Una Malizia al Mese > Malizie scritte nel 2011
Delle monache e della clausura
ovvero di un vento che scuote le grate

L’utile risultato di una strana controversia
Fra Alfonso d’Amato, ora defunto, ebbe uno scambio di opinioni con un noto storico dell’Ordine sulla caratteristica delle monache domenicane, che, dalla loro denominazione, egli vedeva più implicate in qualche modo nella predicazione.
Lo storico in questione rispose con un testo che oggi torna utile e che trascrivo:
«Bandello stesso,
Nota bene: il “Bandello” di cui si parla è Vincenzo Bandello (1435-1506), frate domenicano e priore di Santa Maria delle Grazie in Milano mentre Leonardo da Vinci affrescava il celeberrimo Cenacolo. Fu in seguito Maestro dell’Ordine ed era anche zio del novelliere Matteo Bandello, anch’egli domenicano e poi uscito dall’Ordine... a disdoro di tanto zio!
quando fece stampare le costituzioni, poteva senza contraddirsi mettere all’inizio “Incipiunt constitutiones sororum ordinis predicatorum / cominciano le costituzioni delle suore dell’ordine dei predicatori” e alla fine “Expliciunt constitutiones sororum ordinis fratrum predicatorum / terminano le costituzioni delle suore dell’ordine dei predicatori”. Il significato delle due espressioni è uguale, perché il punto di riferimento per tutto l’Ordine sono sempre i frati: le suore sono ordinis predicatorum perché sono le suore dei frati predicatori.
La storia della terminologia non offre nessun appoggio a chiunque voglia interpretare dizioni come fratres o sorores ordinis praedicatorum come se implicitamente negassero la famosa “natura clericale” dell’Ordine. Certo, non dobbiamo a nome della tradizione escludere nuove risposte alle nuove circostanze in cui viviamo; ma la tradizione dell’Ordine è del tutto chiara: entro l’Ordine dei predicatori il ministero ufficiale della predicazione non si è mai esteso al di là delle strutture gerarchiche e clericali della chiesa universale.
L’officium praedicationis (l’ufficio della predicazione) non è mai stato affidato automaticamente a tutti i membri dell’Ordine; neanche i frati chierici avevano l’incarico o il diritto di esercitarlo senza essere esplicitamente nominati. Già il capitolo generale del 1220 si occupava di regolare la nomina di predicatori (Const. antiquae 20, ed. A. H. Thomas, De oudste Constituties van de Dominicanen, Leuven 1965, 356). Non c’è prova che l’Ordine abbia mai pensato di poter conferire qualsiasi officium praedicationis ai suoi membri non chierici; anche i diaconi andarono esclusi dalla pubblica predicazione da un’ordinazione della Congregazione di Lombardia nel 1486 (...).
Considerazioni canoniche a parte, se le autorità dell’Ordine avessero tentato di impegnare i conversi o le suore [le monache, n.d.r.] nell’officium praedicationis, tutti questi avrebbero ben potuto rispondere che non rientrava nel loro contratto con l’Ordine di accettare tale incarico.
Qualsiasi novità possa essere introdotta per rispondere alle vicende del mondo moderno, chi afferma sulla base del nome dell’Ordine che tutti i membri dell’ordo praedicatorum condividono eo ipso (automaticamente) il suo officium praedicationis, e che perciò devono essere tutti predicatori, non pecca soltanto contro la storia, commette anche una grave ingiustizia contro i frati chierici, i conversi, le monache, le suore, i terziari e le terziarie che non erano e non sono predicatori, ma vivevano e vivono fedeli ai loro vari compiti ed impegni».
(Simon Tugwel o.p., Ordo qui Praedicatorum diceretur et esset. Un’amichevole risposta al P. D’Amato = Memorie Domenicane 29/1998, pp. 653-659).

Il rapporto delle nostre monache con la predicazione
La Costituzione fondamentale delle monache spiega che san Domenico le «associò alla santa predicazione con la preghiera e la penitenza» (LCM 1,I).
Al di là delle questioni legate alle origini, oggi il rapporto delle monache con la predicazione è così espresso: «è proprio delle monache cercarlo (Gesù Cristo), meditarlo e invocarlo nel nascondimento, affinché la parola che esce dalla bocca di Dio non ritorni senza effetto, ma prosperi in coloro ai quali è stata rivolta» (LCM 1,II).
Dunque, sia dal testo storico e dotto di Tugwell, sia dall’attualità della legislazione, si deduce che non appartiene alle monache un’azione apostolica attiva, sia pure moderata. La prospettiva è chiaramente un’altra.
La difficoltà è la clausura!
Movimenti di aggiornamento, rifondazioni, nuove esperienze ecc. a volte hanno accentuato il carattere di collegamento delle monache con la predicazione “attiva”, producendo situazioni che non rispettano del tutto la clausura.
In realtà quella delle nostre monache è clausura papale (LCM 37), su di cui è intervenuta la Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, con l’Istruzione Verbi sponsa (13.5.1999).
In essa leggiamo che «questo associare la vita contemplativa alla preghiera di Gesù in luogo solitario denota un modo singolare di partecipare al rapporto di Cristo con il Padre» (n. 3 = EV 18/935) e la clausura, «anche nel suo aspetto concreto, costituisce (...) una maniera particolare di stare con il Signore» (n. 3 = EV 18/936). La separazione dal mondo ha da essere reale e non «prevalentemente simbolica» e, se la si vuole così intendere e praticare, c’è bisogno dell’approvazione della Santa Sede (n. 11,c = EV 18/964).
