Maria e il nome di Gesù

1 gennaio 2020

Letture: Nm 6,22-27; Sal 66; Gal 4,4-7; Lc 2,16-21

Sono molteplici, così, gli spunti di riflessione che le letture bibliche offrono in questo giorno. Attraverso la sua maternità Maria dona un volto umano alla pace di Dio. Quando si pensa agli uomini di pace di solito si evocano grandi figure come Martin L. King, Gandhi, ecc., ma Gesù non è stato solo un uomo di pace, egli è la pace di Dio donata alla nostra terra. Inviato dal Padre, è venuto a riunire i figli di Dio dispersi, a riconciliarli con lui e tra di loro; nel suo corpo offerto e innalzato ha distrutto l’odio e per questo ne è morto: «Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne» (Ef 2,14).  Il suo sangue sparso è un sangue donato per il perdono e per la pace, per la riconciliazione dei lontani: «Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani,siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo» (Ef 2,13). Così, infine, essendo Maria la madre di Gesù, è anche madre della pace: ha partorito la pace sulla nostra terra.

Davanti alla croce, la maternità di Maria prende una nuova dimensione: diviene la madre dei discepoli di Gesù. E ancora, quando gli apostoli e i discepoli si raccolgono nel cenacolo,in attesa del promesso dono del Consolatore, gli Atti degli Apostoli precisano che essi erano riuniti in preghiera insieme alla madre di Gesù (Atti 1, 14). Ogni madre non può che insegnare e desiderare la pace per i suoi figli: come una madre potrebbe, infatti, augurarsi che tra i propri figli si insinui e divampi il conflitto, il sospetto, l’ostilità? Senza voler dare alle apparizioni mariane la stessa importanza che possiede la parola di Dio, non si può, infine, non constatare che la  maggior parte delle apparizioni mariane sono avvenute per tentare di evitare scontri e bagni di sangue.

Maria e Giuseppe, inoltre,  danno al bambino il nome di Gesù. Attraverso questo gesto fatto davanti alla legge, Giuseppe è riconosciuto come padre del bambino e Gesù diviene figlio del popolo di Israele, della tribù di Davide. Per Maria l’opportunità di dare a suo figlio, in prima persona, il nome che le era stato rivelato da Gabriele e chiamarlo con questo nome, rappresenta  anche un momento importante della sua maternità. Si può facilmente immaginare il primo dialogo che si stabilì tra la madre e il figlio a partire da queste due elementari ma indispensabili parole: “mamma” e “Gesù”. Lentamente Maria insegna al Verbo di Dio a parlare la lingua degli uomini, la lingua del suo popolo. Gesù non conoscerà che l’aramaico; saprà leggere l’ebraico della Bibbia ma avrà bisogno di un interprete, ad esempio Filippo o Andrea – quando si rivolgeranno a lui in greco. In una lingua di minoranza, parlata da gente lontana dal potere della cultura e della politica,  Gesù, con le prime parole apprese da sua madre e da suo padre, inizia a parlarci del Regno e a rivelarci chi è il Padre. Ed è sempre con quelle parole che ci dice prima di morire: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi» (Gv 14, 27).

C’è dell’altro: imponendo al bambino il nome “Gesù”, Maria e Giuseppe gli indicano già la sua missione di salvezza. Poco a poco, Gesù prenderà coscienza della sua vocazione di Messia: dovrà infatti cercare di comprendere in che modo il Padre vuole che egli sia il Salvatore. Gesù non  significa, forse, “Dio salva”? Dovrà rispondere all’attesa del popolo liberando il paese dall’occupante straniero e romano? Dovrà accettare la regalità? O dovrà operare la salvezza nella prospettiva del Servo obbediente e sofferente intravisto e profetizzato da Isaia? Le grandi tentazioni alle quali Gesù dovrà sottoporsi durante tutta la sua vita si situano al livello più profondo della sua vocazione, della sua missione e del suo nome “Gesù”. Questo nome imposto oggi da Maria e da Giuseppe verrà scritto in caratteri ebraici, greci e latini alla sommità della croce e sarà attorniato dalla derisione: che egli salvi se stesso e anche noi. Attraverso la resurrezione Dio lo ha sovranamente elevato e gli ha conferito il Nome che è al di sopra di ogni altro nome affinché davanti al nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nel cielo sulla terra e sotto terra (cfr. Fil 2,9). A Pentecoste, Pietro proclama con sicurezza: «E avverrà:  chiunque invocherà il nome di Signore sarà salvato» (Atti 2,21); e lo riconfermerà davanti al sinedrio quando affermerà che «In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini,nel quale è stabilito che noi siamo salvati» (Atti 4,12). L’apostolo Giacomo parlerà del bel nome che si invoca su di noi (cfr. Gc 2,7) e nella presentazione che ci dona l’Apocalisse della città celeste viene detto: «Nella città vi sarà il trono di Dio e dell’Agnello: i suoi servi lo adoreranno; vedranno il suo volto e porteranno il suo nome sulla fronte» (Ap 22,3-4).

Che Maria ci aiuti a scoprire tutti i giorni meglio la potenza e la dolcezza del nome di Gesù, questo nome che ha dato a suo Figlio e con il quale noi siamo stati segnati il giorno del nostro battesimo. Questa unzione del Nome ci fortifica, ci istruisce in tutto, ci dice san Giovanni (cfr. 1Gv 2,27). Egli è la garanzia della nostra salvezza e questo nome fa soprattutto noi figli per il Padre diventando così, come Gesù, figli di Maria.