Che ne è di Fratelli tutti, l’enciclica di papa Francesco sulla fraternità e sull’amicizia sociale, ad un mese dalla sua pubblicazione? Al di là delle immediate risonanze raccolte dai mezzi di comunicazione di massa, risulta pressoché impossibile farsi un’idea dei processi avviati effettivamente dall’enciclica, così come ovviamente di quelli ch’essa aprirà in futuro. Se a partire da profonde convinzioni cristiane, il Vescovo di Roma si rivolge a tutti gli uomini di buona volontà con un linguaggio che aspira alla più ampia comprensibilità possibile per sostenere la necessità di ispirare le relazioni umane all’universale amore fraterno, non si può non riscontrare come si siano sollevate diverse voci – sorprendentemente anche dall’interno del mondo cattolico – per contestare il contenuto dell’intervento pontificio. Non intendo certo prendere in considerazione i diversi commenti, spesso scritti frettolosamente ed avendo come principale obiettivo quello di delegittimare l’autorevolezza della proposta di papa Francesco attraverso le solite accuse infondate che sentiamo ormai risuonare da anni. Per i suoi censori ideologici, il Pontefice risulterebbe colpevole – di volta in volta oppure anche allo stesso tempo – di marxismo, di relativismo, di aver spezzato la Tradizione cattolica e di aver sostituito il Dio cristiano con una divinità generica valida tanto per noi quanto per i musulmani.

Al di là dell’evidente assurdità di queste accuse (e mi sono limitato a riportare quelle che rientrano nei pur ampi limiti della salute mentale!), quello che non sorprende per niente è il fatto di ritrovare queste censure sulle colonne dei quotidiani di sedicente orientamento “liberale” che guarda caso coincidono – almeno nel povero panorama intellettuale dell’Italia odierna – coi sostenitori dei vari populismi. Spesso reclutati nelle fila degli “atei devoti”, senza sua colpa diventati di moda al tempo di Benedetto XVI, questi “maestri d’Occidente” dichiarano apertamente di non credere nell’annuncio cristiano per poi ritenersi in dovere di correggere il Sommo Pontefice, al punto da insegnargli che cos’è il cristianesimo, come dovrebbe essere declinato oggi per rimanere fedele a se stesso e finanche quali messaggi deve assolutamente evitare per non far “crollare” la Chiesa quantomeno in Europa. Fatto salvo il diritto d’opinione e ritenendo fermamente che papa Francesco non abbia bisogno di alcun avvocato, colgo qui tuttavia l’occasione – trascurando per rispetto del Lettore le osservazioni più deliranti e/o propagandistiche – per rispondere a due critiche rivolte all’enciclica Fratelli tutti che, per quanto infondate, sembrano circolare anche tra i semplici fedeli che incontriamo la domenica (rigorosamente con la mascherina!) per la celebrazione dell’Eucaristia. Il primo punto è propriamente teologico: il Pontefice viene rimproverato per aver adottato una prospettiva sulla fraternità esclusivamente umana, fino al punto da “dimenticare Dio” inteso quale unico fondamento dell’auspicata fraternità. Basterebbero ovviamente le due preghiere che concludono l’enciclica per confutare questa critica, ma non è questo il punto. Ragionamenti simili riescono a suscitare dei dubbi in diversi cattolici perché, a mio parere, non ancora consapevoli di quello che ritengo un presupposto fondamentale della prospettiva offerta da papa Francesco.
Mi riferisco, in particolare, a quella che egli chiama «una caratteristica essenziale dell’essere umano» rivelata dalla “parabola del Buon samaritano” (Lc 10,25-37): «siamo stati fatti per la pienezza che si raggiunge solo nell’amore» (FT, 68). Se s’interpreta quel “siamo stati fatti” come un “passivo divino” la frase dice che Dio ci ha creato per realizzarci nell’amore per Dio e per il prossimo, secondo – mi sembra di poter aggiungere – la decisiva prospettiva giovannea: «Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1Gv 4,20). Da questo punto di vista, come scriveva alla fine degli anni Cinquanta il teologo domenicano Edward Schillebeeckx,  quando i cristiani vivono secondo il dono che hanno ricevuto «l’amore fraterno diviene il sacramento dell’incontro con Dio». Fa parte di questa logica, quanto aggiunge poi papa Francesco: «il fatto che di credere in Dio e di adorarlo non garantisce di vivere come a Dio piace. […] Il paradosso è che, a volte, coloro che dicono di non credere possono vivere la volontà di Dio meglio dei credenti» (FT, 74). Il Vescovo di Roma evidentemente non dimentica Dio, ma predicando la fraternità e l’amicizia sociale a tutti gli uomini di buona volontà sul modello del racconto lucano invita ad abbracciare la volontà divina, chiamando allo stesso tempo i discepoli di Gesù a rendere visibile l’Amore divino che hanno incontrato contribuendo a realizzare quella carità politica e sociale per «progredire verso una civiltà dell’amore alla quale tutti possiamo sentirci chiamati» (FT, 183).

Il secondo punto riguarda la ripresa da parte di papa Francesco di un elemento qualificante della Dottrina sociale della Chiesa. Si tratta del principio della destinazione universale dei beni, che qualche difensore del libero mercato ha subito accusato di “comunismo”, cosa che è capitata anche ad alcuni dei miei studenti all’Università Cattolica, se non fosse che questi ultimi frequentano il corso di laurea magistrale, mentre i censori del Papa sono attempati intellettuali… Lungi dal sostenere un’improbabile collettivizzazione dei mezzi di produzione, il Pontefice ha comunque solamente ricordato che «la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata» e che questa «si può considerare solo un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati» (FT, 120). Senza il rispetto di quest’ordine, come si potrebbe infatti parlare di fraternità?

“Nostro Tempo” 08 novembre 2020
fra Marco Salvioli