il cammino di conversione, giovani che portano avanti il catecumenato in segreto per paura del giudizio di familiari e colleghi, adulti che riscoprono le proprie lontane origini cristiane e molti che, di fronte alla mancanza di un rapporto di accompagnamento di fede o di una comunità tipica dell’Islam – l’Imam è infatti un saggio una guida non un pastore, e la moschea è una sala di preghiera comune e non una comunità- si mettono in cammino.

In parallelo viene portato avanti il dialogo con i Cattolici di altri riti, Caldei, Siriaci, Copti, Armeni e con i Cristiani Ortodossi, che alterna momenti di franca apertura, come la condivisione sacramentale che, riconoscendo reciprocamente i sacramenti validi e veri, permette ai cristiani ortodossi che non riescano a raggiungere i sacerdoti di ricevere i sacramenti da ministri cattolici e vice-versa, i recenti ottimi rapporti dal patriarca Bartolomeo e il Santo Padre Francesco sugellati dal reciproco riconoscimento di fratelli apostoli Andrea e Pietro e dal dono di importanti reliquie, a momenti di difficoltà per il timore di “fughe” di fedeli dalle comunità già piccole, unite ad una cronica mancanza del principio di autorità della chiesa ortodossa che rende difficile la diffusa attuazione di singoli rapporti di comunione che si possono compiere a livello degli alti rappresentanti. Un aspetto in Occidente poco noto, ma ancora fondamentale e non del tutto superato, è stata la grande spaccatura della Quarta Crociata del 1206, che ha visto soldati crociati cristiani provenienti dall’Occidente deviare dal proposito della riconquista dei Luoghi Santi, anche con la connivenza delle principali potenze dell’epoca prima fra tutti Venezia, verso l’attacco di Costantinopoli che subì un intenso saccheggio e profonde vessazioni della popolazione, con la dissacrazione delle principali basiliche e la depredazione delle importanti reliquie e icone della città. Ancor più che la conquista ottomana questo evento è stato vissuto come punto di rottura e le sue conseguenze rimangano ancora a minare i rapporti con la Chiesa Cattolica Romana. Tanto che non stupisce come durante l’assedio della città nel 1452 il patriarca Ghennadios II rifiutò l’aiuto occidentale chiesto dall’imperatore in cambio della riunificazione con Roma pronunciando, si racconta, la famosa frase “meglio il turbante del Sultano che la tiara del Papa” e accogliendo nella chiesa di Pammakaristos Mehmet Fatih e fermandosi a discorrere con lui per molte ore.

4. La religiosità popolare, la più bella opera della creazione, i palazzi imperiali e una gita fuori porta

Domenica: al mattino presto visitiamo Santo Spirito, la Cattedrale Cattolica di Istanbul, in cui assistiamo brevemente alla messa siriaca, complessa, variopinta e piena di canti e suoni.

Dalla grande piazza Taksim veniamo trascinati nel fragore dello struscio domenicale della Istiklal Caddesi, la grande via pedonale piena di negozi del tutto simile ad una città occidentale, attraversata ogni week-end da ben 3 milioni di persone al giorno! Lungo la via siamo attirati dall’affollata messa nigeriana nella basilica di Sant’Antonio officiata dai francescani italiani, ammiriamo i palazzi ottocenteschi in stile Belle Èpoque e Secessione fino al grande liceo francese Galatasaray, dove per decenni si sono formate le classi dirigenti turche e da cui è nato il famoso club di calcio.

Dopo aver pregato l’ora media nella chiesa cattolica armena, nel pomeriggio Padre Claudio ci ha accompagnato in una interessante visita in battello a Eyup, sobborgo all’estremo capo del Corno d’Oro sede di un importantissimo santuario musulmano, sorto sui resti della tomba di Abu Ayyub al-Ansari, uno dei primi compagni del profeta Maometto, che tutt’oggi è meta di frotte di pellegrini come una delle tappe ideali per il viaggio alla Mecca. Tra i piccoli gesti di fede popolare è facile incontrare molti bambini vestiti con fastosi abiti ottomani, è infatti tradizione festeggiare così la circoncisione e compiere il pellegrinaggio in questo luogo, come anche numerose coppie con abiti nuziali perché possa essere un matrimonio felice e fecondo. Ascoltando le preghiere della sera tra il blu delle piastrelle di Iznik e il rosso vermiglio dei tappeti, Padre Claudio ci narra i fondamenti dell’Islam, la tipica preghiera tripartita associata ad una specifica mimica del corpo che si ripete durante la proclamazione delle sure del Corano. Terminiamo questa bella gita con il tramonto dal belvedere Pierre Loti, che prende il nome dal noto poeta francese che a fine ottocento rimase estasiato da questi luoghi e vi rimase per tutta la sua vita.

Il giorno seguente ci immergiamo nel quartiere più antico della città, il promontorio di Sultanahmet e visitiamo il museo della Storia della Scienza e della Tecnica Islamica, raccolta, a tratti celebrativa, di modelli e macchinari espressione del progresso scientifico nella storia arabo-ottomana.

