Una Malizia al Mese > Malizie scritte nel 2011
NON SI VIVE PER MANGIARE, PERÒ...
ovvero del sociale e dello spirituale a partire dall’animale
Dicembre è uguale a Natale e Natale è uguale al cenone e al pranzo e a tante altre “abbuffate”. Certo, dal punto di vista cristiano Natale è ben di più, ma la dimensione gastronomica è per ora ineliminabile. Per cui è utile parlarne anche a livello conventuale, in quanto il discorso offre lo spunto sia a qualche malizia sia a qualche edificante erudizione.

Parlare di mangiare?
L’AT prevede restrizioni sugli alimenti in funzione del puro e dell’impuro, che vengono superate dal NT, e anche altre religioni si interessano di ciò che si mangia, come si può verificare nel libro di Massimo Salani, A tavola con le religioni, EDB, Bologna 2000, pp. 304.
Non più per via del puro/impuro, ma per ragioni di ascesi e di buon ordine delle comunità, le regole monastiche antiche si interessano dettagliatamente di ciò che si mangia.
Ad esempio la Regola di san Benedetto per il pranzo prevede «due pietanze cotte (cocta duo pulmentaria)», più, se possibile, una terza di frutta o legumi freschi; «tutti si astengano assolutamente dalla carne di quadrupedi, a eccezione dei malati molto deboli»; il pane è abbondante «libra una (un chilo)» (C. 39 La misura del cibo). Quanto al bere - ovviamente vino -, si comincia lodando chi ha il dono di astenersene; si prosegue ricordando che «il vino non è fatto per i monaci»; tuttavia, «siccome oggi non è facile convincerli di questo», si conclude concedendo «eminam vini per singulos (un quarto? mezzo litro? a testa) o anche di più «badando sempre a evitare la sazietà e ancor più l’ubriachezza» (C. 40 La misura del vino). Dopo il “quanto” e il “che cosa” si mangia, si passa al “quando”: da Pasqua a Pentecoste è previsto il pranzo a mezzogiorno e la cena alla sera; per tutta l’estate al mercoledì e al venerdì si resta digiuni sino alle tre del pomeriggio; dal 14 settembre sino alla Pasqua si digiuna con un solo pasto giornaliero (C. 41 L’orario dei pasti).
Nel medioevo latino queste norme divennero una sorta di “regime base” a cui si uniformeranno anche san Domenico e i primi frati.
Qualche considerazione tra il dotto e il malizioso
Come mai le regole antiche, interessate a valori spirituali, trattano diffusamente del cibo? Evidentemente perché coinvolge dimensioni spirituali e relazionali.
Partiamo da una constatazione: l’uso del cibo e del sesso sono il primo e insostituibile contatto con il mondo: nessuno infatti vivrebbe senza mangiare e l’umanità nel suo insieme finirebbe se tutti si astenessero dall’uso del sesso.
Se così è, è facile concludere che deve esserci una relazione tra cibo e sesso, che San Tommaso presuppone quando spiega come mai il digiuno ecclesiale, «istituito per reprimere le concupiscenze della carne», comporta l’astinenza dalle carni e derivati come uova e latticini. Questi alimenti, «essendo più conformi al corpo umano, provocano un maggior piacere e un maggior nutrimento» e di conseguenza un aumento di materia seminale, «la cui moltiplicazione è incitamento massimo alla lussuria» (II-II, q 147, a 8). Se la fisiologia è alquanto rudimentale, è intrigante il legame tra cibo, sesso, piacere.
Innocenzo XI (Benedetto Odescalchi † 1689) vietò di insegnare che «mangiare e bere sino alla sazietà e per il solo piacere (ob solam voluptatem) non è peccato, purché non comprometta la salute, dal momento che ognuno può lecitamente fruire degli atti dell’appetito naturale» (Dz 2108): giusto divieto se si considera che il piacere in se stesso non è un fine ma deriva dal conseguimento di un fine. Ma... ma... a certe condizioni un piacere lecito può essere lecitamente ricercato come aiuto compensativo per raggiungere un fine.
