7 aprile 2019

LETTURE: Is 43, 16-21; Sal 125; Fil 3,8-14; Gv 8,1-11

La liturgia di questa quinta domenica di Quaresima presenta l’episodio dell’adultera: è un episodio in realtà originato dall’ennesimo tentativo da parte di scribi e farisei di mettere in difficoltà Gesù: «Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo», come riporta l’evangelista. Dietro il problema del giudizio alla donna «sorpresa in flagrante adulterio» si cela il tentativo di far condannare Gesù stesso.

Scribi e farisei vogliono porre il Signore davanti alla scelta tra sconfessare di fatto la sua fama di maestro mite e misericordioso, condannando la donna, o andare contro la legge di Mosè, che prevedeva per il reato di adulterio la morte (Lv 20,10; Dt 22,22-24). In maniera più sottile, anche alla luce degli eventi successivi, possiamo forse dire che gli avversari vogliono mettere Gesù di fronte a un ulteriore difficoltà: se avesse affermato la necessità di seguire le legge di Mosè, avrebbe infatti contravvenuto alle disposizioni dell’autorità romana, che avocava a sé ogni decisione sulla pena capitale, come si può desumere dal racconto del processo a Gesù (cfr. Gv 18,31).

In questo quadro di grande tensione, il maestro di Nazaret si china a scrivere per terra, con un gesto carico di mistero, il cui senso – spesso indagato – continua a sfuggirci. Fra le molte spiegazioni, quella classica di Agostino fa riferimento al fatto che è il Legislatore stesso, colui che aveva scritto le tavole di Mosè, che ora scrive per terra. È, per altro, ciò che ricorda in maniera molto chiara una delle antifone «O» – così chiamate perché cominciano con questa interiezione vocativa –, che si cantano nei giorni prima del Natale: «O Signore, guida della casa di Israele, che sei apparso a Mosè nel fuoco del roveto, e sul monte Sinai gli hai dato la legge, vieni a liberarci con braccio potente». Quella dell’Antica Alleanza è una legge ancora dura, «scritta sulla pietra per significare la durezza dei loro cuori», come dice Agostino (In Gv, 33, 5). Potremmo dire, con le parole che Gesù usa a proposito della pratica del ripudio della sposa (cfr. Mt 19,8), «per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso [ciò] […], ma da principio non fu così». La legge ha mostrato all’uomo le sue contraddizioni, il suo stato di creatura ferita che non è più in grado di compiere il bene che vuole, e che cade spesso nel male che non vuole (cfr. Rm 7). La stessa legge doveva però condurci a Cristo, come un «pedagogo», come afferma Paolo (cfr. Gal 3,19-29): ora, per riprendere l’immagine di Agostino, il Signore scrive sulla terra, non più sulla pietra, «perché cerca il frutto», che dalla terra può nascere.

È vero: questa donna ha peccato; e tuttavia nel giudizio di Cristo questa verità si incontra con la misericordia. In Cristo è possibile la conciliazione impossibile nella legge degli uomini perché in lui si invera la profezia del salmo (84,11): «Misericordia e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno». Cristo unisce il cielo e la terra, unisce così nella sua persona ciò che pareva impossibile tenere insieme: «La verità germoglierà dalla terra, e la giustizia si affaccerà dal cielo». Dopo l’invito del Signore «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei» tutti se ne vanno, a cominciare dai più anziani: da quelli, cioè, a cui l’esperienza rende più evidente la coscienza della distanza dalla legge, di cui vorrebbero essere i guardiani e i vendicatori. Di nuovo Agostino, commentando questo fatto, afferma che rimangono in due sulla scena, «misera et misericordia». Gesù stesso è la misericordia. La misericordia, secondo una definizione classica di Tommaso d’Aquino (Summa Theol., I, 21, 3c; II-II, 30, 3c) comporta infatti il dolore per l’infelicità di un altro, e ha come effetto quello di agire perché quell’infelicità sia sanata, colmando il difetto che ne è la causa. Ciò è proprio di Dio creatore, che dona l’essere alle cose che ne mancherebbero; è proprio anche di Dio che perdona: «chi perdona, si può dire che doni», perché il peccato – come si usa dire anche nel linguaggio comune – è davvero una “mancanza”, la mancanza di un bene debito, dovuto.

La giustizia umana tende a definire, e quindi in qualche modo a restringere entro i limiti, i confini, di una colpa, con il rischio sempre forte di identificare il peccato e il peccatore, fino ad eliminarlo con la pena di morte, per eliminare il reato almeno potenziale. La giustizia di Cristo è misericordia: ossia, per-dono, dono che va oltre la misura del dovuto, oltre la de-finizione, oltre il rimarcare il limite: per ridare l’uomo alla sua vera misura, quella cioè di essere immagine di Dio, risollevandolo dalla condizione di mancanza, di indigenza, in cui il suo peccato l’aveva gettato.

Capiamo allora la scelta della liturgia, che a questa lettura evangelica ha associato la prima lettura dal profeta Isaia: il Signore, che parla per mezzo di lui, dice: «Non pensate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova». Le cose passate, della legge sulla pietra, condannavano l’uomo, lo mettevano di fronte alla sua incapacità a seguire la sua natura, che chiedeva il bene, e che, ferita, non era in grado di raggiungerlo né di compierlo. Il Signore fa una cosa nuova: non solo perché dona dopo la legge la sua grazia, ma anche perché con essa porta la misericordia, e cioè quell’agire divino che rinnova sempre, che non lascia che l’uomo sia definito, rinchiuso, per sempre imprigionato nella sua azione trascorsa e manchevole.

In Cristo è possibile questo: per chi lo segue, è donata una misura nuova di giustizia, che gli permette di camminare oltre tutti i suoi inevitabili limiti ed errori. Per citare i versi di un grande poeta del secolo scorso, T.S. Eliot, «Bestiali come sempre, carnali, egoisti come sempre, interessati e ottusi come sempre lo furono prima; eppure sempre in lotta, sempre a riaffermare, sempre a riprendere la loro marcia sulla via illuminata dalla luce. Spesso sostando, perdendo tempo, sviandosi, attardandosi, tornando, eppure mai seguendo un’altra via» (Cori da “La Rocca”, VII).