Poi ci dedichiamo all’immenso palazzo del Topkapi Saray, sede della Sublime Porta, il governo imperiale ottomano. Da questi cortili che si susseguono in un continuo dialogo tra spazi aperti e chiusi, giardini, portici e pagode, i sultani ottomani “ombra di Dio sulla terra” hanno governato per quasi cinque secoli su un immenso impero che si estendeva su tre continenti dall’Oceano Atlantico all’India, dalla Penisola Arabica fino al Danubio, in cui erano parlate più di venti lingue e accanto alla religione di Stato, l’Islam Sunnita, di cui il sultano era capo supremo come successore di Maometto, venivano tollerati Cristiani, Ortodossi, Copti, Ebrei e Armeni. L’impero ottomano era senza dubbio uno stato multiculturale, multireligioso e multietnico, dove i sultani seppero applicare una politica lungimirante di tolleranza e, spesso, tutela delle minoranze in cambio della concordia e della pace, istituendo una vera e propria pax ottomana e assorbendo novità artistiche, tecniche e culturali da tutti i popoli dell’impero in continuo e dinamico scambio.

A partire dai cortili più esterni, sede dei Giannizzeri, il potente corpo di guardia del Sultano, si entra nelle zone più inaccessibili del palazzo, la sala delle udienze da cui, dietro una grande grata d’oro i più alti dignitari dell’impero e gli ambasciatori stranieri potevano intravedere il Sultano, poi i cortili più privati lastricati di marmo. Nel tesoro imperiale sono contenute le più preziose reliquie, come il mantello, la spada e il bastone di Maometto, che venivano indossati dai sultani durante la solenne cerimonia di incoronazione per mostrare anche visibilmente la diretta discendenza dal profeta come vicari di Dio in terra, la chiave della Kaaba della Mecca, l’incredibile spada di Re Davide, il bastone di Mosè, il cappello del profeta Giuseppe, e, udite, udite, la scodella di Adamo. Accanto a questo gli eleganti padiglioni dal gusto rococò coperti di ceramiche tra cui si snodava la vita privata dell’imperatore, i salotti, la biblioteca, la sala della circoncisione e la bellissima terrazza da cui si apre un’impagabile vista che corre dalla città al Bosforo fino a perdersi lungo la riva asiatica, tra i sobborghi di Kadikoy e Fenerbahce, nel mare di Marmara. Non può mancare il famosissimo Harem, vera e propria città nella città, proibita a tutti se non agli eunuchi, dove abitavano le concubine dell’imperatore, le più belle ragazze dell’impero che erano destinate a dare una discendenza al sovrano e divenire Valide Sultan, potentissima regina madre che amministrava l’Harem e che non di rado guidava nell’ombra le più importanti decisioni politiche dell’impero.

L’indomani continuiamo la visita di Sultanahmet concentrandosi sulle grandi architetture bizantine e i resti del Gran Palazzo. L’immensa cattedrale Santa Sofia, ora trasformata in museo, che per mille anni è stato il più grande e più alto edificio mai costruito dall’uomo, voluta da Costantino e ricostruita nelle forme attuali sotto Giustiniano nel 537 dagli architetti Antemio di Tralle e Isidoro di Mileto, usando i materiali più preziosi da tutto l’impero, porfido dall’Egitto, colonne di marmo dai templi greci, marmo verde dalla Tessaglia, pietra gialla dalla Siria e nera dal Bosforo come massimo simbolo della forza e della stabilità imperiale e inno supremo in pietra alla Sapienza di Dio. Si narra che l’Arcangelo Gabriele in persona scese per presidiare i lavori e tutt’ora veglia la città. Conteneva le reliquie più preziose, tra cui la pietra del Santo Sepolcro, il Sudario e la venerata icona della Vergine Odighitria dipinta, secondo la tradizione da San Luca. Trasformata subito in moschea da Maometto II nel 1453, fortunatamente i preziosi mosaici bizantini furono solo coperti con calce e pittura e, alla trasformazione in museo nel 1935 furono riportati alla luce. La maestosità della grande sala centrale ci sorprende nella luce che filtra dalle grandi vetrate e si fa spazio tra le imponenti colonne, attira il nostro sguardo il grande disco di rosso porfido sede del trono imperiale durante la cerimonia di incoronazione e durante le solenni funzioni religiose; saliamo nel grande matroneo da cui ammiriamo i, purtroppo pochi, mosaici rimasti, la Deesis, i quattro imponenti serafini a sei ali che sorreggevano il Cristo Pantocratore della cupola purtroppo perduto, l’imperatrice Zoe e Costantino IX- con evidente rimaneggiamento del volto per cancellare le tracce dei precedenti consorti!-, gli arcangeli Michele e Gabriele, San Giovanni Crisostomo che proprio da questa cattedra proclamava le sue potenti omelie che riecheggiavano tra queste mura. L’emozione che suscita è ben rappresentata dalle parole che il Sultano Maometto II pronunciò appena entrato subito dopo la conquista “la cupola gareggia con le nove sfere del cielo, il pavimento è rivestito di marmi colorati tanto che chi guarda dalla terra al cielo ha l’impressione di vedere il firmamento, e chi guarda dal cielo alla terra ha l’impressione di vedere l’oceano ondoso”.

