Un paradigma della nostra identificazione con Cristo

Vorrei fare una riflessione su una delle qualità che i biografi di san Domenico segnalano con molta enfasi: si tratta della compassione e della commozione che egli provava di fronte alla sofferenza umana, e questo fin da quando era molto giovane. Basti ricordare i due episodi che si narrano della sua vita, quando era studente di teologia a Palencia: il primo risale a quando la fame affliggeva quella regione. Domenico decise di vendere i suoi libri per devolvere il denaro ricavato a favore dei poveri. Il secondo episodio fu la sua autoproposta di sostituirsi all’uomo costretto a lasciare la sua famiglia e la sua patria perché, catturato dai musulmani, non c’era nessuno disposto a pagare il suo riscatto.

Questa sua compassione lo portò a dedicare la sua vita al riscatto di uomini e donne del suo tempo, potenziando una riforma nella Chiesa e nella società. Non dobbiamo dimenticare che san Domenico fu un innovatore, e anche quando nel narrare la storia della Chiesa non si presenta la sua opera come quella di un riformatore della stessa, in realtà lo è stato. La Chiesa del suo tempo non rispondeva debitamente alle sfide che l’allora vigente organizzazione sociale presentava. Infatti si trattava di unorganizzazione che stava passando dal feudalesimo alla società urbana, fatto che significò una maggior partecipazione da parte dei cittadini al sostentamento e alla guida della propria città; si diversificavano le responsabilità, le università si convertivano in luoghi dove si rifletteva e si questionava sui nuovi modelli sociali.

Sfortunatamente la Chiesa continuava nell’immobilità del modello feudale: il vescovo era il Signore che decideva ogni cosa, la maggior parte del suo clero aveva carenza di una formazione sufficiente ad aiutarlo nella predicazione e nel consiglio, per non dire dei laici, i quali erano visti sotto la stessa lente del feudalesimo, dove un solo signore decideva la sorte di tutti e decideva per tutti. Da quest’ottica possiamo capire il grande interesse e la grande compassione che san Domenico sentì per tutti coloro che erano caduti nell’eresia. Si trattava di laici e laiche ai quali la Chiesa non concedeva spazio, mentre la società urbana apriva loro orizzonti nuovi di partecipazione e di opinione, dando loro la possibilità di sperimentare i vantaggi del non vivere assoggettati al signore feudale, iniziando a godere della libertà di prendere le decisioni riguardanti la loro vita.

Leggendo la vita del nostro padre san Domenico nel contesto ecclesiale e sociale in cui gli toccò di agire, diventa ancor più grande la qualità della sua sensibilità di fronte alle speranze che vivevano i suoi contemporanei e di fronte alle angosce e alle sofferenze che li affliggevano. Tale fu la sua comprensione per gli errori di questi eretici che, insieme a Diego de Acevez, riuscì a trasformare una comunità completa di donne eretiche in un monastero di donne consacrate alla preghiera e al sacrificio, totalmente inserito nella Chiesa cattolica. Questo fu il primo monastero delle nostre monache domenicane.

Un’altra prova della compassione che sentiva per gli eretici, opposta all’odio e al disprezzo per loro, è il fatto di non aver accettato i metodi militari che la Chiesa del suo tempo aveva scelto per combattere l’eresia. Il lamento che di frequente ripeteva nelle sue lunghe veglie di preghiera: “oh Dio, che ne sarà del mondo!”, che sarà dei poveri peccatori!” ci mostra quanto profondamente il nostro padre san Domenico fosse mosso dalla misericordia in tutte le azioni che intraprendeva a favore della riforma della Chiesa e per il miglioramento della vita degli uomini e delle donne del suo tempo.

