14 febbraio 2021

”Lo voglio: sii purificato!”

LETTURE: Lv 13,1-2.45-46, Sal 31; 1 Cor 10,31-11,1, Mc 1,40-45

La purezza, per l’antico Israele, è una esigenza essenzialmente rituale, legata all’esercizio del culto nel tempio da parte dei sacerdoti: è puro ciò che si può accostare a Dio, è impuro ciò che rende inadatti al culto o ne esclude. Gli animali puri sono quelli che possono essere offerti a Dio, gli impuri quelli che i pagani considerano sacri o che appaiono ripugnanti o malvagi all’uomo e che si reputa dispiacciano a Dio. Soprattutto ci sono comportamenti e situazioni, legate alla salute o alla vita sessuale, che rendono impuro l’uomo e gli impediscono di avvicinarsi a Dio. La legge di purità, contenuta nel libro del Levitico (capp. 11-16), illustra minutamente la casistica riguardante il puro e l’impuro, ed al vertice dell’impurità sta il lebbroso (prima lettura), escluso dalla relazione cultuale con Dio e dal consorzio umano: è come un morto, seppur vivente…

Con i grandi profeti dell’VIII secolo, si attua una straordinaria rivoluzione in materia di purità rituale: non è più nell’esercizio del culto, bensì è nella vita sociale, nell’esercizio del potere politico-economico, che l’uomo contrae le impurità che lo rendono insopportabile a Dio: “Io detesto i vostri noviluni e le vostre feste; per me sono un peso, sono stanco di sopportarli. Quando stendete le mani, io distolgo gli occhi da voi. Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue. Lavatevi, purificatevi, allontanate dai miei occhi il male delle vostre azioni. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova” (Is 1,14-17).

Dalle cose impure, i profeti sono passati agli atti che rendono l’uomo inadatto a incontrare Dio, ma Gesù, pur conservando questa esigenza (cfr Mt 5,23:“se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te…”), opera uno spostamento ulteriore dalle azioni verso il cuore: il luogo della purità non è il culto, né la vita sociale, ma il cuore di ogni uomo, da cui provengono tutti gli atti che lo rendono impuro, e dunque incapace di incontrare Dio.

Le dichiarazioni di Gesù in Matteo 15,10-20 sono decisive per comprendere la natura della purezza di cuore: “ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore. Questo rende impuro l’uomo. Dal cuore, infatti, provengono propositi malvagi, omicidi, adultèri, impurità, furti, false testimonianze e calunnie. Queste sono le cose che rendono impuro l’uomo; ma il mangiare senza lavarsi le mani non rende impuro l’uomo” (18-20).

Così possiamo ben comprendere l’episodio narrato dal vangelo di questa domenica. Sanare un lebbroso non vuole soltanto dire ridonargli la salute, significa riammetterlo nel consorzio umano, ristabilirlo come soggetto capace di relazioni e soprattutto significa riammetterlo al culto, rimetterlo in piedi davanti a Dio. Significa non legare la possibilità di queste relazioni a condizioni esterne, ma radicarla nel cuore dell’uomo. Tra l’altro la nuova traduzione CEI parla giustamente di “purificazione” del lebbroso e non più di “guarigione”, finalmente una versione più aderente al testo e più ricca di risonanze: nella missione di Gesù, che il racconto di Marco inizia a delineare, il male viene scacciato (quarta domenica), la salute è ridonata (quinta domenica) e con essa la possibilità di riannodare nuove relazioni con la comunità umana e soprattutto con Dio, riabilitando a compiere il culto: “va’ a mostrarti al sacerdote  e offri per la tua purificazione quello che Mosé ha prescritto”(vangelo).

Ma tutta una serie di indizi, disseminati in questa pericope, ci permettono di dire ben di più: qualcosa che riguarda l’essere discepolo del Signore Gesù, qualcosa di più personale per ognuno di noi e che viene lasciata intravvedere in questo brano. A ben vedere, è innanzitutto il lebbroso che prende l’iniziativa, non risponde a un invito di Gesù; anzi, Gesù si mostra turbato (per alcuni “ne ebbe compassione” sarebbe piuttosto “andò in collera”), e poi, guaritolo, “fremendo d’ira contro di lui lo scacciò via subito”, ordinandogli il silenzio. Stupisce, tale durezza, contrasta con l’immagine oleografica e dolciastra che spesso ci viene trasmessa e che anche noi abbiamo di Gesù, che invece – i vangeli lo sottolineano parecchie volte – è capace di forti emozioni. Bene commenta J. Delorme: “La fama di Gesù, che si diffonde a partire dalle sue opere, si traduce concretamente nell’afflusso di malati e di indemoniati. La fama comunica quindi l’immagine di una potenza benefica, che risvegli il desiderio di beneficiarne. Nessuno chiede a Gesù di predicare o di insegnare. C’è uno squilibrio ed un malinteso tra ciò che egli vuole fare e quello che ci si aspetta da lui. La storia del lebbroso mondato ne è l’illustrazione più esauriente. La collera di Gesù e la sua rabbia repressa, segnalano lo scarto e la tensione tra il suo intento e le speranze che egli suscita… Il segreto richiesto al lebbroso purificato corrisponde al silenzio imposto a spiriti e demoni. Proprio perché pretendono di conoscere ciò che egli è nei confronti di Dio, Gesù li mette a tacere. E proprio perché il lebbroso lo vede come un onnipotente che esaudisce i suoi desideri, Gesù vuole che taccia. In entrambi i casi è in gioco la persona di Gesù. Egli si oppone a che sia diffusa un’immagine di sé a partire da una parola diversa dalla sua. Non vuole che si parli di lui a partire da un rapporto con lui che non sia di ascolto. Fare tutto questo malgrado la sua persona in ultima analisi significa escluderlo e impedirgli di parlare.” (J. Delorme, Au risque de la Parole, Seuil, Paris 1991, p.32).