Completiamo la giornata, dopo la visita della più piccola ma suggestiva chiesa di Sergio e Bacco sempre giustinianea, con un’ottima cena preparata dalla cuoca del convento, Shamira, una cristiana armena che abita lì vicino e che ci ha viziato con deliziose cene durante la nostra permanenza.

Il giorno successivo ci concediamo una sosta lontano dal caos e dal frastuono della frenetica megalopoli con una gita alle vicine isole Adalar, Isole dei Principi, un arcipelago ad un’ora di battello dal centro di Istanbul rimasto un piccolo gioiello naturalistico incontaminato dove non sono ammesse automobili e dove i piccoli borghi di pescatori sono alternati da fitti boschi mediterranei e bianche scogliere. Sono dette dei principi perché già in epoca bizantina vi si rinchiudevano imperatori e imperatrici deposte o eredi al trono indesiderati, questa tradizione prosegui anche nel periodo ottomano; solo a partire dal XIX secolo divennero ambito soggiorno estivo delle più importanti famiglie istanbuliote che vi costruirono belle residenze e ville ancora visibili. Accanto a questo la popolazione residente mantiene una forte connotazione greca e armena, ricordo del lontano multiculturalismo imperiale.

Sbarchiamo sulla piccola Buyukada, e dopo una breve passeggiata raggiungiamo l’imponente seminario teologico patriarcale di Halki, seminario del patriarcato greco ortodosso sui cui banchi studiarono la maggior parte dei sacerdoti, vescovi e patriarchi ortodossi. Purtroppo nel 1971 dure leggi obbligarono la chiusura di tutte le Università non statali e tutt’ora le aule e i saloni sono deserti, anche se si stanno cercando nuovi accordi con il governo turco per la riapertura. L’edificio sorge su un’alta collina, circondato da un ampio parco in cui scintillanti pavoni si muovono indisturbati in un compendio di tutte le piante bibliche. Al centro, accanto alla cappella della Santissima Trinità ci fermiamo per pregare l’Ufficio delle Letture con lo sguardo che si perde nel blu vivo del mar di Marmara. Nel pomeriggio, in folle corsa sui fayton, antichi calessi trainati da cavalli, raggiungiamo l’altro capo dell’isola e dopo una breve visita all’eremo di San Spiridione, parzialmente trasformato in abitazione privata da cui siamo “gentilmente” cacciati mentre tentavamo una visita un po’ troppo approfondita, ci concediamo infine un immancabile bagno rigenerante nelle acque cristalline dopo aver contrattato con un simpatico bagnino l’ingresso in spiaggia.

Il mattino dopo visitiamo l’interessante Tekke Mevlevi, museo del sufismo. I sufi erano saggi islamici che si riunivano in confraternite, tra cui la Mevlevi, e abitavano in convento, tekke appunto, in cui pregavano, studiavano le scritture e ricercavano forme di ascesi mistica anche con musica e danze, i famosi dervisci rotanti. Esistevano molte fraternità che ruotavano intorno a figure carismatiche e proseguivano anche dopo la morte del fondatore portando avanti una specifica interpretazione del corano o uno specifico stile di meditazione. Nelle varie sale sono esposti gli oggetti di vita quotidiana, i libri di studio (proprio nelle tekke si diffusero le prime stamperie), i tipici abiti, che, con un complesso codice, simboleggiavano i vari stadi del lungo percorso iniziatico che i nuovi adepti intraprendevano fino a divenire khalifa della tekke, e, soprattutto, gli immancabili strumenti musicali, tamburi, flauti, campanelli che accompagnavano le danze mistiche dei monaci nella grande sala centrale di legno in stile rococò. Nel tempo le tekke più importanti erano divenuti centri culturali e di potere tanto che il Sultano in persona nominava il priore e partecipava spesso ai riti. Nel 1925 all’interno del processo di laicizzazione forzata il sufismo fu vietato e tutt’oggi non è permesso se non all’interno di manifestazioni culturali.

Affamati alla ricerca del pranzo ci imbattiamo in una inaspettata scoperta, un grazioso locale, ricavato in una antica abitazione ebraica accanto alla sinagoga, dove ci accoglie calorosamente la proprietaria Ikram, che in un clima familiare tra antiche radio, vecchie macchine da cucire e libri illustrati, con in sottofondo lievi note di musica greca, ci serve dei tipici tortelli turchi, i Manti accompagnati da yogurt e spezie. Terminiamo con il tipico caffè turco accompagnato da un delizioso succo di mirtillo macedone che ci viene offerto dalla proprietaria.

