Ordine dei Predicatori (Domenicani) - Provincia San Domenico in Italia

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Priore Provinciale | Quando la predicazione è alla frutta

Una Malizia al Mese > Malizie scritte nel 2011

QUANDO LA PREDICAZIONE È ALLA FRUTTA

ovvero quando nella notte nera tutte le vacche sono nere

La frase che in una notte nera tutte le vacche sono nere è di Georg Wilhelm Friedrich Hegel († 1831) - Fenomenologia dello spirito - ed è in riferimento polemico al concetto di assoluto di Friedrich Wilhelm Joseph von Schelling († 1854), che secondo Hegel sarebbe talmente identificante da annullare ogni diversità. Al di là delle polemiche di questi filosofi - ossessione, bersaglio e croce dei teologi cattolici venuti un po’ dopo di loro -, la frase assume spesso un senso generico per indicare un discorso nel quale si tende ad annullare le differenze, producendo errori talvolta, inattività più volte, confusione sempre.

Qualcosa del genere capita con il troppo ripetere certe frasi o insistere su di esse al riguardo della predicazione, con la conseguenza che tutto diventa predicazione e a questo punto non si sa più che cosa sia la predicazione. Anzi, non si sa più che cosa fare. E così la predicazione arriva alla frutta.

 

La verità è a metà strada

Il discorso è complicato, poiché si tratta di frasi - e di atteggiamenti interiori e pratici - che hanno indubbiamente del vero che va accolto. Il guaio è quando frasi e azioni conseguenti vengono assolutizzate.

Quali sono tali frasi o impostazioni? Sono tante e, tra le tante, eccone qualcuna.

Il riferimento al XIII secolo.

Per i Frati Predicatori è importante perché è il tempo della nascita e della primitiva espansione, ma soprattutto è il tempo in cui l’Ordine - in verità insieme ad altri - risolse nella Chiesa la “crisi” della predicazione. Guardare a queste origini dà speranza, ma a patto di rendersi lucidamente conto che la situazione pastorale ed ecclesiale al riguardo è praticamente capovolta: oggi non c’è più la crisi della predicazione come al secolo XIII - quasi tutti i ministri, per grazia di Dio, predicano -, per cui il nostro ruolo va ripensato; oggi la predicazione cultuale, cioè all’interno delle celebrazioni liturgiche, è largamente maggioritaria rispetto al secolo XIII e dunque modi, programmi, interventi ecc. sono da rivedere. Non sempre si ha il coraggio di intraprendere questa analisi e ci si consola di frasi fatte.

La liturgia è predicazione.

Il primato della liturgia non è in discussione. Si tratta solo di vedere se basta la liturgia senza una predicazione aggiunta. Intendiamoci: in contesti limite di una persecuzione o di una chiesa ridotta al silenzio, la liturgia ha mantenuto in vita la comunità cristiana. Ma è questa la condizione normale presupposta dalla frase del titolo? Certo, la frase in parte è vera. Infatti, benché la liturgia sia «principalmente culto della maestà divina, contiene tuttavia anche una ricca istruzione per il popolo fedele» (SC 33). Resta però vero che «la liturgia non esaurisce tutta l’azione della Chiesa» e prima che gli uomini possano accostarsi alla liturgia «è necessario che siano chiamati alla fede e alla conversione», appunto con la predicazione, la quale poi, in forma più estesa della liturgia, continua in tutto il corso della vita cristiana (SC 9). Dunque celebrare la liturgia non basta: ci vogliono altre forme di ministero della parola. Che senso ha partecipare alla liturgia e non conoscere il Catechismo della Chiesa Cattolica? Ed è proprio perché la liturgia ha da essere quel culmine che deve essere, che chi celebra la liturgia dovrà anche darsi da fare per spiegare altrove il catechismo.

La vita comune è predicazione.

Certo la vita comune offre una testimonianza positiva e, inversamente, la mancanza di unità in Cristo indebolisce il messaggio, tant’è vero che la divisione dei cristiani è un ostacolo alla corsa della Parola nel mondo. Ma la vita comune non è una parola esplicita e vivere insieme non è di per sé essere predicatori, altrimenti i Certosini sarebbero anch’essi “ordine dei predicatori” (per cui, sia concesso, quelle domenicane non sono “Monache predicatrici”, ma “Monache dell’Ordine dei Predicatori”). A parte l’equivoco che la vita comune è testimonianza cristiana non perché stiamo insieme tra di noi ma perché stiamo insieme a Gesù Cristo, resta l’indicazione del Signore Gesù quando “costituì” i Dodici: «perché stessero con lui e per mandarli a predicare» (Mc 3,14). Dunque il “mandarli a predicare” non è incluso totalmente nello “stare con lui”, anche se questa prima esperienza è fondamentale e genera la predicazione: non da sola, però, ma in forza dell’invio!