Così è noto - ed è giusto - che talvolta celibi e casti abbondino un poco nel cibo come “compensazione”; così si sentenziava che “buona pietanza fa buona osservanza” nel senso che un clima rigoroso e serio impone dei sacrifici che sono mitigati/compensati da alcuni momenti di buona tavola; così infine è noto - anche se a rilevarlo si passa per superficiali e grossolani - che nei conventi tradizionali o “di destra” si mangia meglio che nei conventi progressisti o “di sinistra” (anche gli ospiti in genere sono omogenei e in un certo convento ricordo una signora magra e quasi senza seno che di fronte all’offerta del secondo cioccolatino prese le distanze con un gesto risoluto della mano e con un ghigno della faccia che mescolava schifo, orrore e... meraviglia perché si osasse tanto!).
Dunque per una certa serenità, nei conventi il cibo ha da essere un poco abbondante: guai laddove, strettezze contestuali a parte, è ad arte misurato, dove mai nulla eccede, dove al mattino non si trova mai, con un poco di amabile disordine, qualche avanzo della sera ecc.
In caso contrario sorge un’irritazione. Perché? Perché attraverso il controllo sul cibo ci si sente sotto il potere di qualcuno e questo è il punto fondamentale.
Infatti nelle società povere chi controlla il cibo controlla la vita degli altri e in quelle ricche chi ne stabilisce il prezzo o ne induce le tendenze, consegue un potere ancor più sottile e ramificato. Saggiamente allora le antiche regole trattavano del cibo e di quanto e di come, sottraendolo così all’arbitrio di qualcuno e limitando una eccessiva discrezionalità dei superiori/economi.
Dunque, salva l’austerità di certi giorni o di certi periodi, una comunità è “basicamente” serena se il cibo è tendenzialmente abbondante e se i frati non si sentono controllati e se decidono essi stessi e personalmente eventuali diete. Il resto è un sottile sopruso.
Così certi economi tendono al risparmio senza che nessuno li abbia mai incaricati. Come mai? Per compiacere l’istinto di dominio sugli altri attraverso il controllo sul loro cibo.
Idem per certi priori o superiori. Che se poi un priore dopo il primo mandato non vuole essere rieletto, cominci a porre restrizioni alimentari. Soprattutto, in spirito di servizio - così crede veramente l’ingenuo! - passi a servire i frati mettendo loro la roba nel piatto: è la forma più basica di controllo e di dominio e anche la più antipatica, che scatenerà tali e tante reazioni (inconsce), le quali gli eviteranno senz’altro una rielezione!

San Domenico in versione gastronomica
Il discorso non è così semplice e il rischio di patrocinare comunità di mangioni e di beoni è dietro l’angolo. Ci si salva ispirandosi all’equilibrio del santo padre Domenico.
Le nozioni noiose che bisogna premettere
L’equilibrio di san Domenico e i necessari riferimenti si iscrivono nel quadro di una prassi che andò confermandosi nelle Costituzioni primitive, che vanno tenute presenti. Con la Regola di S. Agostino furono adottate «alcune più rigide osservanze (arctiores consuetudines)» (L 42), che per il cibo ricalcavano la Regola di S. Benedetto: da Pasqua sino alla Santa Croce (14 settembre) si mangiava due volte al giorno (5), mentre dalla Santa Croce fino a Pasqua, eccettuate le domeniche, si mangiava una volta sola al giorno dopo le 15 (6); nei tempi di digiuno la cena consisteva in un brodo assunto in refettorio e all’interno della liturgia della Compieta che poi proseguiva in chiesa (9); al pasto principale erano previste due pietanze cotte ma la carne era interdetta (8); se erano previste eccezioni per i frati malati o in viaggio, non si defletteva dal rigore in convento, dove addirittura per bere fuori pasto bisognava chiedere il premesso (6.8) (Costituzioni primitive I,5-9).