Ristorati da questo piacevole pranzo procediamo spediti alla nostra prossima meta: la chiesa bizantina di Pammakaristos, ricca di antichi mosaici che vide il patriarca Ghennadios II e il Sultano dialogare a lungo subito dopo la conquista, ma inaspettatamente la troviamo chiusa! Sconsolati riprendiamo il cammino tra le vie del popolare e tradizionalista quartiere di Fethiye dove, per la prima volta incrociamo donne vestite con burka integrale e uomini barbuti con turbante, quando per caso ci imbattiamo nell’antica chiesa domenicana della Madonna del Rosario, trasformata in moschea, che ha mantenuto in tutto e per tutto le sembianze di chiesa a navata unica, abside e campanile. Scopriamo poi che qui si rifugiarono i cristiani provenienti dalla colonia Genovese di Caffa in Crimea dopo la conquista ottomana e i domenicani li seguirono portandosi dietro la Madonna Odighitria che poi sarebbe finita nel convento di San Pietro e Paolo! Proseguiamo la nostra immersione nella città bizantina raggiungendo l’antica chiesa di San Salvatore in Chora in cui è conservato il più bel ciclo di mosaici e pitture della tarda arte bizantina. Bellissimo il ciclo della vita della vergine, così come gli episodi evangelici della moltiplicazione dei pani e dei pesci, le tentazioni, la deesis, i santi, i profeti e la grande dormizione. I mosaici del 1321 lasciano intravedere una grande e inaspettata dinamicità per l’arte bizantina, gli episodi si arricchiscono infatti di profondità, di curiosi dettagli naturalistici, come pavoni, alberi e montagne, lo spazio dell’azione si muove entro complesse architetture prospettiche che mostrano un mondo non certo statico nella ieraticità compiuta ma in piena narrazione storica.

Continuiamo con le imponenti mura teodosiane che per quasi un millennio sono state il baluardo inaccessibile della cristianità e visitiamo il palazzo Tekfur, ultimi resti del grande complesso delle Blacherne, il palazzo imperiale che dal 1100 sostituì il Gran Palazzo come sede imperiale, fu preferito perché situato in posizione elevata e dominante – ben difeso perché vicino alle mura, nelle profondità dell’inaccessibile Corno d’Oro protetto dalle pesanti catene e più moderno simile ad un castello fortificato europeo – e perché vicino alla chiesa delle Blacherne che conteneva l’icona della Madonna Blachernitissa, il Mandyllion e il Maphorion (il velo di Maria) che miracolosamente proteggevano la città da qualunque invasione. Dai piani più alti del palazzo –recentemente restaurato-, che nonostante l’influsso occidentale mantiene la sontuosità delle geometrie orientali e con la sua imponenza rigetta la teoria dominante che vedrebbe l’impero bizantino ormai in decadenza, si ammira effettivamente un’impagabile vista sul Corno d’Oro, sulla città e sulle mura teodosiane e si comprende bene il suo ruolo strategico.

5. Gita sul Bosforo, Ataturk e la Turchia moderna, il patriarcato e i tesori del convento

Il 30 Agosto, festa nazionale della vittoria di Ataturk contro i greci, ci concediamo una gita lungo il Bosforo e tra gli avvenieristici ponti che uniscono Europa ed Asia e graziose residenze estive ottocentesche che contornano la costa, raggiungiamo l’imponente fortezza di Rumeli Hisari, costruita da Maometto II in soli 4 mesi e 16 giorni –si racconta che per motivare i lavori il sultano era solito lanciare giù dalle torri in costruzione gli architetti che non rispettavano i ritmi serrati!-, a forma di M, iniziale del nome del sultano e del profeta, durante l’assedio del 1453 per bloccare tutti i rifornimenti alla città e prendere il controllo del Bosforo. Ci aggiriamo tre le alte torri e i camminamenti di ronda godendo della verde frescura e della vista sul Bosforo, continuamente attraversato da navi mercantili che ne sottolineano come ancora oggi abbia un ruolo commerciale importantissimo.

Torniamo in centro città dove partecipiamo alla festa scorrazzando in lungo e in largo con tutti i mezzi possibili, autobus, tram, funicolare e battelli, tutti adornati a festa con bandiere turche e foto di Ataturk e gratuiti per l’occasione.

Infine, prima di ritirarci, torniamo a Sultanahmet dove visitiamo il piccolo, ma stupendo museo dei mosaici, dove ammiriamo gli ultimi resti, recentemente scoperti, delle decorazioni musive che adornavano il Gran Palazzo imperiale, barlumi degli sfarzi di corte. Scene di spiccato naturalismo di caccia, tigri, elefanti, leoni, scimmie, bambini che giocano e soldati con le insegne blu e rosse, delle due fazioni durante la rivolta di Nika al tempo di Giustiniano e Teodora. Concludiamo la giornata gustando una calda pannocchia arrostita sulla spianata dell’ippodromo.

L’indomani mattina visitiamo invece il Fanar, sede dal 1600 del patriarcato ecumenico greco ortodosso, la Chiesa di San Giorgio, cattedrale di Istanbul che contiene le reliquie, restituite dal Pontefice in segno di rinnovata comunione dopo che furono sottratte durante la quarta crociata, di San Gregorio Nazianzeno, San Giovanni Crisostomo, Sant’Eufemia, Sant’Andrea Apostolo, fondatore e primo vescovo della chiesa di Costantinopoli, e un pezzo di colonna nera, che, secondo la tradizione è la colonna della flagellazione di Cristo. Proprio durante la nostra visita rimaniamo colpiti dalla celebrazione di un battessimo di una bambina ortodossa, Caterina, che si stava svolgendo in quel momento. Le preghiere e le orazioni si susseguono tra i canti del presbitero e del coro fino al rito del battesimo vero e proprio, quando la bambina viene cosparsa di olio, simbolo della protezione divina per prepararsi alla buona battaglia, e immersa completamente nell’acqua benedetta. Ma non è finita, infatti nella chiesa ortodossa il catecumeno riceve nello stesso giorno, in quest’ordine, anche la Cresima seguita dall’Eucarestia.

