Una Malizia al Mese > Malizie scritte nel 2011
CROCI E DELIZIE LITURGICHE
ovvero dove la malizia è al fondo e “in maschera”

Santa Teresa d’Avila († 1582) - qui visibile nel celebre ritratto del 1576 (Siviglia) a opera di fra Giovanni della Miseria: napoletano, poi francescano, poi eremita e finalmente carmelitano nonché modesto pittore - scrisse che era:
«dispostissima ad affrontare mille morti / me pornia yo a morir mil muertes / piuttosto di dar a credere che trasgredissi una minima cerimonia della Chiesa o andassi contro a una verità della sacra Scrittura» (Vita 33,5).
Tacciamo per ora sulla sacra Scrittura. Quanto alle “mille morti” piuttosto di trasgredire una minima cerimonia della Chiesa - oggi diremmo “una minima rubrica” -, povera santa Teresa: al presente, vedendo quello che capita, in poco tempo esaurirebbe tutte e mille le morti a disposizione e morirebbe infine se non proprio disperata, per lo meno sconsolata!
Ma non esagerava a esprimersi in tal modo?
No, aveva ragione.
E perché?
Perché l’osservanza delle rubriche è la via “legittima” al mistero
Partiamo da Gesù Cristo. La preghiera eucaristica, che è il vertice di ogni preghiera, si conclude con la gloria resa a Dio: «Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te, Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria». La dossologia liturgica altro non è che l’attuazione di una precisa Scrittura: «per mezzo di Cristo possiamo presentarci gli uni gli altri al Padre in un solo Spirito» (Ef 2,18) e per mezzo di lui «offriamo a Dio continuamente un sacrificio di lode» (Eb 13,15).
Domandiamoci: Gesù Cristo è “una” possibilità di andare a Dio Padre nella preghiera o è la “unica” via? Per la fede cattolica Gesù Cristo è l’unica via. Infatti, quale «sommo sacerdote della nostra fede», è detto «degno di fede» (Eb 3,1-2), cioè, con una possibile versione, “accreditato”: ciò denota che il rapporto con Dio non è spontaneo, ma ha bisogno di un “accreditamento”. Ora nell’economia della salvezza uno solo è veramente “accreditato” e per questo «uno solo è il mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù» (1Tm 2,5). Come mediatore Cristo è «sommo sacerdote dei beni futuri» (Eb 9,11) perché «entrò una volta per sempre nel santuario ... in virtù del proprio sangue» (Eb 9,12).
Dopo il nostro inserimento in lui attraverso il battesimo, anche noi «abbiamo piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù» (Eb 10,19) attraverso la sua carne sofferente e glorificata (cf Eb 10,20). Ma anche per chi non conosce Cristo, egli resta l’unica via per andare al Padre.

Proseguiamo con la Chiesa. Dopo l’Ascensione, Gesù Cristo non è più visibilmente presente in questo mondo, ma ciò che in lui fu visibile passò nei sacramenti: «Quod itaque Redemptoris nostri conspicuum fuit, in sacramenta transivit» (Leone Magno, Sermo 74).
Domandiamoci: è possibile andare al Padre direttamente collegandosi a Cristo e saltando la Chiesa? No. E infatti anche coloro che ignorano Cristo e vivono bene, sono misteriosamente uniti alla Chiesa (LG 13, AG 7: viis sibi notis).
Per questo:
«Cristo Signore, desiderando celebrare con i suoi discepoli il banchetto pasquale (...), ordinò di preparare una sala grande e addobbata (Lc 22,12). La Chiesa, quando dettava le norme per preparare gli animi, disporre i luoghi, fissare i riti e scegliere i testi per la celebrazione dell’Eucaristia, ha perciò sempre considerato quest’ordine come rivolto a se stessa» (OGMR 1).
È una considerazione che dall’Eucaristia si estende a tutti i sacramenti e alla preghiera, per cui:
«Regolare la liturgia dipende unicamente dall’autorità della Chiesa: ciò compete propriamente alla Sede Apostolica e, a norma di diritto, al Vescovo diocesano» (can. 838 § 1).
L’autentico culto «si realizza quando viene offerto in nome della Chiesa da persone legittimamente incaricate e mediante atti approvati dall’autorità della Chiesa» (can. 834 § 2) e spetta alla Sede Apostolica anche «autorizzare le versioni nelle lingue correnti» (can. 838 § 3).