Ma che cosa si intende per due pietanze cotte? Difficile essere precisi, comunque un tentativo di spiegazione è il seguente:
«Pur non sentendoci di escludere categoricamente un uso moderato della pasta di semolino o di grano, almeno nei conventi piccoli dove il prepararla costava meno fatica, la prima delle due pietanze previste doveva ordinariamente consistere in una zuppa d’orzo o in un minestrone di verdura o di fagioli. Per la seconda, oltre alle verdure che gli forniva l’ortolano del convento, il cuoco aveva a sua disposizione una varietà di ortaggi che, sapientemente cucinati e diversamente conditi, gli permettevano, se abile, di preparare piatti appetitosi e tutt’altro che ripetitivi. Le diverse specie di legumi (piselli, fagioli, fave, ceci, lenticchie e lupini), cavoli, carote, finocchi, zucche e soprattutto le rape, che nel Medio Evo occupavano il ruolo rappresentato oggi per noi dalle patate, rientravano infatti nell’ambito di una cucina povera com’era quella conventuale, per cui il cuoco non ne era mai sprovvisto.
Dal fatto poi che al termine del pranzo i servitori, come si è visto, passassero a raccogliere bucce e noccioli, si deduce che ai frati non mancasse neppure la frutta sia stagionale che secca.
Infine, sulle tavole c’erano sempre cipolle e pane a volontà. Quest’ultimo, almeno nei primi tempi, non veniva fatto in casa ma era il ricavato della questua giornaliera: per cui poteva variare, in base a quanto avevano raccolto i frati questuanti, da un giorno all’altro e da tavolo a tavolo: a chi poteva capitare bianco e a chi nero, a chi di grano e a chi di segale»
(Pietro Lippini, La vita quotidiana di un convento medievale. ESD, Bologna 1990, p. 243).
Prima poi di passare a una rielaborazione dei dati su “San Domenico in versione gastronomica”, può essere utile indicare i luoghi dove tali dati sono reperibili:
Cenni generici e orientativi: Bolla di canonizzazione (Gregorio IX, in Rieti il 3 luglio 1234).
Libellus: 6, 42, 108.
Processo di Bologna: Ventura 2, 4-5; Guglielmo di Monferrato 12-13; Buonviso 22; Giovanni di Spagna 28; Rodolfo 30-31; Stefano 38-39; Paolo da Venezia 41-43; Frugerio Pennese 46-47.
Processo di Tolosa: Claret 5; Guglielmina 15; Beceda 17; Guglielmo 18.
Cecilia: 3, 6.
San Domenico sobrio e parco
La Bolla di canonizzazione dipinge un san Domenico che già bambino scelse di «vivere nella mortificazione della carne», fustigandone in seguito le voluttà (sagittante delicias carnium) e finalmente entrando in cielo deposto il peso della carne (posita carnis sarcina). Tutto ciò non poteva non avere una ricaduta su san Domenico descritto come «sobrio» (Paolo da Venezia 43), con un dominio assoluto sulla sua carne ed osservante una temperanza rigorosa (L 108), «parco nel mangiare e nel bere» (Stefano 38; Giovanni di Spagna 28) e in genere parco «nei cibi» (Tolosa, Guglielmo 18). In fondo la sua vera dolcezza erano le divine parole, per lui «più dolci del miele» (L 6).
La normalità o quasi
Vari frati contrassero familiarità con san Domenico anzitutto condividendone il pasto e anche in viaggio: Ventura 2, Guglielmo di Monferrato 12, Rodolfo 30, Paolo da Venezia 41, Frugerio Pennese 46.
«In refettorio mangiava il cibo comune che veniva servito alla comunità» (Rodolfo 31; cf Ventura 5, Paolo da Venezia 43).
E fuori convento? Abbiamo due testimonianze femminili, più precise di quelle maschili: una donna nel tolosano lo ospitò «più di duecento volte» e «non lo vide mai mangiare in un solo pasto più di un quarto di pesce o più di due torli d’uomo, né bere più di un bicchiere di vino annacquato con tre quarti d’acqua. Né gli vide mai mangiare più di un pezzo di pane» (Tolosa, Guglielmina 15); lo stesso con una “monaca di casa” - anche questa lo ospitò più di duecento volte -, dalla quale «tutt’al più mangiava due uova, nonostante che gli venissero serviti molti altri cibi» (Tolosa, Beceda 17).