Intorno alla cattedrale si dispiegano i palazzi patriarcali, imponente costruzione di legno scuro contenenti una ricca biblioteca, gli uffici di curia e l’abitazione del Patriarca.

Proseguiamo esplorando i caratteristici quartieri di Fanar e Balat un tempo sede di una nutrita comunità greca, ormai quasi del tutto scomparsa, fino a raggiungere il maestoso e, un tempo, ambito liceo greco costruito nell’ottocento su un’alta collina con mattoni rossi che contornano grandi finestre e sormontato da un’alta cupola che domina tutto il quartiere e il Corno d’Oro. Prima di tornare in convento ci fermiamo ad ammirare la chiesa ortodossa di Santo Stefano dei Bulgari, curioso edificio che per sottostare al volere del sultano fu costruita in una sola notte, completamente in ferro pre-costruito.

Il pomeriggio lo dedichiamo alla visita del convento. Esploriamo gli oscuri corridoi del vecchio convento, in attesa di riqualificazione, costruiti ancora interamente in legno e pietra secondo le tecniche tradizionali che sfruttavano le proprietà antisismiche del legno, incorrendo però spesso nel rischio di incendi. Sotto l’attenta guida di Padre Claudio ci viene mostrata la ricca biblioteca, che accanto ad un fondo delle più importanti riviste complete ed aggiornate di pastorale, teologia e dialogo interreligioso in italiano, inglese e francese, contiene un fondo antico di volumi in armeno, turco e ottomano, con pregiatissime bibbie cinquecentesche e edizioni introvabili di antichi dizionari “italiano-turchesco” che, grazie all’impegno dei frati, sono stati salvati dall’umidità e dalle tarme e, in parte restaurati, per poter essere consegnati ai posteri. Un piccolo gruppo di noi che condivide con padre Massimo la passione per le antiche carte si avventura poi nell’archivio dove ammiriamo tra i documenti più antichi i firmani originali dei sultani, con in alto il grande cartiglio in inchiostro nero misto a polvere d’oro, che concedono la costruzione del convento e lo affidano ai Domenicani, e tra la posta più recente le lettere autografe di Angelo Giuseppe Roncalli, San Giovanni XXIII, quando fu nominato nunzio apostolico in Turchia e amava frequentare il nostro convento. Concludiamo la giornata partecipando alla Messa vespertina insieme alla comunità locale che abbiamo avuto modo di incontrare.

Domenica 1 settembre ci dirigiamo invece all’immenso museo militare, che è ospitato nell’antica sede dell’accademia militare. In un susseguirsi di sale vengono esposte tutte le varie fasi di sviluppo della civiltà turca, a partire dalle origini nomadi negli altipiani dell’Asia Centrale, fino alle prime battaglie contro l’impero Romano d’Oriente, la conquista dei Balcani, di cui sono conservate ancora le bandiere e le armature originali, fino alle grandi sale dedicate alla conquista di Costantinopoli, grandi plastici e mappe che ricostruiscono l’andamento della battaglia e con l’esposizione delle originali catene in ferro che cingevano il Corno d’Oro. Mediante grandi diorama è possibile sentirsi proiettati all’interno degli scenari storici raccontati e l’osservazione del gran numero di armi dalle più diverse provenienze –tra cui curiosi scudi fatti con il carapace di tartarughe- fa capire la forza e la potenza dell’esercito turco al suo massimo splendore. Il piano superiore è poi dedicato alla storia più recente, alla guerra in Crimea e alla Prima Guerra Mondiale, in cui la Turchia partecipò insieme agli Imperi Centrali e fu travolta dalla sconfitta. Una sala è dedicata poi all’eroica difesa di Gallipoli dallo sbarco anglo-francese, che mise in luce per la prima volta un abile stratega Mustafa Kemal. Proprio a lui, Ataturk, il Padre dei Turchi è dedicata una mostra e le restanti sale in cui vengono raccontati gli eventi che lo portarono a disubbidire al Sultano e, raccogliendo un esercito nell’Anatolia Orientale a liberare la Turchia dalle potenze straniere, prima fra tutti la Grecia, tra il 1918-1922 e raggiungere Costantinopoli nel 1923 per scacciare il Sultano e fondare la Repubblica Turca e divenirne il primo presidente. Come abbiamo potuto constatare durante tutto il nostro viaggio, il ricordo, la memoria di Ataturk prendono spesso le caratteristiche di una vera propria idolatria, una venerazione personale che ha portato a imporre per legge l’esposizione delle sue foto in tutti i luoghi pubblici. Nel museo è conservata l’aula in cui Kemal studiò per divenire ufficiale accanto a numerosi oggetti della sua vita privata tra cui la divisa militare, le ghette, gli abiti, la vestaglia, l’accappatoio e addirittura il suo termometro!

