Io ho conosciuto i frati Domenicani, ero un giovane scout a Genova, nel nostro convento di Santa Maria di Castello, dove poi anni e anni dopo ho vissuto per diverso tempo; ebbene in questo convento c’è il loggiato dell’Annunciazione, uno splendido loggiato affrescato nel 1400 che è un po’ il biglietto da visita del convento, dove si riannodano la parte dei frati e la parte invece in cui il pubblico può  accedere liberamente; ebbene, all’estremità di questo loggiato c’è la porta che poi va dove è l’abitazione dei frati e dove quindi i laici e tanto meno le donne possono entrare e sopra la porta c’è una lunetta quattrocentesca affrescata con un san Domenico con il dito davanti alla bocca. San Domenico che invita al silenzio, come a dire: chi passa questa porta si ricordi che soltanto il parlare strettamente necessario è ammesso, questo è un luogo dove si coltiva il silenzio, non tanto o non soltanto per il rispetto degli altri, ma quanto perché: “ il silenzio, come si dice nella nostra tradizione, è il padre dei predicatori “ , è nel clima del silenzio che si può  ascoltare la Parola di Dio, dove questa Parola può  penetrare in noi, è nel silenzio che questa Parola può  essere coltivata ed è nel silenzio che questa Parola ricevuta e coltivata può  a sua volta diventare parola detta, una volta che il silenzio viene rotto. 

Il Libro delle nostre Costituzioni, che sono le nostre leggi, dice: 

I frati osservino diligentemente il silenzio, soprattutto nel tempo e nei luoghi destinati alla preghiera e allo studio, perché esso è la salvaguardia di tutta l’osservanza e giova specialmente alla vita interiore, alla pace, all’orazione, allo studio della verità e alla genuinità della predicazione” (n.46)

È bello questo articolo delle nostre leggi, dice molto bene quello che non soltanto vale per noi frati, ma che dovrebbe valere anche per tutti coloro che sono interessati a una vita interiore: non c’è vita interiore senza ascolto e non c’è ascolto senza silenzio. C’è poco da fare, chi pensa di fare silenzio col sottofondo musicale non ha capito ancora che cosa vuole dire fare silenzio né che cosa sia l’interiorità. E chi pensa di fare silenzio a comando, cioè di deciderlo ogni tanto (mi faccio un minuto di silenzio), non ha capito che il silenzio deve durare molto, che ci vuole molto, molto, molto tempo di silenzio, perché qualcosa nell’interiorità possa nascere. 

E su questo potremmo parlare a lungo, ma io vi devo parlare di san Domenico e il silenzio; ebbene sul silenzio di San Domenico non si sa nulla, evidentemente, perché non ci ha mai raccontato il suo silenzio. 

Sessant’anni fa, più o meno, un fotografo tedesco, un certo Leonard von Matt ha fatto un libro, in cui si è avvalso della collaborazione di quello che all’epoca era il più grande storico di san Domenico: fra Humbert Vicaire e da questa collaborazione von Matt-Vicaire è uscito un libro con delle splendide illustrazioni in bianco e nero. I capitoletti molto belli scritti dal padre Vicaire seguono passo passo i momenti della vita di san Domenico e sono commentati, resi visibili, da queste fotografie splendide in bianco e nero, dei luoghi natii di San Domenico, del sud della Francia dove si è esercitata la sua predicazione, dell’Italia, dei conventi e poi anche questi conventi animati con foto molto suggestive, molto romantiche di frati anni cinquanta. 

Ebbene, parlando dei luoghi nativi di San Domenico, san Domenico era un castigliano, di una famiglia della piccola nobiltà di campagna a Caleruega, e quando si inizia nel libro a parlare di Caleruega c’è una bellissima foto a tutta pagina: “bambino spagnolo”. 

E questo bambino spagnolo, un bellissimo bambino, avrà avuto otto anni, con i capelli ricci, guarda dritto davanti a sé in questo panorama sconfinato un po’ brullo, un po’ deserto, un po’ triste. 

Ebbene, quella foto, uno dice: che c’entra?  Ma in realtà dice bene quale poteva essere lo sguardo di san Domenico. 

Un san Domenico bambino cresciuto in questi posti un po’ deserti, un po’ brulli, poco abitati, molto ritmati dal silenzio e lo sguardo di un bambino in questo silenzio interrotto dal gorgogliare del fiume, dall’urlo di qualche contadino, da grida di richiamo, dai versi delle bestie, dalla mamma che lo chiama… in questo silenzio e in questa vastità di orizzonte capiamo come nasce una vocazione. 

Capiamo come in questo silenzio, in questo vedere un mondo che si allarga e sentire in questo silenzio e in questo mondo che si allarga la voce di Dio, a poco a poco plasmi un’interiorità, una coscienza, un destino, una vocazione. 

Una decina di anni fa sono andato da solo a Lourdes a confessare per una decina di giorni, ero in macchina e al ritorno ho deciso di fermarmi – tanto è sulla strada dalle parti di Tolosa – a Prouilles. Prouilles è la prima fondazione di san Domenico: prima ancora, una decina d’anni probabilmente prima, di pensare ai frati, san Domenico aveva pensato ad un posto dove alcune donne convertite dall’eresia catara potessero abitare in pace in un monastero. 

