Il pane, la carne e il sangue

14 giugno 2020

LETTURE: Dt 8, 2-3.14b-16a; Sal 147; 1Cor 10, 16-17; Gv 6, 51-58

Come la festa della santa Trinità, che la precede, anche quella del Corpus Domini è stata definita una “festa tematica”, perché celebra uno sviluppo dottrinale tardivo piuttosto che un avvenimento biblico. Come risposta alla crescente devozione dei fedeli verso il Santissimo Sacramento, venne promulgata come festa per tutta la Chiesa da papa Urbano IV nel 1264. Se domenica scorsa abbiamo celebrato la festa della Trinità – il mistero della vita stessa di Dio, dell’unione tra il Padre e il Figlio nella realtà dello Spirito che è amore – nella festa odierna noi celebriamo il mistero dell’unione intima che Gesù ci invita a vivere con lui.

Nel suo lungo capitolo sesto l’evangelista Giovanni narra prima di tutto l’evento della moltiplicazione dei pani al quale fa seguire un lungo discorso di Gesù sul “pane di vita”. Al tempo della composizione del Vangelo giovanneo la pratica eucaristica era già solidamente diffusa e conosciuta ed è proprio alla luce di questa pratica che l’evangelista e i suoi lettori potevano comprendere le parole di Gesù. Tutta la preoccupazione di Gesù ruotava intorno al seguente messaggio: che noi avessimo la vita e che l’avessimo in abbondanza. Lo dimostra anche il fatto che il brano scelto per la festività odierna è inquadrato dalla stessa affermazione che si trova all’inizio e alla fine del testo: «Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno» (v. 51) e, al termine: «Chi mangia questo pane vivrà in eterno» (v. 58). E, all’interno di queste due affermazioni, Gesù si presenta con una espressione assai forte e incisiva: «Io sono», per esempio quando dice di sé: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo» (v. 51). E senza tralasciare il riferimento al Padre: «Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me» (v. 57). Inoltre, lungo il discorso, Gesù si paragona alla manna del deserto. Questa manna che gli ebrei avevano mangiato nel deserto era un nutrimento terrestre, anche se proveniva dall’alto; ora, il vero pane venuto dal cielo e donato dal Padre all’umanità tutta è Gesù Cristo stesso.

Nell’Antico Testamento l’immagine del pane era sovente utilizzata per esprimere la Saggezza, e, presumibilmente, è per questo motivo che gli ascoltatori di Gesù non sembrano aver reagito con meraviglia o con scandalo all’affermazione: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo» (v. 51). Essi comprendevano senza dubbio che Gesù si presentava come un maestro di saggezza e riconoscevano che parlava come nessun uomo o saggio aveva mai fatto prima. Ma una discordia serpeggia, monta ed esplode – «Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro» (v. 52) annota l’evangelista – quando Gesù comincia ad utilizzare altre due immagini dell’Antico Testamento, quella della carne e quella del sangue: «Il pane che io darò è la mia carne» (v. 51) e, più avanti: «Chi che mangia la mia carne e beve il mio sangue» (v. 54). A questo punto i Giudei, narra Giovanni, non sanno più ciò che Gesù intende dire facendo ricordo a queste due immagini. Ora, la lettura cristiana della storia dell’antica alleanza ci fa comprendere come Gesù faccia allusione alla carne dell’agnello pasquale che aveva nutrito gli ebrei la notte della fuga dall’Egitto e del sangue di questo agnello che era stato il simbolo della loro liberazione dalla schiavitù. È certo che la comunità dell’apostolo Giovanni leggeva in queste parole di Gesù un’allusione al mistero della celebrazione eucaristica e una interpretazione di questa. Ma queste parole pronunciate all’inizio della vita pubblica, non sono un semplice annuncio del banchetto eucaristico che sarà istituito più tardi. Gesù parla al presente e rivolgendosi alla folla che gli sta intorno dice: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui» (v. 56) e, prima: «Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue non avete in voi la vita» (v. 53).

Gesù non è semplicemente un maestro di saggezza – ciò che poteva significare l’immagine del pane, e, dunque, non è più semplicemente un modello da imitare. Egli si è fatto uno di noi, è il primogenito di una moltitudine di fratelli e dipende da noi lasciarci assimilare a lui nutrendoci del Suo corpo e del Suo sangue, lasciandoci trasformarci dall’interno e configurare, così, a Sua immagine, per entrare nella Vita – quella pienezza di vita che è venuto a portarci. E la vita in pienezza che noi riceviamo attraverso la nostra unione al Cristo è eterna; e in questo senso il testo di san Giovanni utilizza il futuro e non più il presente, per dire o significare una durata senza fine: «Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno» (v. 51) e, ancora, più avanti: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, ha la vita eterna [egli l’ha già], e io lo risusciterò nell’ultimo giorno». Quello che viene denominato in questo passo come “l’ultimo giorno” non rimanda alla fine dei tempi, ma piuttosto all’ultimo giorno di Gesù, quel giorno che Egli richiamava ogniqualvolta diceva che la sua ora non era ancora venuta, ovvero, il giorno della Sua morte e quello Sua propria resurrezione.

Questa comunione intima cui Gesù allude con le immagini del pane prima e quelle della carne e del sangue poi è una realtà anteriore al sacramento dell’Eucarestia che ne sarà l’espressione e il lascito. Questa comunione è eminentemente personale: la comunità cristiana non è semplicemente la somma di tanti individui o una folla o un popolo anonimo, ma piuttosto è il frutto di una comunione tra persone che vivono, ciascuno personalmente, quella propria con Gesù Cristo. Il sacramento che oggi si festeggia viene perciò a nutrire e ad esprimere questa comunione che deve esistere preliminarmente alla sua celebrazione.