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Un’altra dimensione del lavoro è la predicazione di Gesù. In tutti noi dovrebbe esserci questa componente, che è sia contemplativa (contemplazione della realtà del regno di Dio dentro di noi), sia costruttiva di legami. Gesù va incontro a persone estranee e crea profondi rapporti di trasformazione, e questo con una esperienza di modi che va sempre più affinandosi. La realizzazione del compito di Gesù (ecco un’altra dimensione fondamentale del lavoro e della vita, che può essere scoperta soltanto attraverso il ricorso alla contemplazione) va di pari passo con la realizzazione degli altri. Questo è il livello dove è più evidente che quando il lavoro è vero, è autentico, non c’è concorrenza né ansia. Il respiro è ampio, non cerco gratificazioni immediate per dare conferma al mio operato, ma sono lieto che questo lavoro paziente faccia crescere, magari lentamente ma stabilmente, quel complesso armonico in cui io e l’altro, e tutti gli altri, raggiungono sempre di più le ricchezze del loro ricchissimo potenziale. Per certi versi è un ritorno alla dimensione dell’infanzia, che abbiamo visto prima, ma questa volta essendovi coinvolti più attivamente, con la fatica, con l’ascesi, ormai acquisite, che sono diventate momenti di questo ampio e maturo atto contemplativo.

La fatica del lavoro trova il suo esempio e il suo modello nella passione di Gesù, nella sua sofferenza suprema. Se la nostra fatica lavorativa sarà veramente conforme a questo modello non sarà un ostacolo alla piena realizzazione, ma sarà uno dei momenti più carichi di senso. Non per masochismo, ma perché sarà una partecipazione a quell’attività sotterranea che fa stare in piedi il mondo. Non si può in realtà tradurlo pienamente in parole, proprio perché è un’attività per definizione nascosta, compiaciutamente in incognito, profonda, materna, umile. Ha a che vedere con quella dimensione inutile della vita, quel punto in cui le cose non sono più stratagemmi in vista di altro, ma dove i nostri veri bisogni vengono saziati, e quindi non abbiamo più paura di niente. Abbiamo infatti seminato il nostro seme fuori di noi, e non pensiamo più ormai a noi stessi: lo abbiamo affidato in buone mani. Mi rendo conto adesso di come questa metafora per alcuni sia effettivamente vicina in modo impressionante alla realtà: questo vale per il piantumatore di pini, ma soprattutto per chi è chiamato alla vita coniugale e genitoriale.

Ma il lavoro di Gesù non si ferma qui, e neanche il nostro. È già qualcosa di grandissimo, avere e vivere la concezione vitale del lavoro che ho appena esposto: in essa, infatti, fiducioso abbandono al venire cresciuti, impegno metodico, di apprendimento e di responsabilità, realizzazione nella ricerca interiore dei contenuti e nella delicatezza del loro metterli in gioco, e compassione, non si ostacolano a vicenda, ma costituiscono un unico complesso di vera evoluzione. Ma c’è di più: dobbiamo avere sempre sullo sfondo che il lavoro, se condotto in comunione con questo modello, può permetterci di entrare nell’ultimo e definitivo stato stazionario del lavoro: la gloria. In essa tutto ciò che c’è di buono negli stadi precedenti (che, ricordiamo, non si escludono a vicenda) rimane, ma viene donato qualcosa di molto più grande, ossia l’oltrepassamento del limite. Non del limite buono che costituisce la nostra personalità e la nostra natura: questo limite rimane perennemente il punto di rimbalzo della nostra dinamicità perfezionante e realizzante, fonte perenne di energia e di gioia. Oltrepassamento del limite negativo, che in questa attuale condizione non riusciamo nemmeno tanto lucidamente a identificare: quel limite che appunto, lo intuiamo, il nostro metodico e paziente impegno, quel nostro esercizio di passività e di contemplazione ci porta sempre più ad abbandonare.

In sintesi, che cosa può essere una teologia del lavoro? Il poeta lo ha detto: “Il riscatto del lavoro / dei suoi figli opra sarà”. Nessuno ci può liberare dalle contraddizioni del nostro lavoro se noi non lo vogliamo, se noi non accettiamo che la nostra fatica, il nostro impegno, la nostra concentrazione non diminuiranno, forse cresceranno anzi, ma saranno meglio indirizzati. E una delle direzioni fondamentali è una sincera, paziente, scientifica, mistica ricerca del vero senso, della vera meta della nostra vita. Una meta che non salvi solo una dimensione di noi, ma ci faccia entrare in una luce in cui tutto il nostro essere è accolto, pacificato, guarito. Senza costrizioni, ognuno faccia rientro veramente in sé stesso, ma non dimenticatevi di includere nella vostra risposta questi quattro ingredienti: conoscenza; amore; servizio; Dio.

fra Stefano Prina