Una Malizia al Mese > Malizie scritte nel 2011
Laici O.P. se non predicano non sono tali?
ovvero di un abuso nel pensare e nel parlare
Poniamo subito la questione delicata: alcuni sostengono che se i laici domenicani non predicano o non affiancano attivamente i frati nella predicazione o comunque non si impegnano fattivamente in qualche azione esplicita a livello di apostolato, non sono veri laici domenicani.
L’affermazione va situata nel contesto di svecchiare il Laicato domenicano e di adeguarlo ai tempi (presunti) moderni ed ecclesiali. L’affermazione comporta anche una valutazione poco positiva per quei laici domenicani che si limiterebbero a frequentare una volta al mese la prevista riunione della fraternita, a pregare, ad osservare la Regola e a trarre da tutto ciò un insegnamento di vita su come essere cristiani alla sequela di san Domenico: no, questo è “devozionale”, non basta, bisogna fare apostolato attivo.
Anche se sono chiare e inequivocabili le buone intenzioni e anche se il problema va comunque posto, nel modo e da chi viene posto spesso non può che suscitare un certo disagio poiché: a) l’istanza non viene sollevata dai (pochi) giovani che ci sono, ma da anziani che giocano a fare i giovani; b) il vocabolario e le prospettive sono abbastanza nuove rispetto a quanto si è sino ad ora detto e insegnato, per cui la domanda: “Ma fino adesso abbiamo illuso le persone? abbiamo sbagliato?” è dietro l’angolo ed è inquietante.
Va da sé che queste non sono ragioni per rifiutare l’istanza: solo occorre procedere con più esattezza e smascherare un equivoco di procedimento.
A che cosa riferirsi
L’origine storica degli attuali laici domenicani è in un gruppo di penitenti medievali che chiesero di essere aggregati all’Ordine. Ciò avvenne con la primitiva Regola dei Fratelli e delle Sorelle dell’Ordine della Penitenza di san Domenico, data loro dal Maestro dell’Ordine Munio di Zamora († 1291) nel 1285.
Dopo il Vaticano II si arrivò alla nuova e attuale Regola del Laicato Domenicano, approvata dalla Santa Sede il 15.1.1987.
In vista di alcune chiarificazioni autorevoli, fanno testo le Dichiarazioni Generali del Maestro dell’Ordine Carlos Alfonso Azpiroz Costa del 15.11.2007, in vigore dall’8.8.2008.
Per l’Italia è in vigore il Direttorio delle Fraternite Laiche di S. Domenico comune alle Province Italiane, approvato dai Priori provinciali italiani il 1.11.2008.
L’esattezza
Torniamo a un particolare del testo citato nella “malizia” del mese precedente:
«L’officium praedicationis (l’ufficio della predicazione) non è mai stato affidato automaticamente a tutti i membri dell’Ordine (...). Non c’è prova che l’Ordine abbia mai pensato di poter conferire qualsiasi officium praedicationis ai suoi membri non chierici (...).
Qualsiasi novità possa essere introdotta per rispondere alle vicende del mondo moderno, chi afferma sulla base del nome dell’Ordine che tutti i membri dell’ordo praedicatorum condividono eo ipso (automaticamente) il suo officium praedicationis, e che perciò devono essere tutti predicatori, non pecca soltanto contro la storia, commette anche una grave ingiustizia contro (...) i terziari e le terziarie che non erano e non sono predicatori, ma vivevano e vivono fedeli ai loro vari compiti ed impegni».
(Simon Tugwel o.p., Ordo qui Praedicatorum diceretur et esset. Un’amichevole risposta al P. D’Amato = Memorie Domenicane 29/1998, pp. 653-659).
In effetti la Regola di Munio di Zamora non prevedeva alcunché di apostolato diretto nella vita dei penitenti, se non la visita agli infermi (XV,37) e, a correzione del divieto di portare armi, una eventuale difesa armata della fede cristiana (XIV,36). Il che non impediva tuttavia il sorgere di una intensa attività apostolica laddove era suscitata dallo Spirito con carismi personali e valga per tutti - più o meno a un secolo della promulgazione della Regola - l’esempio di santa Caterina da Siena († 1380).
La Regola attuale prevede che i laici partecipino alla missione dell’Ordine «mediante lo studio, la preghiera e la predicazione in conformità con la loro condizione di laici» (4). Questo testo è un po’ come un’unica sorgente di due fiumi che in altri testi tendono a dividersi e talvolta addirittura a contrapporsi:
- alcuni insistono sul fare apostolato e anche sulla predicazione da parte dei laici,
- altri insistono sul fatto che tutto ciò deve avvenire in conformità alla condizione di laici e tendono a precisare in che cosa consista tale condizione.