Nel pomeriggio completiamo la visita dell’Istiklal Caddesi concentrandoci sul quartiere delle ambasciate, tra cui quella Italiana, Russa, Francese e Inglese.

Il giorno seguente ci dividiamo in due gruppi, una parte di noi si imbarca per una gita in battello lungo il Bosforo fino alla soglie del Mar Nero visitando piccoli paesi di pescatori e assaggiando in riva al mare pesce appena pescato, gli altri, alla disperata ricerca di un ufficio della compagnia aerea per completare le adempienze burocratiche -ricerca peraltro infruttuosa- proseguono invece la visita del quartiere di Karakoy tra le architetture liberty e i piccoli negozi di antiquariato e raggiungono il palazzo Yildiz, ultima sede dei sultani a partire dal 1887.

Esploriamo il grande parco all’inglese all’ombra degli alti alberi che creano architetture prospettiche aperte sul Bosforo e incontriamo vari kiosk, padiglioni in stile neoclassico e eclettico che accoglievano i sultani durante le lunghe passeggiate, oggi trasformati in caffè e ristoranti. Accanto a un piccolo lago, abitato da paperelle e cigni, con al centro una graziosa isola alberata, ci fermiamo per il pranzo. Nel pomeriggio torniamo nel caos cittadino e visitiamo la Yerebatan Sarnici, una grande cisterna sotterranea tardo-romana, una foresta di colonne che era rifornita attraverso l’acquedotto di Valente dalle lontane sorgenti nella foresta di Belgrado e raccoglieva milioni di litri di acqua per rifornire tutto il promontorio del Gran Palazzo. Ci portiamo poi tra le banchine e la sala d’aspetto della mitica stazione di Sirkeci, l’esotico arrivo dell’Orient Express, ormai in disuso ma ancora carica del fascino originale. Infine non ci lasciamo scappare una visita al grande bazar delle spezie che con i suoi mille profumi e colori ci inebria e rapisce. In questa che è l’ultima sera, per l’ennesima volta attraversando il ponte di Galata tra i pescatori indaffarati, ci ritiriamo per l’ultima volta nel convento che ci accolto con calore e affetto.

All’alba del giorno dopo partiamo con il battello per raggiungere l’aeroporto dove un aereo ci porterà alla seconda tappa del nostro viaggio, Smirne. Guardandoci alle spalle mentre attraversiamo il Bosforo l’oro del sole che inonda le guglie e i pinnacoli delle moschee, l’imponenza di Santa Sofia, il palazzo del Topkapi sul promontorio, la torre e il sobborgo di Galata, siamo invasi da un pizzico di nostalgia e gratitudine per coloro che hanno reso possibile il nostro soggiorno, colorandolo ancor più con i racconti della loro testimonianza.

6. Smirne, le radici classiche e la Terra Santa della Chiesa

In tarda mattinata, dopo un’ora di volo, atterriamo a Smirne, la terza città della Turchia per numero di abitanti, affacciata sull’Egeo, centro portuale e industriale di primo piano.

Qui ci accoglie fra Alessandro Amprino O.P., giovane frate che è da quasi un anno affidato al convento di Smirne, mentre sta completando gli studi di liturgia in Italia. La realtà domenicana di Smirne è per certi aspetti simile, per altri aspetti diversa da quella di Istanbul, infatti la parrocchia del SS. Rosario, nacque nel 1718 per seguire la grande comunità levantina locale di lingua francese e italiana e tutt’ora si occupa della cura pastorale di questa comunità che, diversamente da Istanbul, è ancora numerosa e viva, cui si aggiungono molte famiglie italiane e francesi che soggiornano per periodi più o meno lunghi per lavoro in città e alla grande base militare della NATO lì vicino. La comunità che ci accoglie e ospita nei locali del convento e che racconta l’opera che qui si sta compiendo, è composta dal priore e parroco Fra Igor Barbini O.P., qui da poco tempo ma pieno di energie e vitalità, che guida anche una piccola comunità neocatecumenale, Fra Giuseppe Gandolfo O.P., uno dei più apprezzati organisti in Turchia, e Fra Pasquale Zennaro O.P.

È proprio conoscere queste diverse membra del corpo domenicano la cosa che ha colpito di più i prenovizi che così raccontano:

Questa esperienza in terra turca è stata utile a noi tre prenovizi presenti, a poche settimane dal nostro ingresso in noviziato, soprattutto per conoscere due realtà della nostra Provincia che non avevamo ancora avuto modo di visitare. Durante i primi anni della nostra formazione è stato importante per noi visitare i vari conventi della Provincia per farci un’idea della realtà in cui stavamo entrando, e questa vacanza di ha dato l’opportunità di sperimentare per qualche giorno la vita di questi due conventi così distanti e particolari, toccare con mano l’internazionalità caratteristica del nostro ordine, e ricevere una bella testimonianza di ardore missionario da parte dei nostri confratelli che vivono in Turchia, e che ci hanno accolti con grande generosità e simpatia.

Fra Andrea De Cecco O.P.

Nel pomeriggio Fra Alessandro ci porta ad esplorare le vie cittadine, il lungomare che con i suoi 40km è uno dei più lunghi del mondo, e l’immancabile casa di Ataturk dove vengono conservati gli abiti, gli arredi originali, la barca a remi che usava quando, di frequente visitava la città nei periodi di villeggiatura.