La conseguenza finale è obbligata: le rubriche ci collegano a Cristo attraverso la Chiesa che manifesta l’autentica tradizione della preghiera ricevuta da Cristo, naturalmente attraverso contesti culturali che possono variare e dunque esigere revisioni e riforme, ma che devono essere sempre e solo legittimate dall’autorità della Chiesa, perché solo la Chiesa cattolica ha la piena intelligenza della tradizione della preghiera. Dunque nell’osservanza delle rubriche c’è insieme l’accoglienza della tradizione della preghiera consegnata da Cristo e l’obbedienza alla disciplina ecclesiale che discerne l’adattamento di tale tradizione ai tempi, ai luoghi, alle culture.
Perché l’osservanza delle rubriche è la vera scorza del vero cuore
Ai tempi della giovinezza fratesca del sottoscritto si era attenti a che i “padri” fossero sempre presentati ai giovani frati come buoni e venerabili. Ma ogni tanto qualche crepa si apriva. E così, in una mattinata uggiosa nel cemento armato e nel grigiore di Santa Maria delle Rose, a scuola un frate docente di fronte a noi fraticelli appena arrivati dal noviziato si lasciò sfuggire qualche considerazione su alcuni confratelli per noi “padri”. La breccia era aperta e qualcuno proseguì con valutazioni non proprio simpatiche verso qualche “mostro sacro”.
A questo punto il docente si accorse di essere stato troppo disinvolto e corse ai ripari con una frase da manuale: «Vedi, padre X non è come tu ritieni, perché sotto la scorza ruvida ha un cuore d’oro!». Ma l’abbrivio era preso e chi poteva fermarlo? Per cui il fraticello neostudente rispose proclamando l’evidenza a tutti notissima e da tutti pensata: «Sì, io però di padre X sino ad ora ho solo e sempre sperimentato la scorza!». Sottinteso: è assurdo darci da bere che una simile scorza avvolga un cuore d’oro!
Aveva ragione il fraticello: la scorza e i comportamenti esterni “normalmente” manifestano il cuore e c’è un normale influsso tra i comportamenti esterni e il cuore e viceversa. Per cui a una scorza ruvida corrisponde un cuore ruvido e dalle ruvidezze esterne, certo in se stesse lievi, si può legittimamente elaborare il sospetto di una ruvidezza di cuore.
Lo stesso avviene per le rubriche e la loro osservanza. In se stesse sono poca cosa, ma rimandano sempre a un valore più alto:
«Sento il dovere di fare un caldo appello perché (...) le norme liturgiche siano osservate con grande fedeltà. Esse sono un’espressione concreta dell’autentica ecclesialità dell’Eucaristia; questo è il loro senso più profondo. La liturgia non è mai proprietà privata di qualcuno, né del celebrante né della comunità nella quale si celebrano i misteri (...). Nei nostri tempi, l’obbedienza alle norme liturgiche dovrebbe essere riscoperta e valorizzata come riflesso e testimonianza della Chiesa una e universale, resa presente in ogni celebrazione dell’Eucaristia. Il sacerdote che celebra fedelmente la Messa secondo le norme liturgiche e la comunità che a queste si conforma dimostrano, in un modo silenzioso ma eloquente, il loro amore per la Chiesa» (Giovanni Paolo II, Enciclica Ecclesia de Eucharistia, del 17.4.2003, n. 64).
Ne segue che l’atteggiamento verso l’osservanza o l’inosservanza delle rubriche costruisce un tipo o un altro tipo di Chiesa (ammesso e non concesso che i due tipi stiano alla pari). Ne segue che l’inosservanza scollega non solo dall’amore alla Chiesa, ma anche dalla tradizione della preghiera consegnata da Cristo alla Chiesa. Ne segue che quando questa inosservanza è imposta con la frase bestiale «La comunità ha deciso!» (laddove la legge non indica opzionalità), si compie un sopruso e si pratica una dittatura togliendo la libertà che è assicurata dall’essere tutti sotto una comune legge. Dunque non si dica che l’importante è l’essenziale e l’importante della preghiera è il cuore, perché il vero cuore non è custodito dall’inosservanza delle rubriche, così come una scorza ruvida normalmente non custodisce un cuore d’oro.
Lo spirito cristiano, lo spirito liturgico, lo spirito della Parola
La liturgia «è la prima e per di più necessaria sorgente dalla quale i fedeli possano attingere uno spirito veramente cristiano / primus, isque necessarius fons, e quo spiritum vere christianum fideles hauriant /» (SC 14).
