Domenica scorsa, nel vangelo, abbiamo sentito Gesù dichiarare: “Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”.

E, due righe oltre: “Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.

Che Cristo “rivendichi” il primato dell’amore nella vita di ciascuno l’abbiamo udito tante volte; ma qui egli domanda di amarlo più di chi ci ha generati, più di coloro coi quali abbiamo trascorso le ore più liete della vita, e persino più di noi stessi, cosa talvolta assai ardua.

Subito dopo, ci invita a metterci a fare il conto delle nostre risorse, perché non ci accada di gettare le fondamenta di un’esistenza destinata a restare monca, un rudere che al massimo susciterà lo scherno dei passanti.

Ecco: l’anno del noviziato cammina sul filo che congiunge queste due frasi del Signore.

Da un lato, in noviziato si vive lo slancio d’amore verso Dio che amandoci ha suscitato in noi un particolare desiderio di vivere stabilmente con lui; dall’altro ci si siede con onestà a calcolare le spese e valutare i mezzi per intraprendere la costruzione della propria vita nella consacrazione religiosa.

Qualche risorsa certamente ciascuno di noi la possiede: ma il grosso del lavoro lo compie comunque ancora il Signore soccorrendoci con la sua continua benevolenza, perché, come dice il salmo 126: “Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori”.

Non solo la vocazione, ma anche la perseveranza nella vita religiosa, per quanto legati alla nostra libera adesione, sono doni sublimi che vengono da Dio.

E come ricorda san Paolo ai Corinzi: “I doni di Dio sono irrevocabili”.

Domenica 15 settembre, davanti al popolo di Dio raccolto in preghiera, in cinque novizi (fr. Giovanni, fr. Damiano, fr. Stefano, fr. Paolo, fr. Lorenzo) avremo la gioia di fare la nostra prima professione religiosa a conclusione dell’anno di noviziato.

Come prevede la formula domenicana, nelle mani del priore provinciale pronunzieremo esplicitamente soltanto il voto di obbedienza: obbedienza a Dio, alla Beata Vergine, a san Domenico, al maestro dell’Ordine rappresentato dal provinciale, secondo la regola di sant’Agostino e le Costituzioni dei Frati Predicatori, che evidentemente disciplinano anche castità e povertà.

Obbedire è testimoniare la fedeltà di Dio alla sua opera: lui solo può portare infallibilmente a compimento l’edificazione della nostra vita.

Il nostro desiderio di vivere protesi al Padre, docili alla voce dello Spirito Santo, come Cristo durante la sua vita terrena, trova nella professione la conferma della chiesa che ci dona un posto concreto in cui, coll’aiuto soprattutto dei confratelli, esser edificati giorno dopo giorno come la torre del vangelo.

Davvero chiediamo al Signore che ci edifichi come torri: slanciati verso l’alto, verso le cose di lassù alle quali aspiriamo; al contempo però ben piazzati, resistenti agli assalti degli avversari, capaci di offrire riparo a tanti uomini e donne incalzati dalle furiose battaglie della vita.