Ordine dei Predicatori (Domenicani) - Provincia San Domenico in Italia

Menu principale:


Relazione del priore provinciale in occasione della visita al Vicariato in Turchia dal 7-15 dicembre 2010

Relazioni visita in Turchia

Il priore provinciale

Visita in Turchia

7 - 15 dicembre 2010

«Longior evasit liber hic quam volebam quamque putaveram. Sed legenti vel audienti cui gratus est, longus non est. Cui autem longus est, per partes eum legat qui habere vult cognitum. Quem vero cognitionis eius piget, de longitudine non queratur» (Sant’Agostino, De Doctrina christiana, l. 4, n. 31,64)

 

Dal 7 al 15 u.s. mi sono recato in Turchia a visitare i confratelli delle case di Istanbul e di Izmir. Ero accompagnato dal segretario fra Alessandro Fanti, al quale si devono le foto (tutte meno tre) che arricchiscono questo povero testo, comprese all’inizio la panoramica di Istanbul dalla Torre di Galata e alla fine la panoramica del lungomare di Izmir.

La ragione del viaggio è stata la consultazione delle comunità per l’istituzione dei superiori e l’assicurare una presenza in territori lontani dalla Provincia.

Ho cercato di evitare quanto avrebbe potuto provocare un lamento “cristiano/turco” letto pochi giorni prima della partenza: «(...) quante volte ci siamo sentiti dire, da persone confortevolmente installate nei loro uffici occidentali, che cosa avremmo dovuto fare e che cosa ancora ci manca per una testimonianza cristiana credibile!». Anche se più di una volta mi è venuto di fantasticare su «che cosa dovrebbero fare e che cosa ancora manca per una testimonianza cristiana credibile», a cominciare dall’arredamento delle chiese e dagli altari laterali che potrebbero benissimo essere tolti conservando i rispettivi quadri...

Ho anche ricordato che, se la nostra presenza in Turchia è preziosa e incoraggiata dalla Santa Sede, l’incremento e il decremento delle comunità va relazionato alle risorse ma anche alle povertà della Provincia nonché a una “pubblica opinione” della Provincia stessa che registra contrastanti valutazioni. Certo, la parola ultima è del Capitolo provinciale e il governo che vi si adegua, ma sarebbe da irresponsabili non restare avvertiti del resto.

Mi limito a cinque punti di “impressioni” forse marginali.

 

1. Un rapido sguardo sulle due comunità

Un elemento comune per il ministero di entrambe le comunità è la presenza dei catecumeni, a prescindere dal fatto che i singoli frati siano implicati o meno in tale ministero. A fronte di una chiesa che si sta sia pure lentamente rigenerando, la domanda inevitabile è: «Quale tradizione cristiana consegniamo loro?». La risposta inevitabile non può che essere: «Consegniamo la tradizione che stiamo vivendo». Sì, ma insieme alla “tradizione” non vi sono anche delle “consuetudini” che potrebbero essere ripensate? Se ai catecumeni aggiungiamo il venir meno dei levantini culturalmente europei, una immigrazione sia stabile sia di passaggio di cristiani di diverse tradizioni, l’evoluzione della Turchia sia interna sia nel raffronto con la cultura europea ecc., tutto questo è il quadro.

A Istanbul (cf una foto del convento sotto la neve →) i frati sono quattro, relativamente giovani. Nel frattempo, con la laurea di due di loro, si sono intensificati impegni di insegnamento in Europa e contatti con il mondo intellettuale turco grazie alla consistente e aggiornata biblioteca: sono contatti frequenti e positivi, anche se non istituzionalizzati.

Dopo l’anno paolino si registra un incremento dei visitatori della chiesa: si tratta di turisti stranieri, ma anche di cittadini turchi e le possibilità di dialogo che nascono travalicano la semplice guida turistica ... ma bisognerebbe avere frati disponibili e in grado di parlare correttamente più lingue!

Soprattutto a Istanbul il venire meno dei levantini si fa sentire e il passaggio a nuovi interlocutori è evidente.

Infine restano attivi apostolati più tradizionali nella Diocesi (per la precisione Vicariato Apostolico per non fare ombra al patriarca ecumenico). Guarda le foto

 

A Izmir (← cf l’immagine della Madonna del Rosario dell’abside della chiesa), come è noto, la comunità pratica un moderato regime di eufagia, molto apprezzato dagli ospiti e, tutto considerato, indicatore di normalità.

I frati sono quattro, ma P. Giulio Battolla è anziano e necessita di essere assistito.

