“Lavare le vesti rendendole candide con il sangue

1 novembre 2019

LETTURE: Ap 7,2-4.9-14; Sal 23; 1Gv 3,1-3; Mt 5,1-12a

Per i cristiani il martirio è la perfetta assimilazione al Cristo morto e risorto. Accanto alla celebrazione della Pasqua la chiesa delle origini conobbe ben presto il culto per i martiri, i suoi membri che avevano pagato con la vita la loro adesione al Signore. In seguito si associarono ai martiri anche i “martyres designati”, come li chiama Tertulliano, coloro che senza aver subito la morte avevano comunque confessato eroicamente la loro fede subendo torture, carcere, esilio. Ad essi furono in seguito associati i “confessori della fede”, coloro che “non sono venuti meno al martirio ma è loro mancata l’occasione del martirio, come dice san Cipriano. Il numero dei santi si allargò ancora quando vi furono compresi i grandi vescovi che avevano illustrato una chiesa lasciandovi viva memoria della loro azione pastorale. Con loro ben presto vennero ricordati gli asceti, le vergini, i monaci, fino ad aggiungere qualunque fedele che abbia dato una testimonianza eroica di vita cristiana, in qualsiasi situazione di vita. Così a poco a poco venne a crearsi nella coscienza, nel ricordo e nel culto dei Cristiani quella innumerevole schiera di santi e beati che partecipano alla gloria di Cristo nel cielo. Uomini e donne di ogni età e di ogni condizione, dall’esistenza conosciuta pressoché da tutti o ignota ai più. Ma sempre, ripetiamo, l’idea chiave della santità cristiana è il martirio, l’imitazione di Cristo che dona la sua vita fino all’effusione del sangue, in qualunque modo questa eroicità poi venga ad attuarsi.

Questi che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono? Gli risposi: Signore mio, tu lo sai. E lui: Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello”(prima lettura, vv.13-14). Siamo poco usi al linguaggio del libro della Apocalisse, invano cerchiamo nelle sue folgoranti visioni la possibilità di ricostruire delle immagini coerenti. Come può, ad esempio, un agnello immolato, che cioè è stato sgozzato, reggersi pertanto ben ritto sulle sue zampe (cfr Ap 5,6)? Ma è proprio questa immagine paradossale a costituire il cuore del libro: il Signore Gesù, crocifisso e risorto è colui che solo “può prendere il libro ed aprirne i sigilli”(5,9) ed è la lampada che illumina della gloria di Dio la Gerusalemme celeste che è il vero termine della storia dell’umanità (21,23). Così si comprende il paradosso di lavare un indumento nel sangue per renderlo candido: un’immagine ardita che fa comprendere meglio di tanti discorsi in che cosa consiste, al di là di ogni deriva moralistica e di ogni pretesa identitaria, la vita cristiana. La vita cristiana, per dirla con il linguaggio dell’Apocalisse, è partecipazione al paradosso dell’Agnello; è dono del sangue perché da questo sangue possa nascere vita; è, in altri termini, libera partecipazione al mistero pasquale del Signore. Questo hanno fatto e fanno i martiri, e sono “una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua”, a dire che l’Agnello ha eliminato definitivamente ogni barriera, ogni muro di separazione (cfr Ef 2).

Il vangelo odierno ci fa riascoltare la solenne proclamazione delle beatitudini che inaugura la predicazione di Gesù nel “Discorso della Montagna”. Gesù, levato lo sguardo sulla folla che lo circonda – una folla composita, per lo più di povera gente affaticata e oppressa – proclama beati, veramente felici, tutti coloro che nella logica corrente possono essere piuttosto definiti infelici, sfortunati, caso mai meritevoli di compassione e di aiuto. Ma invece è proprio di costoro il regno che egli è venuto a inaugurare con la sua predicazione e che in questo primo discorso descrive. Dopo avere proclamato la beatitudine dei poveri, degli afflitti, dei miti, degli affamati e assetati di giustizia, dei misericordiosi, dei puri di cuore, degli operatori di pace e dei perseguitati per la giustizia, alla fine è come se Gesù restringesse lo sguardo e lo concentrasse su chi ha più vicino – il piccolo gruppo dei discepoli – e aggiungesse, solo per loro, una nona beatitudine: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”(vv.11-12). Ecco qual è la prospettiva aperta a chi vuol davvero essere discepolo di Gesù, a chi ne ascolta la chiamata e si mette alla sua sequela. Ecco che cosa vuole dire “lavare le proprie vesti rendendole candide nel sangue dell’Agnello”. Ecco in che cosa consiste la santità cristiana, che non è una via di eccellenza per pochi eletti ma è una chiamata universale. Condividere lo stesso destino del Signore, camminare con lui verso la croce, qualunque cosa questo significhi e comporti, per poter partecipare alla gloria della risurrezione. “Dare compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella propria carne”(Col 1,24).

Come questo si declini nelle singole esistenze dei cristiani è lo Spirito ad insegnarlo: non esistono “prontuari di santità”, ma nel cuore di ognuno lo Spirito suscita, in mille modi diversi, nuovi cammini pasquali attraverso cui ognuno può aggregarsi all’immensa moltitudine dei santi. La seconda lettura di questa solennità, tratta dalla prima lettera di Giovanni, dice bene qual è il cammino cristiano, questo faticoso ma lieto incedere dietro al Signore crocifisso e risorto: esso nasce dall’amore del Padre ed è una progressiva risposta a questo amore, fino alla piena identificazione con il suo Figlio Gesù. “Quando egli si sarà manifestato noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso come egli è puro”(1Gv 3,2-3).