Un istituto «viene ritenuto di vita integralmente contemplativa se: (...) b) esclude compiti esterni e diretti di apostolato, anche se in misura ridotta, e la partecipazione fisica a eventi e a ministeri della comunità ecclesiale, che pertanto non dev’essere richiesta (quae propterea expeti non debet), in quanto diventerebbe una controtestimonianza (contraria fiet ... testificatio) della vera partecipazione delle monache alla vita della Chiesa e della loro autentica missione» (n. 10 = EV 18/964). Viene da domandarse se tutti conoscono questo testo, se lo conoscono alcuni frati costituiti in autorità...
Anche le riunioni regionali o nazionali di monache hanno da essere organizzate se «sono motivate da vera necessità di riflessione comune (quos vera suadeat necessitas communis disceptationis)» e devono essere liberamente accettate dalle monache (n. 19 = EV 19/974).
Ci si può domandare se da parte delle monache domenicane di oggi un tale impianto è il prezzo da pagare all’evoluzione legislativa della Chiesa, che riflette prassi, stili e mentalità accomulatisi soprattutto nel periodo del dopo Trento, oppure se è in linea con l’orientamento delle origini. Sarebbe anacronistico voler ritrovare nelle origini la legislazione attuale, comunque nella primitiva Regola delle monache di S. Sisto in Roma il n. 15 va chiaramente in questa direzione (testo in P. Lippini, San Domenico visto dai suoi contemporanei. ESD, Bologna 1998, pp. 305-307 e in particolare la lunga nota n. 194). Anche nella Lettera di san Domenico alle monache di Madrid - l’unica lettera veramente “personale” che possediamo del santo -, è scritto:
«Finora non disponevate di un edificio adatto alla vita religiosa (vestram religionem servaretis); ma d’ora in avanti non potete più portare questa scusante perché, grazie a Dio, ora disponete di locali sufficientemente idonei allo svolgimento della vita regolare (edificia in quibus religio conservetur). Voglio perciò che d’ora in poi venga osservato il silenzio nei luoghi in cui è prescritto (...). Nessuna esca dalla porta del monastero e nessuno vi entri, eccezion fatta per il vescovo o per qualche altro prelato che vi venga a predicare o per compiere la visita (Nulla egrediatur portam et nullus ingrediatur nisi episcopus vel aliquis prelatus causa predicandi vel visitandi)» (ivi, pp. 315-316).
Per chi vuol capire...
«Questa è la strada, percorretela» (Is 30,21)
Ecco, la malizia è tutta qui: a chi e riguardo a che cosa si dice: «Questa è la strada, percorretela»?
Tra i discorsi e la formazione che le monache fanno tra di loro e che i frati organizzano per le monache, bisognerebbe rimettere in agenda “anche” il tema della clausura. Certo senza fanatismi o illusioni che sia la ricetta per uscire da tutti i mali o sia il freno per arrestare infallibilmente la decadenza di certi monasteri. La buona salute di un monastero dipende da tanti altri frattori: la vita di preghiera e di carità, una formazione continua e adatta, un buon rapporto con l’Ordine, un contesto antropologico e sociale giusto, cioè, ad esempio, un’età media equilibrata, un ambiente circostante che sia in grado di interagire con le monache rispettandone la specificità ecc. Ma insieme a tutto questo c’è posto anche per la clausura papale.
Bisognerebbe evitare di chiamare “monache” e “monastero” le persone e i locali che non hanno una clausura ben caratterizzata sull’attuale legislazione canonica.
Nulla di male, anzi molto di bene, che si sia larghi nel creare situazioni nuove e anche atipiche, ma insieme bisognerebbe chiarire che la ricetta per la buona salute di un monastero e la strada del rinnovamento dei monasteri passa “anche” per una scelta decisa della clausura, per cui, a fronte di un certo ridimensionamento della clausura da parte di alcune nuove esperienze, non si può lanciare alle altre monache il messaggio non detto ma chiaramente inteso: «Questa è la strada, percorretela». Libertà per tutti e sostegno generoso e simpatico per tutti i progetti, ma anche chiarezza per tutti e per tutte (“tutti” al maschile non è maschilismo, ma è la constatazione che dietro alle scelte delle monache spesso ci sono consiglieri frati...).
Tra parentesi, mi consta che un certo numero di giovani frati, pur conservando buone relazioni con tutte le monache e senza sollevare polemiche di sorta, istintivamente preferiscano le monache che praticano con serietà la clausura. Quindi le monache che ripensano in modo nuovo la clausura rispetto alla vigente legislazione canonica, saranno senz’altro moderne, ma non sono postmoderne e godono solo della simpatia di quanti nel ’68 erano giovani ma adesso non lo sono più...
Ora smetto, altrimenti rischio di essere rinchiuso in clausura.
Fra Riccardo Barile o.p.
Per chi la gradisce, è a disposizione una suoneria per cellulare fatta in casa
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Poiché la Pasqua cade in aprile, è d’obbligo offrire qualcosa di intonato a tanto tempo liturgico. E che cosa di meglio potremmo offrire se non l’Alleluia del Pierangelo nazionale, cioè di Pierangelo Sequeri († data non ancora disponibile) (durata minuti 0,24)? All’inizio degli anni ’80 venni in contatto con un suo studente, il quale - da me non richiesto di simili confidenze - mi disse che Sequeri era preferibile come musicista che come professore, per via di una certa oscurità/complessità dell’eloquio, e, se ne può dedurre, del pensiero. Comunque con il tempo è migliorato, mentre il suo Alleluia continua ad essere molto gettonato in parrocchie, conventi e gruppi (non movimenti né cammini, perché, come si sa, hanno il loro repertorio).