Dunque, anche se nella temperanza, san Domenico restava nella normalità di cibi consueti, con la sola eccezione di evitare «la carne e quei cibi che egli sapeva conditi con carne o con grassi» (Ventura 4), prassi già iniziata a Osma quando si asteneva dal mangiare la carne che veniva servita, «però non la rimandava indietro ma la nascondeva fra i piatti» (Tolosa, Claret 5) e questo comportamento - nascondere la carne tra i piatti - è l’unico cenno che in argomento desta qualche perplessità.
Il di più
L’uso del cibo per san Domenico e i primi frati si iscriveva in una scelta di vita e di relazioni con gli uomini e con Dio, che conferiva un “di più” rispetto alla materialità dell’azione.
In ossequio alla povertà/mendicità professata, il cibo veniva mendicato e un giorno a Dugliolo, «dove domandava l’elemosina, un uomo gli diede una pagnotta intera: il padre la prese in ginocchio con molta umiltà e devozione» (Paolo da Venezia 42).

Il cibo è richiesto a Dio e qui si mescolano la preghiera e il dono dei miracoli. Nel pane portato dagli angeli ai frati, il racconto di Cecilia 3 è ricco di particolari, mentre le due versioni “maschili” sono più asciutte ma più preziose di orientamenti. A fronte della mancanza di pane con i frati già in refettorio,
«fra Domenico, raggiante in viso, lodò a benedisse il Signore (alacri facie elavatis manus suas et laudavit Dominum et benedixit). In quel medesimo istante entrarono due (persone) (intraverunt duo) portando due canestri, uno di pane e l’altro di fichi secchi. I frati ebbero così abbondantemente di che mangiare» (Buonviso 22).
Nel racconto di un altro economo la situazione sembra ripetersi più volte:
«quando in casa veniva a mancare il pane o qualche altro alimento o il vino, egli andava da fra Domenico e gli diceva: “Non abbiamo più pane” o “vino”. E lui rispondeva: “Va’ a pregare, ché il Signore provvederà”. Il teste allora andava in chiesa a pregare, seguito spesso dallo stesso fra Domenico, e il Signore faceva in modo che avessero sempre da mangiare abbastanza. Alle volte poi poneva in tavola, per suo ordine, quel po’ di pane che avevano e il Signore suppliva a quello che mancava» (Rodolfo 31).

Al contrappunto bisogna aggiungere un’altra melodia: san Domenico aveva superato la dipendenza dal piacere nel cibo sino a godere nell’essere trattato male: «se a volte il trattamento nel cibo e nelle vivande lasciava a desiderare, sembrava goderne (si quando male procuraretur ... videbatur gaudere)» (Ventura 4; cf Guglielmo di Monferrato 13, Stefano 39). Anche l’essere colto a tavola «da un sonno irresistibile» date «le troppe veglie che faceva» (Stefano 38), testimonia che il cuore e gli “affetti” di san Domenico erano altrove.
Oggi abbiamo perso la mendicità del cibo, a parte regali di torte che non sono proprio la stessa cosa. Abbiamo parzialmente perso anche la preghiera per chiederlo al Signore nella penuria. Si è in gran parte perso il silenzio in refettorio. Si è meno sensibili alla disposizione dei tavoli a ferro di cavallo e con lo spazio vuoto al centro. La ritualità prima/durante/dopo il pasto è molto attenuata ed è arduo oggi poter ripetere per i pasti conventuali quanto il Cormier scriveva nell’Introduzione al Processionarium del 1913, e cioè che nell’organizzazione della nostra vita «ibi nobilitantur quae alibi nonnisi vulgaria sunt / qui vengono nobilitati quei gesti che altrove non sono che volgari (comuni)». Insomma, cadute queste cose, è più difficile recuperare quel “di più” che in san Domenico e nei primi frati accompagnava l’uso del cibo. La caduta talvolta è inevitabile, in quanto una comunità piccola non può gestire i pasti in questo modo, talaltra è voluta in nome della fraternità e del parlarsi: ci abbiamo guadagnato?