La stessa organizzazione dell’Ordine dei Predicatori, con tutte le strutture di costante partecipazione da parte di coloro che formano la comunità conventuale, la comunità provinciale e la grande comunità internazionale che si riunisce nei capitoli generali, sia elettivi che dei provinciali e dei definitori, è una prova della sensibilità che il nostro padre san Domenico aveva per integrare la ricchezza di tutti alla vita del suo Ordine. Questo è uno dei punti più interessanti che si evidenziano nella sua spiritualità: fonda un Ordine e l’organizza in modo tale da raggiungere quella perfezione in Cristo che è la pienezza umana, allinterno della partecipazione alla vita divina che Egli ci offre con la sua Sapienza, nella partecipazione alla sua stessa vita nel suo Corpo e nel suo Sangue e nell’unzione che ci concede del suo stesso Spirito, per creare una comunione che si arricchisce con la diversità dei carismi con i quali i membri della comunità cristiana, messi l’uno al servizio dellaltro, si arricchiscono reciprocamente.

Ecco perché gli elementi che costituiscono in sintesi la vita dellOrdine ci portano a riprodurre, in noi stessi e nella comunità, la vita del nostro padre san Domenico. Questi elementi sono: la contemplazione della Verità divina nello studio assiduo e nella preghiera in comune e personale che ha come fulcro la celebrazione dell‘Eucaristia e la Liturgia delle Ore – la necessaria identificazione con questa Verità nell’esperienza della carità fraterna, all’interno della vita comune e nella pratica dei consigli evangelici. Tutto questo ci prepara a saper leggere, come parte integrante della nostra contemplazione, il passaggio di Dio nella storia del nostro mondo, ovvero i segni dei tempi, condizione indispensabile per dare alla nostra predicazione una dimensione veramente storica.

Solo la nostra fedeltà all’esperienza pratica di questa Verità, nell’identificazione con Cristo che è la Verità stessa, attraverso il carisma dell’Ordine, ci porterà a sperimentare la profonda necessità di avere la nostra vita personale e comunitaria fondata in essa e nel momento in cui la proporremo agli altri con la predicazione, questa toccherà il cuore di chi l’ascolta e, nel parlarne, il nostro primo linguaggio sarà l’amore e la misericordia di Dio che si fa presente in tutta la comunità, e leggendo scopriremo il passaggio di Dio in una storia che non ci è nuova, ma che ci abbraccia tutti. Ma questo accadrà sempre se conserveremo la comunità domenicana e la comunità ecclesiale nella quale ci muo­ viamo come persone che condividono la stessa storia, con le proprie angosce e speranze, allegria e tristezza. Nella nostra predicazione, prima di tutto dovrà rendersi palese la testimonianza di amore e servizio che con la nostra vita personale e comunitaria doniamo a chi ha bisogno.

Anche questa fedeltà alla pratica quotidiana del Vangelo è un mezzo che garantirà ai nostri contemporanei, da parte dell’Ordine e di tutti coloro che lo formano, una sensibilità nelle risposte alle loro angosce e alle loro speranze. Un’evangelizzazione, che ha come fondamento la pratica fedele e costante della parola di Dio, abbraccia tutta la vita fino alla sua più elementare quotidianità; la stessa evangelizzazione, lungi dall’essere un rimedio passeggero e intrascendente, fornisce la dottrina, i principi, la spiritualità e la mistica dai quali emergono i mezzi di vita e l’organizzazione pastorale che spingono i poveri e gli emarginati ad essere essi stessi i protagonisti della propria evangelizzazione e i promotori del proprio sviluppo. Tutto questo porta i poveri a generare modelli di vita sociale ispirati ai valori evangelici, da dove emergon o risposte valide alle loro aspirazioni di libertà e dignità.

Mi rendo conto di aver toccato una delle questioni più fondamentali che danno allOrdine la sua ragione di esistere: dobbiamo mantenere così dinamicamente integrati gli elementi che formano il nostro carisma, affinché ci permettano di fare del nostro insegnamento di Cristo una identificazione sempre più profonda in Lui, personalmente e comunitariamente , comprendendo così l’ampiezza, la lunghezza , l’altezza e la profondità dell’amore di Dio per tutti i suoi figli (cf Ef 3,18). In questo modo, come abbiamo visto con san Domenico, fedele imitatore di Cristo, ci rendiamo sensibili alle speranze, alle sofferenze e alle angosce di coloro con cui condividiamo oggi, nella Chiesa e nel mondo, un comune destino storico.

fra Raul Vera Lopez, OP
Vescovo di Saltillo, Messico