L’attività principale è la parrocchia, molto attiva e funzionante e tramite di una buona aggregazione nonché di molteplici relazioni personali. Con un poco di ritardo rispetto all’Italia e all’Europa, anche qui è arrivata la secolarizzazione con il fenomeno di cristiani “culturali” e “civili”, ma molto meno “praticanti”: con un linguaggio ritrito diremmo che è “una sfida”, con un linguaggio reale diciamo che è il lavoro pastorale che cambia.

Di recente la chiesa è stata tutta ridipinta e la casa - non solo l’abitazione dei frati ma anche due locali di uso parrocchiale o comunque sociale - è stata oggetto di notevoli e felici miglioramenti. Guarda le foto

 

 

La città di Izmir - distrutta da terremoti e incendi e riedificata - non conserva molti segni di antichità. I dintorni invece sono ricchissimi di vestigia culturali dell’antica civiltà occidentale (i luoghi di alcuni presocratici) e dei primi secoli cristiani (le sette chiese dell’Apocalisse, poi Magnesia, Mileto, Priene ecc.). Questo incide sulla vita dei nostri frati sia perché ricevono richieste di ospitalità di visitatori (frati), sia perché essi stessi devono accompagnarli acquisendo una sempre maggiore e invidiabile competenza. Così durante il breve soggiorno mi sono recato all’antica Sardi (un centinaio di chilometri), patria di Melitone di Sardi († circa 190), cui si deve la celebre omelia sulla Pasqua che la Liturgia delle Ore utilizza come seconda lettura nientemeno che al Giovedì santo e al Lunedì in albis. Guarda le foto

 

2. Istanbul: i sotterranei

Il convento attuale è solido ed esternamente anche bello.

Ma più affascinante e misteriosa è stata la visita effettuata per la prima volta alla parte sotterranea, cioè al convento dei secc. XIV-XV, con cunicoli stretti che erano i corridoi e cellette che sembrano ad oggi più prigioni che abitazioni di un frate. Anche se è doveroso immaginare la costruzione originaria più in superficie che sottoterra, non si può non pensare alla vita sacrificata che comportava l’abitarvi e allo spirito di adattamento con il quale i frati dei secoli precedenti affrontarono il loro stare qui per amore di Gesù Cristo e per la predicazione del Vangelo e forse anche per discutere con tanti “avversari”: musulmani, ebrei, cristiani orientali e “dissidenti” ecc. Pur ripensando il modo di proporre la fede e il dialogo culturale, non possiamo non ammirarli.

Poi un’altra visita tra le rovine: dietro l’attuale convento c’è il (nostro) Vecchio Han, nella via delle vecchie banche, costruito nel secolo XVIII dall’ambasciatore francese François Emmanuel Guignard e dove il 30.10.1762 nacque il poeta francese Andrea Chénier (una lapide ad oggi ricorda l’avvenimento). La visita a quest’edificio - si spera quanto prima da ristrutturarsi per nuovi usi - è allucinante... Guarda le foto

 

3. Istanbul: il ritiro dei religiosi

Sabato 11 u.s. prima di partire al pomeriggio per Izmir, ho preso parte al ritiro dei religiosi di Istanbul alla casa dei Cappuccini a Yesilköy vicino all’aeroporto.

In sé nulla di eccezionale: si tratta di incontri previsti normalmente anche in Italia. Ma qui, fuori della cristianità e della “civiltà cattolica”, tutto acquista un sapore diverso: c’è una gioia più viva di incontrarsi.

Soprattutto è palpabile che qui Dio ha radunato preti e frati e suore “da tutte le nazioni”: vi sono italiani, francesi, inglesi, religiosi di ordini antichi, le piccole sorelle di Charles de Foucauld e religiose di cultura greca o armena.

E proprio una religiosa armena ha voluto donarmi l’unica immagine che possedeva del beato Ignazio Maloyan (1869-1915: immagine a lato con lo sfondo rifatto →) - beatificato il 7.10.2001, vescovo di Mardine e martire a opera dei soldati del Sultano -, fiera che anche nella sua tradizione poco conosciuta ci siano dei martiri di Cristo. Certo, non si può nascondere che in questi incontri si ha la sensazione di venire a contatto non tanto con germogli sorgenti, quanto con residui di grandezze passate. Eppure ciò non annulla un senso di ricchezza dei doni dello Spirito e la speranza che lo Spirito si servirà di questi cristiani per farne nascere altri...