Tra austerità e saggia larghezza
San Domenico, che beveva vino molto annacquato (L 108), non esitò a ottenere da Dio il miracolo di moltiplicare il vino per le monache esortando tutti a bere a volontà (Cecilia 3, 6).
E ciò che avvenne nel miracolo, avvenne con continuità di comportamento: nel cibo era austero con se stesso e largo con gli altri. In sintesi:
«era tanto severo con se stesso che, anche durante i viaggi, osservava integralmente i digiuni dell’Ordine e ricusava di prendere cibo prima dell’ora stabilita. Ai suoi compagni però permetteva di prendere due refezioni (socios tamen faciebat comedere bis)» (Frugerio Pennese 47; cf Giovanni di Spagna 28; Paolo da Venezia 42; Ventura 4); «voleva che gli altri fossero abbondantemente provvisti secondo quanto le facoltà e le possibilità della casa permettevano» (Tolosa, Guglielmo 18).
Non si dispensava dai digiuni per le malattie (Guglielmo da Monferrato 12), ma infrangeva l’abituale austerità «per riguardo dei frati e dei commensali» (Tolosa, Guglielmo 18).
Piccola curiosità. Con un linguaggio contemporaneo, san Domenico praticava l’uso del “piatto unico”: «si accontentava volentieri di un semplice (unico?) piatto (libenter simplici pulmento contentus)» (L 108), un teste «lo vide moltissime volte in refettorio accontentarsi di un solo piatto, anche quando i frati ne avevano due (quando fratres habebant duo pulmenta seu duo fercula, quod unico erat contentus)» (Stefano 38). L’equilibrio perfetto era l’austerità per sé e la larghezza per gli altri, il scegliere per sé il piatto unico e il non imporlo agli altri e forse fu anche per questa ragione che i frati, alla richiesta di dimettersi, lo pregarono di restare al governo dell’Ordine ... se Domenico avesse voluto imporre a tutti il piatto unico, forse qualcuno ne avrebbe accettato le dimissioni senza troppe difficoltà... ovviamente solo per venire incontro alla sua richiesta...
Scherzi a parte, l’equilibrio di sempre è: imitare san Domenico nella sobrietà e austerità e nel piatto unico, ma liberamente e in un contesto di moderata abbondanza per tutti.
Il contrappunto non è perfetto se si omette di citare che san Domenico vedeva certe iniziali intemperanze, ma non faceva scenate, semplicemente ne parlava sottovoce all’economo:
«quando il teste, nella sua qualità di economo, faceva servire ai frati qualche pietanza speciale, fra Domenico lo faceva chiamare e sottovoce gli diceva: “Tu uccidi i frati dando loro queste pietanze (interficis fratres dando eis pietancias)”» (Rodolfo 31)
... e forse l’economo avrà continuato per la sua strada perché questo fra Rodolfo era un economo “grandioso” e fu quello che a Bologna cominciò a sopraelevare le celle con il rimprovero di san Domenico (Stefano 35). Attualizzazione: gli economi “grandiosi” sono ancora oggi contestati, ma in fondo tutti hanno il piacere di averli, per cui le osservazioni “rituali” scivolano via come acqua sul marmo.
Non siete d’accordo su quanto scritto? Beh, potremo senz’altro accordarci su di un detto dei maestri ebraici:
«La tovaglia ha messo fine a più di una disputa»
Fra Riccardo Barile o.p.
Per chi la gradisce, è a disposizione una suoneria per cellulare fatta in casa
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Se Dicembre è Natale, la suoneria doverosa per questo mese è Tu scendi dalle stelle (durata minuti 0,49), di Alfonso Maria de’ Liguori, il santo la cui esistenza ha coperto il secolo XVIII (1696-1787) e profondamente inserito nella cultura dell’epoca, dal momento che, oltre ad aver studiato giurisprudenza e lingue antiche e coeve, fu avviato alla pittura da Francesco Solimena, alla retorica da Gianbattista Vico e alla musica dalla famiglia Scarlatti. Tu scendi dalle stelle fu composto durante una missione nel 1755 e testimonia come l’arte, la cultura e l’eleganza possano e debbano essere comprensibili e popolari. Ciò che oggi non sempre capita.