Dare la parola agli altri è predicazione.

Quanti profeti dell’AT e quanti apostoli del NT hanno dato la parola ai poveri e ai piccoli di fronte ai potenti di questo mondo! Ma hanno dato tale parola all’interno della loro attività di proferire la parola. L’atteggiamento non è stato: “Adesso noi stiamo zitti, parlate voi!”.

Il silenzio è predicazione.

Come non ricordare l’esigenza di ascoltare in silenzio Dio che parla, prima di parlare noi di Dio? E ad un altro livello, come non ricordare i tre amici di Giobbe venuti per consolarlo, ma poi rimasti in silenzio accanto a lui «per sette giorni e sette notti» (Gb 2,13) prima di iniziare il dialogo? Oggi qualcuno insiste sul silenzio a fronte di situazioni che non si comprendono o sono troppo dolorose per far cadere su di esse una parola. Un qualche silenzio è anche esigito dai tempi dell’acquisizione di una cultura all’interno della quale annunciare il vangelo (ascoltare il mondo). Ma sembra chiaro - non per tutti lo è - che questo silenzio non può dirsi predicazione, ma semmai preparazione alla predicazione.

Anche l’equivoco è a metà strada

Il termine “predicare/predicazione/predica” deriva dal verbo latino praedicare, «composto dalla preposizione prae “davanti” e da dic-are, derivato da dic-ere “dire” mediante una “a” che aggiunge valore intensivo o durativo» (Remo Bracchi, voce Etimologie in Dizionario di Omiletica, LDC - Velar 1988, p. 114). Dunque la predicazione non solo è una parola esplicita, ma di una certa intensità in se stessa e nel predicatore (cattolicamente è anche un ministero che esige un “mandato”).

L’atteggiamento primario del predicatore dovrebbe essere, più o meno: «Dopo aver riflettuto, parlerò ancora, sono pieno come la luna nel plenilunio» (Sir 50,6), «Guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1Cor 9,16), «Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo”» (Mc 1,14-15). Ciò di fronte alle culture comporta non solo lo starle ad ascoltare, ma il coraggio di annunciare qualcosa di nuovo che può presentarsi apparentemente estraneo alle culture stesse; di fronte agli uditori comporta addirittura richiederne la conversione, se è vero che la predicazione del NT «non ha nulla a che vedere con una teoria che si è liberi di ammettere; essa esige dall’uditorio un impegno, perché, secondo il loro senso biblico, parola e verità hanno valore di vita. Ogni predicazione che non termina in un appello alla penitenza corre il rischio di cessare di essere vangelo per diventare conferenza» (Audusseau - Léon-Dufour in Dizionario di Teologia biblica, Marietti, Torino 1965, 858-859).

Tutto ciò non sussiste allo stato puro e al 100%: va armonizzato con la celebrazione della liturgia all’interno della comunità cristiana, con l’ascolto non solo di Dio ma della cultura in cui ci si trova (anche questo è un ascolto di Dio, sebbene in diverso modo), con il dare la parola agli altri ecc. Insomma, va vissuto con il tipico stile cattolico che nulla scarta e tutto compone e armonizza gerarchicizzando.

Ma appunto qui c’è il “crinale”: quale è la giusta gerarchia? È ovviamente la giusta proporzione. E quale è la giusta proporzione? Si è predicatori e c’è predicazione - anche se si svolge un’attività più sedentaria di studio - quando le frasi riportate sopra stanno al di sotto del 50% nella presentazione della nostra vita, nelle attività e negli “affetti”. Se passano il 50% allora l’intensità dell’etimologia del termine “predicazione” e dei suoi fondamenti biblici è snervata e ciò avviene quando prendono il sopravvento attenzioni tipo: ascoltiamo il mondo, diamo la parola agli altri, stiamo in silenzio perché non comprendiamo o non siamo sufficientemente aggiornati, soprattutto affiniamo la testimonianza comunitaria approfondendo come si fa ad essere amici ecc. Altro che “valore intensivo o durativo” aggiunto al semplice “dire”!

Quando questi fattori - peraltro giusti e perseguibili - prevalgono, la predicazione è alla frutta. Che se poi superano l’85%, allora è al caffè.

Fra Riccardo Barile o.p.

 

 


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