Che se poi il ministero della parola «e ogni tipo di istruzione cristiana, nella quale l’omelia liturgica deve avere un posto privilegiato» trova nella Scrittura «un sano nutrimento e un santo vigore / salubriter nutritur sancteque virescit /» (DV 24), resta vero che «l’ermeneutica della fede riguardo alla sacra Scrittura deve sempre avere come punto di riferimento la liturgia» (Verbum Domini 52).
Per un frate domenicano sono due considerazioni importanti: la sua “spiritualità particolare” passa attraverso un buon riferimento liturgico che la rende veramente cristiana e il ministero della parola passa attraverso una corretta pratica e intelligenza della liturgia. Nella misura in cui la liturgia fa difetto, fa difetto la spiritualità e il ministero della parola.
Rimedio quasi infallibile per ben sopportare i disagi liturgici

Conosco un’anima - così continuo a scrivere esprimendomi come si esprimerebbe santa Teresa d’Avila con la quale abbiamo iniziato e che qui vediamo ritratta nella cappella di Avila mentre consulta Cristo e i teologi domenicani, il primo dei quali a destra è S. Tommaso d’Aquino, che nei movimenti del braccio/mano scrivente ripete il movimento del braccio/mano della santa -, conosco un’anima di un frate dell’Ordine del glorioso S. Domenico, il quale ebbe molto a soffrire per quella pratica che dotti teologi chiamano “liturgia”.
Questo frate soffriva perché nel suo Ordine non vedeva quella perfezione dell’osservanza liturgica nei conventi e a volte neppure nei capitoli generali.
Come confidò un giorno a Isabella di S. Paolo, che me ne parlò in gran confidenza, disse che a volte nel suo Ordine, a parte eccezioni, la liturgia era intesa o come fonte di grazie; o come regolare osservanza; o come spettacolo; o, più di recente, come mezzo per radunare il popolo a cui poi comunicare quelle nozioni solide e profonde che (solo) quelli del suo Ordine con la loro teologia erano in grado di porgere. Parlò anche di certe difficoltà tra liturgia, rosario e tomismo che io, donna e tanto misera, non ricordo né sono in grado di capire. Insomma, avrebbe sempre voluto di più di quel che aveva.
Lo incontrai a Alba de Tormes dove mi ero recata per la fondazione di una casa e lo trovai tutto consolato.
Mi disse che, quanto alle osservanze liturgiche, egli cercava di adempierle, lasciando a Gesù Cristo di porre rimedio agli abusi, poiché in fondo la liturgia era cosa sua. Quanto al di più che cercava nel suo Ordine, mi confidò di aver trovato pace poiché si era proposto di partire dal fatto che era normale che lì non sempre la liturgia funzionasse bene, e dunque non doveva inquietarsi ma ritenere normale il fatto, rallegrandosi per il poco - e talvolta per il molto - che riceveva da liturgie occasionalmente ben riuscite. Aggiunse che in una locuzione interiore gli era stato rivelato che la vera liturgia sarà quella del paradiso, mentre in questo mondo la liturgia, come tutto il resto, sempre camminerà tra innumerevoli imperfezioni. Concluse con una frase latina delle Scritture: «Quod est curvum, rectum fieri non potest; et, quod deficiens est, numerari non potest». Anche senza intendere bene il latino, mi sentii raccogliere e intenerire dalla consolazione e intuii dovesse trattarsi di solida e utile dottrina.
Ne parlai in seguito con il presentato Baldassarre Alvarez, uomo di molta dottrina e gran servo di Dio, il più grande teologo che allora vi fosse in città, inferiore a ben pochi anche nel suo Ordine, il quale mi confermò trattarsi di una buona soluzione. E tale ritengo che sia, poiché in queste cose sempre bisogna trattare con direttori molto istruiti. E anche perché, come ho scritto in un altro luogo, sarei dispostissima ad affrontare mille morti piuttosto di dar a credere che trasgredissi una minima cerimonia della Chiesa.
Fra Riccardo Barile o.p.
Per chi la gradisce, è a disposizione una suoneria per cellulare fatta in casa
«scarica»
Evitando di frequentare sempre “roba da preti” o “roba classica”, la suoneria per questo mese di novembre o dei defunti è Lux Aeterna (durata minuti 0,29; versione per arpa), di Clint Darryl Mansell (nato nel 1963), colonna sonora del film Requiem for a dream (2000) del regista Darren Aronofsky. È un film che si svolge in tre stagioni senza la primavera e si conclude con il Requiem - cioè con una fine misera e anche squallida - dei sogni di felicità e di autorealizzazione. Paradossalmente, per contrasto e per chi ha fede, questa musica può evocare la “beata speranza” rinchiusa nella “memoria del cuore” dei credenti.