![]() |
![]() |
![]() |
|---|

Milano, 1 dicembre 2009
Ai frati della Provincia San Domenico in Italia
Carlos A. Azpiroz Costa, Maestro dell'Ordine, nell'approvazione degli Atti del Capitolo provinciale, cita un «ricco capitolo sulla vita apostolica (più di quaranta numeri)», circa il quale si augura «una attenta meditazione ed una precisa applicazione» (p. 9).
In realtà l'apparenza inganna poiché il capitolo sulla Vita apostolica ha esattamente tanti numeri quanti Formazione e studio: 47. È tuttavia vero che appare più lungo per via della materia più varia e molteplice. La sua presentazione in questa lettera non dirà tutto, ma si soffermerà di più sulle chiavi di lettura e a volte andrà oltre.
Trattandosi di un capitolo lungo, infrango la regola di limitarmi a una pagina.
Ciò premesso, "dire tutto":
Il criterio della commissione precapitolare e capitolare, nonché dell'assemblea, sostanzialmente mantenuto dal definitorio, è stato quello di recensire tutto ciò che apostolicamente si fa e tutto incoraggiare. Al di sotto c'era la preoccupazione di evitare di stabilire ciò che è domenicano e ciò che non lo è, cioè di evitare di imporre un "modello". Tale scelta non solo rende ragione della lunghezza del testo, ma va tenuta presente per comprenderlo.
I. Tutto o quasi è stato detto...
a) in negativo non significa necessariamente promuovere e incrementare tutto, dal momento che le forze non bastano, per cui ogni numero va letto ponendosi la domanda se il Capitolo qui intenda solo riconoscere o anche mantenere/incrementare un certo apostolato;
b) in positivo significa riconoscere una ricchezza di carismi e di impegno apostolico dei frati.
Ciò premesso, “dire tutto”:
significa accettare che la realtà apostolica della Provincia si evolve a partire non solo da quanto c'è, ma anche da come è attualmente organizzata. Usando un'immagine ratzingeriana, è una crescita "come una pianta", in cui «le nuove forme scaturiscano in maniera in qualche modo organica (organice quodammodo crescant) da quelle già esistenti» (SC 23: EV 1/38).
Dunque "ordinariamente" un Capitolo non può rimescolare i frati come le carte da gioco per creare nuove combinazioni, ma modifica quanto c'è incrementando alcuni apostolati e "lasciandone vivere" altri, di modo che la situazione apostolica lentamente cambia.
Dunque se si legge il nostro testo ritenendo che «Il problema non è quello di aprire o chiudere un convento, spostare o non spostare un frate, o trovare un maestro dei novizi. Il problema è quello di ripensare in profondità, in assoluta novità, con spirito profetico il nostro modo di fare apostolato e di attualizzare la nostra identità domenicana»,[1] si resta delusi. L'istanza è legittima, ma ha da essere attuata con una ripartenza e non con l'ordinaria amministrazione.
II. Un proemio che per accontentare tutti forse scontenterà tutti
Dire tutto e lasciar vivere tutto, significa accettare comunità piccole e in stato di debolezza, legittimate dal fatto che tutto ciò che si fa per il regno di Dio vale e in ogni caso nella debolezza risplende la potenza della croce.
Questa fu l'impostazione iniziale, naturalmente non condivisa da tutti e all'origine di diversi e tesi confronti. Il definitorio ha riformulato il Proemio (59), introducendovi due altri elementi presenti nel dibattito:
a) L'affermazione del "modello" di convento non solo dal punto di vista della vita regolare, ma anche e primariamente apostolica. Ovvio che nella realtà si fa quel che si può, ma il modello resta un punto di riferimento a cui tendere.
b) Alcune precisazioni sulla "debolezza": la si vede come un "di fatto" per la diminuzione degli ingressi e l'avanzare dell'età; è positiva se vissuta in Cristo.
Con il senno di poi un'altra precisazione si imporrebbe. Poiché il testo non citato ma che regge tutto è: «quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,10), in realtà esso suppone una debolezza a fronte dei poteri forti di questo mondo (anche religioso), di fronte ai quali l'apostolo si trova a causa del suo ministero, come Cristo di fronte agli artefici della sua passione/morte. Ma certa nostra debolezza è suscitata da tale ministero previo o è semplicemente una "debolezza di esaurimento"?
III. Qualche nuova accentuazione
La predicazione itinerante dovrebbe essere maggiormente in contatto con gli altri promotori e anche «con le ESD e con i confratelli impegnati nella FTER» (64); si sono levate voci per un ripensamento o rinnovamento auspicabili, ma forse non tutti ne conoscono bene la proposta.[2]
Si auspica una disponibilità al ministero richiesto dalle Diocesi e più consentaneo al nostro carisma non solo rispondendo alle richieste, ma elaborando delle proposte (70).
I Centri culturali dovrebbero appartenere alla normalità apostolica di ogni comunità (75 § I) affrontando anche i temi "sensibili" in campo etico, politico e sociale (77).
Pastorale familiare e Giustizia e Pace e Salvaguardia del creato sono apprezzate (78-81).
Quanto alla pastorale giovanile, la novità è di giungere a uno statuto che superi la dimensione unicamente personale (83 § I) e, più a fondo, è il suo deciso rilancio (82-85) rispetto al Capitolo del 2005. La pastorale vocazionale «è strettamente legata con quella giovanile» (87) e ad oggi lo si è attuato inserendo nell'équipe dell'una il promotore dell'altra.
Per il resto, dalla Turchia alla Famiglia Domenicana, il Capitolo conferma sostanzialmente la linea seguita sinora. A tutti gli operatori pastorali chiede più connessione vicendevole.