Raggiungiamo poi la chiesa di San Policarpo, ricostruita nelle forme attuali nel 1600, dove incontriamo fraternamente l’Arcivescovo Lorenzo Piretto O.P., domenicano italiano in Turchia da più di 40 anni, professore dell’Università di Marmara, cui dal 2015 è stata affidata l’Arcidiocesi. Lì Sua Eccellenza e Fra Alessandro ci raccontano la millenaria storia della diocesi e l’attuale situazione dei cristiani. Fu fondata probabilmente da San Policarpo, discepolo dell’apostolo Giovanni, nel I secolo. Come ci viene ricordato, l’area dell’attuale Turchia si può considerare la Terra Santa della Chiesa, qui infatti il fuoco del primo cristianesimo divampò con forza e furono fondate le prime chiese, in questo spazio si snodano le vicende degli Atti degli Apostoli e delle Lettere Evangeliche, Paolo proveniva da Tarso, Giovanni fondò la chiesa di Efeso e vi morì, e tutte le Sette Chiese, prime comunità cristiane, che vengono ricordate nell’Apocalisse si trovano oggi in Turchia. Bisogna ricordare che ancora a inizio ‘900 i cristiani latini e ortodossi dei vari riti non erano affatto una minoranza, infatti su 15 milioni di abitanti in Turchia ben 5-7 milioni erano cristiani. Le vicissitudini politiche, la repressione nazionalista e la laicizzazione forzata di stato decimarono queste comunità che fuggirono altrove o persero le proprie radici. Ma quel fuoco che è stato disperso e ridotto sotto la cenere è ancora vivo, scintilla nelle piccole ma tenaci comunità ed è pronto a divampare di nuovo, per esempio a Trebisonda dove fu ucciso nel 2006 Don Andrea Santoro, oggi si sono trasferiti altri tre sacerdoti e due religiose pronte a riprendere con forza il cammino. Abbiamo un vincolo di riconoscenza verso queste terre e una responsabilità di riportare la fede da chi ce l’ha consegnata, infatti proprio da qui provennero i missionari che cristianizzarono l’Europa, le diocesi di Marsiglia, Lione e la valle del Rodano conobbero la testimonianza di San’Ireneo, discepolo di Policarpo, il Trentino dai Santi Martiri cappadoci, la Sicilia da San Marciano, discepolo di Pietro ad Antiochia.

La figura di San Policarpo, di cui abbiamo venerato le reliquie, ci mostra il cristianesimo semplice e forte delle origini, un pastore che a capo dei primi cristiani si dedicò anima e corpo all’evangelizzazione, alla difesa della comunità durante le persecuzioni, all’unità della chiesa, quando ormai anziano partì per Roma per discutere con papa Aniceto la data della Pasqua fino a donare la propria vita nella massima testimonianza del martirio con le parole “Da ottantasei anni lo servo, e non mi ha fatto alcun male. Come potrei bestemmiare il mio Re che mi ha salvato?”.

In serata ci lasciamo tentare da Fra Alessandro che ci porta nei peggiori bar del lungo mare ad assaggiare il Narghilè e tra chiacchere, fumi e profumi esotici passiamo qualche ora nella movida cittadina.

Il mattino dopo partecipiamo alla liturgia e alla Messa comunitaria nella chiesa del Rosario, che abbiamo modo di visitare. Restaurata nel 1904 contiene importanti reliquie, qui infatti furono accolti i domenicani della provincia armena del Nakhichevan nel 1700, e portarono la punta della Sacra Lancia che trafisse il costato di Cristo, insieme a molto libri ancora visibili in biblioteca e ad una bella statua della Vergine che ora si trova nella chiesa di San Policarpo, donata alla diocesi per l’accoglienza ricevuta.

Subito dopo, con il pulmino della parrocchia e un’auto in affitto, raggiungiamo nel traffico cittadino Efeso, visitiamo i resti della grande basilica sorta sulla tomba di San Giovanni e una cisterna entro cui, si dice Giovanni radunasse la prima comunità cristiana e dove scrisse il Vangelo.

Nel pomeriggio arriviamo invece su un’altura vicina alla Meryem Ana, la casa di Maria, il luogo dove si pensa abbia vissuto Maria negli ultimi suoi anni di vita e dove fu assunta in cielo. Fu riscoperto nel 1800 anche grazie alle visioni della mistica tedesca beata Katharina Emmerick che, pur non avendo mai messo piede in Turchia, guidò dettagliatamente alcuni sacerdoti lazzaristi fino alla casa. Le forme architettoniche compatibili, i resti archeologici, la tradizione locale e le prime forme di culto mariane nate proprio nella vicina Efeso confermano la probabile veridicità del luogo che, nel tempo, è divenuto meta di pellegrinaggi sia da parte dei cristiani sia di musulmani, oltre che di tutti i Papi che hanno visitato la Turchia. Abbiamo avuto modo di incontrare la congregazione cui è affidata la custodia di questo luogo, le Sorelle di Maria e dell’Apostolo Giovanni, che ci hanno concesso lo spazio per celebrare lì l’Eucarestia. Subito dopo ci siamo rifocillati con una lauta merenda accompagnata da un ottimo çay, thè turco, offertaci da padre Alwin DaSilva OFM Cap, giovane cappuccino che dopo essersi formato in Italia porta avanti qui la sua missione, mentre ci raccontava la sua esperienza e il suo impegno.