Appartengono al primo fiume dichiarazioni generali tipo: «ogni domenicano deve essere idoneo alla predicazione della Parola di Dio» (Regola 12) e partecipare all’apostolato con i frati e le suore (Regola 9) o semplicemente alla missione apostolica dell’Ordine (Dichiarazioni I § 1). Ogni fraternita è «comunità di predicazione» (Direttorio 24), per cui programma alcune «attività apostoliche» (ivi 18 § I).
Appartengono al secondo fiume le precisazioni sulla modalità. I laici di S. Domenico partecipano alla «missione apostolica» dell’Ordine, ma di fatto sono chiamati a «tendere alla vita cristiana e ad animare le cose temporali tramite il carisma di S. Domenico» (Dichiarazioni I § 1) con «una vita di servizio e di testimonianza nel mondo» (Direttorio 10 § II). La fraternita è «comunità di predicazione» nel senso che «prepara a parlare di Dio» di modo che ognuno si comporti sempre e dovunque da apostolo di Cristo «memore della sua condizione secolare» e dunque nel contesto della famiglia e del lavoro, agendo con i mezzi della comunicazione sociale, praticando le opere di misericordia spirituale e corporale (ivi 24). La predicazione avviene costruendo la comunione all’interno della fraternita (ivi 17) e di fatto comporta: testimoniare la fede, porsi in ascolto delle necessità degli uomini, manifestare una misericordia autentica nei confronti di ogni forma di umana inquietudine, difendere la libertà, promuovere la giustizia e la pace (Regola 5-6), con particolare attenzione alla vita, alla famiglia, all’ecumenismo e al dialogo interreligioso (ivi 12).
Tutto ciò va interpretato secondo la visione più ampia dei documenti della Chiesa. Ad esempio, partendo dall’Esortazione apostolica postsinodale Verbum Domini (30.9.2010) di Benedetto XVI, che è il più recente e compendia i precedenti, risulta che «tutto il popolo di Dio è un popolo “inviato”», ma i laici sono chiamati a «testimoniare il Vangelo nella vita quotidiana dovunque si trovino» (94), cioè «nel lavoro, nella scuola, nella famiglia e nell’educazione (...) in modo peculiare nel loro inserimento nelle realtà temporali e nella loro partecipazione alle attività terrene» (84).
Quanto alla predicazione vera e propria, si pone un limite: «Diversi sono i compiti e gli uffici che spettano a ciascuno riguardo alla Parola di Dio: ai fedeli spetta l’ascoltarla e il meditarla; l’esporla invece spetta soltanto a coloro che, in forza della sacra ordinazione, hanno il compito magisteriale, o a coloro ai quali viene affidato l’esercizio di questo ministero, vale a dire vescovi, presbiteri e diaconi» (59).
In questo senso va intesa e interpretata la raccomandazione del Capitolo Generale di Roma 2010 a tutta la Famiglia domenicana di far sorgere dei laboratori di predicazione aperti a tutti i membri della stessa Famiglia «offrendo loro formazione per divenire predicatori della Parola in tutte le sue forme: liturgiche e non liturgiche», testo al quale all’ultimo momento - il giorno di chiusura del Capitolo! - fu aggiunta la clausola «secondo la vocazione di ciascuno» (149), altrimenti si sarebbe trattato di una raccomandazione in contrasto con la tradizione e il magistero ecclesiale.

Arricchimento o sostituzione?
Quelle di cui sopra non vanno viste come limitazioni, ma come coordinate ecclesiali al cui interno è auspicabile che si esprima molta vita e nascano molte iniziative.
Ricapitoliamo: no alla predicazione cultuale/sacramentale ai laici, ma sì ad altre forme di ministero della parola e sì al sorgere di iniziative apostoliche loro congeniali e in accordo con l’apostolato dell’Ordine intero.
Tutto questo, rispetto al passato, si è aggiunto, come una pianta aggiunge nuovi rami oltre a quelli esistenti, portando una nuova ricchezza, quella del Vaticano II.
Invece più di una volta è accaduto che, in luogo di leggere e spiegare tale crescita come un’aggiunta/arricchimento, è stata (è ancora adesso?) interpretata e spiegata come una sostituzione al regime precedente del laicato e a una sua cancellazione. Sembra evidente che si è instaurata una interpretazione/prassi dell’ermeneutica della rottura in luogo di una interpretazione/prassi dell’ermeneutica della continuità.
