Considerazioni dal noviziato domenicano in Milano

Nulla di nuovo sotto il sole, affermava rassegnato Qohelet (Qo 1,9).

Noi invece veniamo dopo Colui che ha promesso di far nuove tutte le cose, di darci uno spirito nuovo e un cuore nuovo, Colui che ha raccomandato di porre vino nuovo in otri nuovi e al quale cantiamo un canto nuovo.

Noi siamo di quelli ai quali il Padre, ultimamente (novissime) in questi giorni ha parlato per mezzo del suo Figlio (Eb 1,2): Cristo Signore.

Noviziato: ecco un altro termine della famiglia del nuovo.

E’ il periodo di prova, dalla durata di un anno, che in sei abbiamo cominciato con la vestizione dell’abito domenicano lo scorso 22 settembre, quando abbiamo acconsentito a camminare fedelmente, con ferma intenzione, in novità di vita.

Nuovo è certo l’abito, la condivisione della vita conventuale coi suoi ritmi e le sue relazioni, la clausura, il silenzio come clima abituale delle nostre giornate, la preghiera prolungata.

Però, se uno ha la pazienza di scorrere un vocabolario latino, al lemma “novus” vi leggerà una seconda accezione: “ultimo”. Come i novissimi, di catechistica memoria, le realtà ultime.

Che cosa c’entra questa seconda accezione col noviziato? C’entra eccome: non è forse questo l’anno prezioso in cui alimentare la fiamma d’amore che il Signore, ha acceso in noi, commossi dal fatto che il Signore fa sicuri i passi dell’uomo e segue con amore il suo cammino. Se cade, non rimane a terra, perché il Signore lo tiene per mano (Sal 37,23-24)?

Sì, si entra in convento per imparare ad amare; e si impara ad amare osservando Dio.

Occorre scendere la scala dell’umiltà, per poter esclamare con san Paolo: Non sono più io che vivo ma Cristo vive in me (Gal 2,20); occorre aver a cuore che i nostri nomi, come ama ripetere il maestro dei novizi fra Daniele Drago, siano scritti nel libro della vita più che nei libri di storia.

Che altro significa entrare in religione se non divenire sempre più trasparenti alla luce irresistibile di Cristo e poi, col sacerdozio soprattutto, prestargli voce, mani, intelligenza: offrire tutto a Lui, l’Ultimo che non passa, il sempre-Nuovo in grado di compiere il desiderio di pienezza che Egli stesso ha posto in noi?

In noviziato, occorre fissare bene lo sguardo su ciò che davvero non passa e non delude, sul Novissimus, che si è degnato di posare gli occhi sulla nostra miseria.

Ecco dunque presto spiegata l’importanza della liturgia, che scandisce la giornata: poco dopo le 7 lodi e messa, prima di pranzo l’ora media, alle 19 di nuovo in coro per l’officiatura vespertina con la tradizionale processione agli altari della Madonna e di san Domenico nelle solennità.

Sono i momenti in ci si può affacciare alla patria celeste, verso la quale affrettiamo il passo, aiutati non poco dell’esempio del nostro Padre Domenico e dalla folta schiera di suoi figli che lì ci attendono.

Dopo la messa si apre la mattinata, immersa nel silenzio, ma costellata, secondo il giorno, di preghiera personale o qualche lezione di carattere introduttivo: sulla sacra liturgia (appunto), sulle Scritture, sulle Costituzioni dell’Ordine, un corso di greco neotestamentario.

Il pomeriggio, iniziato con la ricreazione di noviziato, ricalca di fatto lo svolgersi della mattinata: giovedì, ad esempio, ci accostiamo alla spiritualità dei Padri della chiesa, che tanta parte ebbe nella formazione personale di Domenico. Nelle ore pomeridiane è anche la recita del rosario, col quale coltivare una soda ma tenera devozione alla Regina del Cielo.

Dopo cena, un’altra ricreazione, e la celebrazione di compieta, la quale ci introduce nella quiete notturna e nel suo silenzio.

Tutto, diletti e angustie, si svolge nel contesto di vita comunitaria in cui si forgia la dimensione ecclesiale della vocazione: tra confratelli novizi, coi frati professi del convento, nei piccoli servizi prestati a favore di tutti in refettorio e in chiesa.

Per alimentare la fraternità disponiamo, oltre che della due ricreazioni quotidiane, di un giorno libero a settimana, il mercoledì solitamente, della domenica pomeriggio e del sabato sera, abitualmente destinato ai giochi da tavola e ai film.

Così, di giorno in giorno, ci sforziamo di tener dietro a Cristo, autore e perfezionatore della nostra vita e della nostra fede, invocandolo che mandi ancora il suo Santo Spirito a rinnovare la terra, a rinnovare i nostri cuori affinché possiamo diffondere sempre di nuovo l’amore che ci ha conquistati, testimoniando ovunque a tutti che, come ricordava un santo prete piemontese del secolo XIX, “la storia del mondo non è che la storia della grazia di Dio in questo mondo”.