Dopo un’ultima preghiera nella casa ci siamo recanti tra le rovine dell’antica città di Efeso, importantissima città e centro commerciale egemone durante tutto il periodo ellenistico e romano, una delle sette meraviglie dell’antichità. Rimaniamo estasiati di fronte alla grande via sacra –sembra di immergersi nella vita quotidiana di una città ellenistica-, il bouleuterion, la biblioteca di Celso, l’Agorà, ci fermiamo nell’immenso teatro che poteva contenere più di 25.000 persone dove Paolo predicò ai mercanti cittadini e lì meditiamo i passi degli Atti degli Apostoli. Ci portiamo poi – disturbati da qualche sciame di api e pericolosi insetti ronzanti- tra i resti della grande basilica del V secolo, la prima al mondo dedicata a Maria sede del terzo Concilio Ecumenico, il Concilio di Efeso del 431 che proclamò Maria Theotokos, ovvero madre di Dio.

Tra le rovine illuminate dalla calda luce del tramonto ci ritiriamo meditando il passato, custodendo il presente e pregando per il futuro di questa meravigliosa terra.

L’indomani mattina raggiungiamo –inerpicandosi lungo una strada scoscesa- i resti dell’acropoli di Pergamo, su un’alta collina che domina tutta la campagna circostante. Una delle più grandi città del mondo antico, fu sede di un fiorente regno ellenistico durante il quale si arricchì di templi, statue ed ogni meraviglia. Dopo aver superato la grande porta regale osserviamo i palazzi dei re, raggiungiamo il tempio di Atena e i resti della grande biblioteca che rivaleggiò con quella di Alessandria (proprio da questa rivalità quando l’Egitto vietò l’esportazione del papiro, unico materiale di scrittura, qui fu inventato un nuovo supporto fatto con pelle animale, la Pergamena!). Raggiungiamo, nella grande spianata del Traianeum, l’imponente tempio dedicato alla maestà imperiale dove meditiamo le parole di Giovanni inviate a questa chiesa -in cui riconosciamo nel tempio imperiale proprio quel trono di Satana- e la passio, il racconto del martirio, di San Antipa, battezzato da Giovanni e primo vescovo della città, che proprio su questa spianata testimoniò la propria fede, spingendo alla conversione il popolo lì radunato. Completiamo il giro delle mura fino alla grande fortezza che domina la città e da cui si gode uno stupendo panorama e attraversiamo –non senza qualche vertigine!- lo scenografico grande teatro costruito con una mirabile pendenza. Raggiungiamo infine il sito dove sorgeva la grande e famosa ara di Pergamo, eccellente opera scultoria massima rappresentazione della vittoria degli dei olimpici sui mostri ctoni, della civiltà sulla forza, della ragione sulla barbarie (purtroppo trafugata dagli archeologi tedeschi ed oggi a Berlino).

Dopo un ristoratore pasto a base di pide, la tipica pizza turca condita con carne, formaggio e verdure, riprendiamo la marcia per raggiungere Foca, paesino su una piccola baia, dove sorgeva la famosa antica Focea, la colonia greca da cui originò Genova e Marsiglia e, si dice, uno dei pochi luoghi del Mediterraneo ancora abitato dalle foche da cui il luogo prese il nome. Nel mare azzurro e cristallino, in cui si stagliano in lontananza le verdi isole greche, ci concediamo un lungo bagno rigenerante.

Ecco che, ahinoi così rapidamente, è giunta l’ultima nostra sera in terra turca, con un po’ di tristezza salutiamo i nostri ospiti e passiamo insieme una bella serata, l’ultima di questa piccola comunità, presto torneremo in patria alle nostre case per riprendere i propri percorsi nei conventi e nelle università, allo studio e al lavoro, ma una parte di noi rimarrà qui in questa terra e una parte di questa terra rimarrà con noi per tutta la vita consapevoli che:

2C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare quel che si è piantato.
3Un tempo per uccidere e un tempo per curare,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
4Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per fare lutto e un tempo per danzare.
5Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
6Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per conservare e un tempo per buttar via.
7Un tempo per strappare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.
8Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace.

11Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo; inoltre ha posto nel loro cuore la durata dei tempi, senza però che gli uomini possano trovare la ragione di ciò che Dio compie dal principio alla fine […]14Riconosco che qualsiasi cosa Dio fa, dura per sempre; non c’è nulla da aggiungere, nulla da togliere. Dio agisce così perché lo si tema. 15Quello che accade, già è stato; quello che sarà, già è avvenuto. Solo Dio può cercare ciò che ormai è scomparso.

[…]22Mi sono accorto che nulla c’è di meglio per l’uomo che godere delle sue opere, perché questa è la parte che gli spetta; e chi potrà condurlo a vedere ciò che accadrà dopo di lui?

Enrico Canese