IV. Qualche scelta di fondo
I testi arrivati in aula sulla predicazione partivano dalla predicazione itinerante e da questa legittimavano altre forme. Il definitorio ha corretto tale impostazione:
- i nn. 60-61, che prima riguardavano la predicazione itinerante, ne sono stati scorporati e collocati come "orizzonte" di ogni forma di predicazione;
- si è precisato che i frati esercitano il ministero della predicazione «in molti modi e in molte forme. La predicazione itinerante organizzata è uno di questi» (62);
- dall'apostolato del Rosario si è espunto che è una modalità della nostra predicazione "itinerante", limitandosi a dire che «è una modalità della nostra predicazione» (67 § I).
Questi e altri interventi non hanno inteso limitare la predicazione itinerante organizzata, che è promossa (62-66), ma hanno inteso evitare la conclusione tragicomica di una Provincia di 154 "frati predicatori", nella quale solo 4 o 5 "predicano".
La raccomandazione a proporre i contenuti del CCC nelle varie forme di ministero per dare loro un «fondamento solido» (61) segna una nuova sensibilità nel trasmettere apostolicamente la vita cristiana e nell'uso più "cattolico" della Scrittura.
V. C'è un principio strutturante o ordinatore?
La predicazione, collocata all'inizio, ha una indubbia preminenza. Si potrebbe delineare un itinerario: dalle varie forme di predicazione alla relazione con i soggetti (Famiglia Domenicana).
Tuttavia il catalogo prevale su di un ordine strutturato. Lo strumento più originale resta la predicazione "di frontiera",[3] categoria con vantaggi ma con altrettanti limiti. Il vantaggio è di orientare l'apostolato verso ciò che sta al di fuori di noi per integrarlo nel contesto ecclesiale e cattolico, il limite è che il concetto dice solo questo e non aiuta a "mettere ordine" tra i vari apostolati se non generandone due gruppi, al di qua e al di là della frontiera.
Per questo mi permetto di indicare un testo del magistero, che offre più stimoli delle
categorie che girano tra di noi. E questo è normale, data la funzione del magistero stesso.
Tenendo conto degli sviluppi maturati negli ultimi anni, il Direttorio generale catechetico in corso propone uno schema che è insieme integrale e equilibrato:
«(...) occorre concepire l'evangelizzazione come il processo attraverso il quale la Chiesa, mossa dallo Spirito, annuncia e diffonde il Vangelo in tutto il mondo. Essa:
* spinta dalla carità, impregna e trasforma tutto l'ordine temporale, assumendo e rinnovando le culture;
* dà testimonianza tra i popoli del nuovo modo di essere e di vivere che caratterizza i cristiani;
* dàproclama esplicitamente il Vangelo, mediante il primo annuncio, chiamando alla conversione;
* inizia alla fede e alla vita cristiana, mediante la catechesi e i sacramenti di iniziazione coloro che si convertono a Gesù Cristo, o quelli che riprendono il cammino della sua sequela, incorporando gli uni e riconducendo gli altri alla comunità cristiana;
* alimenta costantemente il dono della comunione nei fedeli mediante l'educazione permanente della fede (omelia, altre forme del ministero della parola), i sacramenti e l'esercizio della carità;
* suscita continuamente la missione, inviando tutti i discepoli di Cristo ad annunciare il Vangelo, con parole e opere, in tutto il mondo [48].
Il processo evangelizzatore, di conseguenza, è strutturato in tappe o momenti essenziali:
- l'azione missionaria per i non credenti e per quelli che vivono nell'indifferenza religiosa;
- l'azione catechistico-iniziatica per quelli che optano per il Vangelo e per quelli che necessitano di completare o ristrutturare la loro iniziazione;
- l'azione catechistico-iniziatica per quelli che optano per il Vangelo e per quelli che necessitano di completare o ristrutturare la loro iniziazione;
- l'azione pastorale per i fedeli cristiani già maturi, nel seno della comunità cristiana.
Questi momenti non sono però tappe concluse: si reiterano, se necessario, giacché daranno l'alimento evangelico più adeguato alla crescita spirituale di ciascuna persona o della stessa comunità [49]».[4]
Sarebbe interessante risistemare tutto il nostro catalogo alla luce di queste categorie, peraltro ampliabili (ad esempio nell'educazione permanente della fede trovano posto la lectio divina e la teologia). A fronte di tanti nostri ministeri domandarsi: a che punto si collocano? che cosa presuppongono? e il precedente c'è o non c'è? Domandarsi che cosa significa il primo annuncio nel nostro contesto, a chi ci vogliamo rivolgere e qual'è la nostra proposta apostolica ecc.
Insomma, è un testo che senza cambiare gli Atti del Capitolo, permette di riordinarli mentalmente e di andare oltre per reinventarsi apostolicamente a partire dalla nostra tradizione.
E pensare che il cardinal prefetto firmatario del Direttorio era ed è uno sponsorizzatore della Messa di S. Pio V! Ma proprio questo è bello: il magistero romano è un crogiuolo di tante ricchezze che riesce a superare i limiti delle persone firmatarie.
Fra Riccardo Barile o.p., priore provinciale
[1] Così si esprimeva un frate in una lettera su "Communiter" 2/2006 pp. 5-8, cui seguiva una risposta del sottoscritto.
[2] Cf Missioni domenicane al popolo: "Communiter" 1/2007 pp. 5-11.
[3] 78ss.: ma ciò che sta sotto questo titolo - pastorale familiare, giovanile, di GeP ecc. - è veramente "di frontiera"?
[4] Congregazione per il clero, Direttorio generale per la catechesi (15.8.1997), nn. 48-49: EV 16/795-796. Cf lo stesso schema già soggiacente alla lunga trattazione di AG 10-22: EV 1/1110-1170.
![]() |
![]() |
![]() |
|---|