Ora, di fatto nelle fraternite vi sono persone che non possono dedicarsi troppo all’apostolato né alla predicazione esplicita nelle forme congeniali ai laici per due serie di ragioni:
- o carenza di carisma, malattia, età avanzata con conseguente debolezza operativa,
- o perché già abbastanza intensamente impegnate nella propria attività quotidiana.
Queste persone frequentano il Laicato domenicano per godere di una formazione che permetta loro di raggiungere una vita spirituale più intensa, sperimentare momenti di comunità e di fraternità, imparare una preghiera e un senso della vita cristiana secondo la tradizione dell’insegnamento che l’Ordine ha diffuso per secoli ecc.
Ora forse bisogna affermare chiaramente che tutto questo è valido e non è sostituito né cancellato da un eventuale impegno apostolico.
Piuttosto l’impegno apostolico è una nuova ricchezza che si aggiunge, una ricchezza da accogliere secondo i carismi dei partecipanti, da stimolare nel suo sorgere e da coltivare ecc., ma non una ricchezza che sostituisce la dimensione precedente, che da sola può bastare.
Forse questa interpretazione sarà sbagliata, però così pensando e parlando si è più adeguati alla realtà e non si suscitano sensi di colpa e di frustrazione, restando realmente aperti al nuovo che sorge.
Due virate: quale la terza?
Nei “calamitosi” tempi moderni, il Laicato domenicano ha fatto due virate terminologiche: da “Terz’Ordine” è passato a “Laici Domenicani” e “Fraternite Laiche di S. Domenico”; poi è stato ulteriormente eliminato il vocabolario fratesco, per cui il “priore” è diventato “presidente” ecc.
Sotto l’uso delle parole ci sono scelte, idee e atteggiamenti di vita che vanno oltre le parole: il privilegiare la dimensione “laica” e la “autonomia” dei laici.
Tutto si può capire anche come reazioni ad eccessi in senso opposto, ma fu una scelta felice?
A parte la difficoltà a trovare una collocazione per i preti che potevano essere “terziari” ma che non possono essere “laici”, c’è da domandarsi:
il carisma, il patrimonio, lo charme del nostro laicato non era ed è forse quello di un laicato che gira attorno a un convento/chiesa dei frati e ne assume lo stile di vita compatibilmente con la propria condizione?
Ovvio che questa non è l’unica forma di aggregazione laicale, ma perché scimiottarne altre quando ne avevamo una nostra? Tale era lo spirito della Regola di Munio di Zamora. E i pochi giovani che girano attorno all’odierno laicato non hanno l’assillo di sentirsi laici e autonomi dai frati, anzi...
È evidente che il sottoscritto per primo e i buoni già terziari e i nuovi laici domenicani poi, tutti dicono esemplarmente come Garibaldi al 9.8.1866: «Obbedisco», in attesa della terza virata. Ma ci sarà una terza virata?
Secondo una bella espressione agostiniana fatta propria da san Tommaso d’Aquino, credere è «cum assensione cogitare» (II-II, q 2, a 1). L’assenso è evidentemente l’obbedisco, i pensieri (maliziosi) sono quanto qui scritto.
Fra Riccardo Barile o.p.
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«scarica»
Alternando il serio al meno serio, poiché siamo in maggio... non propongo qualcosa di mariano (se il Signore vorrà, è previsto per il mese di agosto), ma l’introduzione e il motivo di una filastrocca popolare emiliana - Maggio di questua (durata minuti 0,25) -, che si cantava andando alla questua delle uova. Tanto per ricreare il clima, le parole iniziano così: «Viene di maggio che fiorì la liova / le vostre galline facesser tante uova. / E benevenga maggio! / Viene di maggio che fiorì l’ortica / se avete figli Gesù li benedica. / E benevenga maggio!». Naturalmente i “giovinastri” vanno anche dal prete, al quale cantano: «Signor curato con quelle calze nere / vada in cantina e ci porti da bere!». Infine alcuni non danno nulla e per loro è prevista l’ultima strofa di maledizione: «Viene di maggio veniamo col tamburo / se non ci date l’ove vi venga il bruciaculo! / E benevenga maggio!». La rielaborazione moderna è del Gruppo Emiliano. All’indirizzo www.gruppoemiliato.it si trovano l’audio e il testo integrali, con tanta altra musica, che apre il cuore alla gioia ed è un antidoto dopo il bagno di grigiore, di asciuttezza e di insoddisfazione di tanta - non tutta - musica moderna sedicente liturgica, per la quale il supremo criterio è di non avere una melodia e di non risultare piacevole.