Nel silenzio: una luce

24 dicembre 2019

Letture: Is 9,1-6; Sal 95; Tt 2,11-14; Lc 2,1-14

  

«Che cosa oggi tiene accese le stelle?», si domandava tempo fa un noto giornalista in un suo libro. Davanti alla crisi del nostro tempo cercava una strada che aiutasse l’uomo di oggi ad uscire dal malessere e la scorgeva ricomponendo i frammenti di un tempo passato nel quale si faceva fatica a vivere, ma nel quale era sempre accesa una speranza nel futuro. Oggi abbiamo bisogno di un aiuto grande per vedere nella notte e non credere che le tenebre hanno vinto la luce, ad essere certi che dopo la notte, l’alba torna a spuntare, ad alzare lo sguardo e vedere che nel buio notturno brilla il firmamento e in esso ancora di più brilla un mistero che ci riguarda.

Questo mistero profondo ci dice che, quando il Figlio di Dio si è incarnato, il cammino della storia e dell’umanità è stato profondamente modificato. La creazione che, secondo le parole di san Paolo, geme tutta intera nelle doglie del parto, attendendo la piena manifestazione dei figli di Dio, ha allora conosciuto questa piena manifestazione nella persona di Gesù, il Dio fatto uomo: la fine dei tempi è allora cominciata e il secondo versante della storia è raggiunto. Dio, in Gesù Cristo, riprende a camminare con gli uomini.

L’Unigenito del Padre, nella nostra vicenda è entrato, per così dire, in punta di piedi, come del resto era stato previsto da un antico testo ispirato: «Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose – così era scritto – e la notte era a metà del suo rapido corso, la tua parola onnipotente dal cielo, dal tuo trono regale, […] si lanciò in mezzo a quella terra» (Sap 18,14-15). Chi si aspettava che la salvezza di Dio arrivasse con una manifestazione di potenza e fragore, ha dovuto disilludersi e imparare che le scelte di colui che è il Trascendente sono diverse e lontane dalle vie pensate e vagheggiate dagli uomini.

Quando Dio viene incontro all’uomo, di solito è notte. Questa intuizione che il grande mistico e poeta spagnolo san Giovanni della Croce, non smette di ripetere lungo tutto il suo Cantico Spirituale, trova il suo fondamento nel mistero del Natale, che si celebra appunto di notte. Dunque, quando Dio viene, è notte. Ogni cosa è avvolta dal manto scuro della notte assicura san Luca nella pagina evangelica appena proclamata: «C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge» (Lc 1, 8). Ma questa notte dev’essere interpretata anche in senso spirituale. Infatti, già la voce antica del profeta Isaia, preannunciava: «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse» (Is 9, 1). Questa “terra tenebrosa”, luogo di ombra e di oscurità, possiamo senza difficoltà o fraintendimenti intenderla e spiegarla in modi molteplici e diversi; ma prima di tutto, istintivamente, va applicata al momento storico nel quale la Provvidenza ci ha posti a vivere. Abbiamo l’impressione di vivere in un tempo nel quale le tenebre si estendono intorno a noi, un’impressione che si accentua quando confrontiamo il contenuto delle notizie drammatiche e dolorose che quasi quotidianamente feriscono alle grandi speranze che ciascun uomo cerca di coltivare e di ravvivare per il proprio futuro. Infatti, gli avvenimenti dell’anno che sta morendo sembrano proprio confermare questa impressione. L’oscurità, l’ombra sembra guadagnare terreno, occupare le ultime zone franche  di libertà e di pace di cui abbiamo così tanto bisogno!

Ma esiste anche un’altra terra tenebrosa, più terribile ancora e più angosciante, al cuore stesso del nostro cuore. E’ proprio lì che l’usura del tempo, la disillusione e il sentimento di impotenza, sembrano voler soffocare gli ultimi singulti di speranza, una volta seminati in noi. Questo deserto è davvero più cupo, ben più oscuro e opaco di tutti quelli che il nostro tribolato mondo può creare, intorno a noi, perché questo deserto interiore ci lascia assolutamente sprovvisti, spogliati di tutto, infinitamente soli.

E, pur tuttavia, è proprio lì, in questo paesaggio d’ombre e di oscurità, in questa terra inospitale e nuda, la “terra desolata” di Eliot, che Dio ha scelto di venire incontro e tra di noi e in noi. Noi pensiamo o crediamo, a volte, che le circostanze favorevoli siano necessarie perché Dio possa avvicinarsi a noi, che siano, come dire, indispensabili certe preparazioni particolari. Ma la notte di Natale ci offre una prova esattamente contraria: per venire in noi Dio non ha bisogno che di un’unica condizione, ha bisogno della nostra povertà, ha bisogno della nostra notte, come fu quella di venti secoli fa, in territorio di Palestina.

Ed è ciò che hanno ben compreso i pastori di Betlemme. È perché non ne erano degni, e soprattutto perché sapevano ed erano intimamente persuasi di non esserlo, che Dio li ha invitati ad andare a contemplare il primogenito di Maria. È questa la chiave semplice, unica, così semplice che non arriviamo neanche a pensarla, dell’incontro con il nostro Dio. Egli verrà a visitarci, a colmare ogni vuoto, dissipare ogni dubbio, quando avremo avuto la semplicità di cuore di riconoscere le nostre tenebre e anche di abitarle, senza cercare di illuminare il nostro cammino con quelle false e promettenti luci che ci vengono in abbondanza lanciate ogni giorno, fari che poi ci fanno naufragare.  Davvero, il Signore ha bisogno della povertà di ciasun uomo come ha avuto bisogno dell’umiltà della sua serva, dell’umile fanciulla di Nazareth, Maria, per poter realizzare in lei delle meraviglie tali che ancor oggi se ne parla, dopo tanti secoli, e delle quali si parlerà ancora, molto, fino alla fine del mondo.

In quella che la tradizione ha sempre immaginato come la più dolce dell’anno, la notte del Natale, è necessario osare di offrire a Dio, senza falsi pudori, le nostre notti e le nostre tenebre, perché Gesù venga a nascere nei nostri cuori e perché gli angeli possano di nuovo far udire il loro canto e proclamare la gloria di “Colui che è, che è stato e che verrà” nei secoli dei secoli.