E poi anche i nostri confratelli, consonanti in tale sinfonia, si vedono in modo diverso e più ricco di quando si è soli con loro in convento. Senza dimenticare che l’attuale presidente della Unione dei Religiosi in Turchia (URT) è il nostro fra Claudio Monge. Guarda le foto

 

4. Izmir: la visita a Kalabaka

La visita a Kalabaka è doverosa, essendo la casa della colonia marina ai tempi eroici e ruspanti di P. Giulio Battolla e della Donata. Ora la casa è stata ristrutturata.

Dopo la ristrutturazione degli ultimi anni, nei mesi estivi la casa è messa gratuitamente a disposizione di un “Centro Educativo per Bambini Autistici”, ovviamente turco e culturalmente musulmano. In data 2 giugno u.s. il Direttore ha scritto una lettera ai frati nella quale tra l’altro si dice:

«... In questo momento nel nostro Centro ci sono 185 allievi autistici. Di queste famiglie, 84 sono famiglie separate per causa dei figli autistici, 82 di queste famiglie sono state abbandonate dai papà e 2 dalle mamme. Gran parte di queste famiglie sono molto povere. I bambini autistici hanno comportamenti schizofrenici e psicopatici e per questa ragione le famiglie si trovavano in una situazione disperata ... Vivevano separate dalla comunità e si sentivano abbandonate da Dio. Delle mamme e dei papà sono arrivati a pensare di uccidere i loro figli autistici ... Quando 5 anni fa avete dato il permesso a questi bambini autistici di usare la vostra casa di vacanza, queste famiglie si sono sentite rinascere dalla gioia. Avete fatto quello che nessun industriale o Associazione ha mai fatto ... Insallah, che possiate andare tutti in paradiso per questo servizio che ci rendete. Che Dio vi benedica».

Seconda annotazione. Essendo l’edificio a tre quarti d’ora di auto dal convento, è scontato che c’è un custode che vive lì con la moglie e due figli e al quale abbiamo fatto visita: la foto a fianco e quella di apertura della pagina è l’interno della modesta abitazione in cui si entra senza scarpe per non sporcare/rovinare i tappeti. Quel giorno, oltre alla moglie (prima a sinistra), c’erano anche la sorella e la madre di lui e naturalmente i bambini, uno dei quali giocava con il computer (visibile all’estrema sinistra). Mi è venuto da pensare: la lingua è in turco, ma i giochi e le figure sono... in americano: che contaminazione! Che presenza di mondi diversi: le donne con il tipico velo/foulard e alle quali nel saluto è inopportuno dare la mano e quel ragazzino a contatto di un quasi altro mondo! Riuscirà a conservare la sua tradizione pur accettando un moderato progresso? Il computer e internet nella sua vita saranno un aiuto o un disastro? Prendendo il the mi sono accorto che stavo applicando a quella situazione categorie e difficoltà di tradizione/progresso nella Chiesa ... ma forse non c’è da ridere. Guarda le foto

 

5. Izmir: il mercato della domenica mattina

Il giorno dopo, domenica mattina alle 8,30, un giro doveroso al mercato per la spesa settimanale (e per aiutare a portare i pacchi) è stato di nuovo una immersione in un mondo da scoprire.

Qui pesano ancora frutta e verdura su bilance a due piatti con i pesi di metallo, ma in luogo della sporcizia e del disordine si scopre una cura studiata nel disporre la merce con ordine estetico, fossero pure solo pomodori o insalata, di modo che appaia meglio di quello che è e chi compra, oltre che la roba, compri anche la realizzazione dell’immaginario che la roba così ben disposta suscita in lui: tecnica abbondantemente usata dalla pubblicità commerciale - non comperiamo il prodotto, ma l’immagine che la pubblicità del prodotto ha suscitato in noi -, e qui presente nella sua espressione più basica e primitiva.

Non manca qualche tocco superstizioso o di colore: i primi soldi - ad esempio quelli pagati al pescivendolo da noi primi acquirenti - vengono posati in terra (perché crescano come il famoso albero di Pinocchio) o strofinati sulla barba (perché si moltiplichino come i peli di quest’ultima).

E vicino c’erano palazzi e vetrine di prodotti informatici. È la Turchia di oggi, che mette insieme progresso e usi antichi, villaggi sperduti e città moderne. E tutto questo è immagine sensibile di un analogo travaglio culturale, in cui vivono otto frati nostri confratelli. Guarda le foto

 

Ascolta l’inno nazionale turco

 

This text will be replaced

 


Torna ai contenuti | Torna al menu