E vicino a Prouilles c’è il paese di Fanjeaux: “Paese mio che stai sulla collina disteso come un vecchio addormentato, la noia è l’abbandono sono la tua malattia”, perché davvero sembra un posto dimenticato da Dio e dagli uomini. 

Abbarbicato su di un monticello, un gruppo di case, probabilmente non era proprio così al tempo di san Domenico, c’era un po’ più di vita, ma lì san Domenico, in questo paese sulla collina c’è stato quasi dieci anni, da solo. 

Dopo il primo tentativo di una grande predicazione intorno al 1206-1207 si è ritrovato lì da solo, il suo vescovo era morto e gli abati cistercensi erano ritornati alle loro abbazie, san Domenico è rimasto lì fino al 1214; sono sette, otto anni di silenzio. 

La chiesa ormai è chiusa, là si può visitare soltanto su richiesta, una volta ogni due o tre mesi passa il parroco delle trenta parrocchie dei dintorni a celebrare la Messa. 

Vicino alla chiesa c’è una presunta casa di san Domenico e poco più in basso c’è un luogo che si chiama Seignadau, è una specie di balcone naturale a ridosso della chiesa che guarda la vallata e lì la vallata si apre e infondo la chiostra dei Pirenei e in mezzo la pianura, le colline, i paesi, i campanili; e lì uno pensa a san Domenico. 

Sono stato lì seduto un po’, nel pomeriggio, a pensare a san Domenico nella fatica di una piccola comunità riottosa in cui molte sono gli eretici, nella solitudine di chi non vede chiaro davanti a sé e si sente abbandonato. 

E al pomeriggio o alla sera (è come l’Infinito di Leopardi) si affacciava a questo balcone del Seignadau e guardava i campanili, guardava i piccoli paesi, guardava lontano la chiostra delle montagne, pensava a Dio che è sopra, dentro, che è sotto tutto questo, pensava agli eretici che abitano quei paesi, pensava come ormai è difficile una vita cristiana autentica, pensava a quello che può fare, pensava che le sue forze non gli bastano, ma al tempo stesso gli nascono delle idee. 

E in questo lungo silenzio, in questa contemplazione diuturna dal Seignadau che nasce il nostro Ordine: è come se quelle lunghe preghiere di Domenico avessero poi, nel tempo, preso corpo e questo corpo sono i suoi figli e le sue figlie che da ottocento anni continuano, in qualche modo, a tenere viva quella fiamma, quel desiderio che al santo si affacciava dal Seignadau. 

Ecco, iniziamo a capire qualche cosa di san Domenico pensando ai suoi lunghi silenzi, al silenzio del bambino di Caleruega, al silenzio dell’uomo ormai maturo e solo in questo paesino della Linguadoca, ma poi pensiamo al silenzio straordinario che ha accompagnato san Domenico nelle migliaia e nelle migliaia di chilometri a piedi che ha percorso, perché San Domenico ha attraversato tutta l’Europa, due volte fino alla Danimarca, è sceso diverse volte a Roma, è salito a Parigi, è andato a Madrid e così via, sempre a piedi, a volte magari con un compagno; trovava alla sera un convento, un monastero, una canonica, gente ospitale che lo accoglieva, ma soprattutto lunghe ore di cammino tutto il giorno, in silenzio. Portava con sé il vangelo di Matteo e le lettere di Paolo e così nutriva il suo silenzio. 

Si dice di lui che “non parlava se non con Dio o di Dio”, questo lo può fare solo chi è abituato a un lunghissimo silenzio. 

Concludo. 

C’è un silenzio di San Domenico che in tutti i modi i suoi figli, non capendolo, hanno cercato di infrangere ed è il silenzio di chi non c’ha scritto nulla. San Domenico non ci ha lasciato nulla di scritto, non abbiamo dei testi, delle preghiere, dei ricordi, delle elevazioni spirituali, dei manuali di preghiera, dei sermoni – metteteci tutto quello che volete – tutto quanto alimenta, giustamente ed è bello che sia così, la nostra vita cristiana; non abbiamo nulla di questo da parte di san Domenico. Il suo silenzio, io credo, sia voluto, non sia la disattenzione o l’incuria dei frati, come farebbe sospettare il beato Giordano quando parla della transazione del corpo, io credo che questo silenzio, questa mancanza di scritti, sia voluto da San Domenico. 

San Domenico ha voluto nascondersi completamente dentro la sua opera, non ha voluto essere un monumento per i suoi frati, ma ha voluto essere qualcuno che ha aperto una strada, ha dato delle possibilità e i suoi figli nella preghiera, nello studio, nel silenzio, nella fatica dell’apostolato, nella delusione apostolica a poco a poco lo imitano e possono scoprire il suo segreto, anche loro nel silenzio. Ecco, cari amici, davvero San Domenico è uomo di silenzio, il silenzio è forse ciò    che meglio aiuta chiunque, ma a maggior ragione noi suoi figli, a penetrare nel suo mistero. Penetrare nel mistero di Domenico vuole dire, come sempre per ogni santo, essere guidati a penetrare nel silenzio il mistero di Dio perché questo mistero possa parlare a noi e parlare anche attraverso di noi.  E così sia.

fra Enrico Arata

meditazione del 16 giugno 2021