L’invito all’amore

25 dicembre 2019

Letture: Is 52,7-10; Sal 97; Eb 1,1-6; Gv 1,1-18

Simone Weil scrisse una volta: «Amiamo questo paese quaggiù, amiamo questa terra. Questa terra è reale: essa purtroppo offre molte resistenze all’amore». Sarebbe davvero saggio ripensare a questa frase ogni qualvolta ci si inabissa nelle profondità cosmiche del Prologo del Vangelo di Giovanni: «Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui,eppure il mondo non lo riconobbe. Venne fra la sua gente,ma i suoi non l’hanno accolto» (1,9-11). Sì è vero, la terra degli uomini offre delle resistenze all’amore dei Dio; ma non per questo Egli ha mai smesso di amarlo …

Nella notte santa del Natale del Signore l’umanità intera è stata invitata a contemplare un bambino appena nato: ogni nascita è un miracolo di per sé, è un dono di Dio. Nella liturgia della messa del giorno l’evangelista Giovanni rivela che questo bambino è il Verbo di Dio, è la sua Parola, la piena rivelazione del suo amore per l’uomo. Creato ad immagine e somiglianza di Dio, l’uomo è così grande che, malgrado il peccato, conserva imperitura in sé questa grandezza. E oggi Dio realizza quel desiderio che conservava e coltivava nel proprio cuore fin dall’eternità: quello di condividere la vita degli uomini per permettere a loro volta di condividere la sua vita divina. Veniamo così a trovarci davanti ad un enorme disegno d’amore che ci sorprende e ci supera: se Dio è nato da una donna ed ha assunto la nostra fragilità esistenziale è stato per permetterci di nascere alla sua vita e per chiamare ogni uomo a diventare suo figlio nel Figlio unico. Da sempre l’uomo aspira a diventare dio ma senza Dio e questa fu la prima tentazione: voi sarete come dei. Per soddisfare questa sete d’infinito corre dietro al potere, ingordo nella smania di accumulare ricchezze, voler decidere ciò che bene e ciò che è male, senza tenere in nessun conto quella che è la volontà di Dio, del suo Creatore.

Esiste una cultura della morte che sopravanza e affascina gli uomini di oggi e il loro pensiero. Se il Verbo, la Parola si è fatta carne è per dirci chi è Dio per l’uomo e chi è l’uomo per Dio: «Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che ce lo ha rivelato» (Gv 1, 18). Detto altrimenti:  in Gesù Dio ci rivela il suo progetto per l’uomo e con l’uomo e questo progetto è un progetto di amore. Era lo Spirito dell’Amore che planava e volava sul caos primordiale alla creazione, ed è lo stesso Spirito d’Amore che estende la sua ombra sopra la Vergine il giorno dell’Annunciazione, alla Pentecoste è ancora lo Spirito che dà nascita alla chiesa e la fa vivere con la sua grazia. Così, dal giorno della creazione, si sviluppa nella storia e nella storia personale di ciascuno un piano nel quale Dio e l’uomo sono associati grazie ad un’alleanza d’amore, nuova e definitiva, e questo piano, nascosto nei secoli, si manifesta in piena luce in Gesù Cristo.

«E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.» (Gv 1, 14). In che modo questo uomo, questo bambino che è Gesù riflette la gloria del Padre? La domanda dovrebbe forse essere posta ai pastori notturni di Betlemme: con certezza essi lo hanno compreso. Come accadde ai discepoli di Emmaus (cfr Lc 24,13-35), così anche i nostri occhi sono impediti di ravvisare e di riconoscere questo amore di Dio per noi, e così necessitiamo di una luce speciale, un dono di Dio che si chiama fede. Illuminati dalla fede noi scopriremo sul volto di Cristo come e in che misura Dio ci ama: ora, questa è la sua gloria.

Dio ha preso carne nell’umile seno di una ragazza chiamata Maria, ha avuto bisogno come tutti i bambini di imparare e di crescere, ha ricevuto ogni cosa dai genitori e da altre persone, spesso povere e illetterate. L’amore autentico non sa imbrogliare o fare le cose per finta e Dio si è talmente identificato con l’uomo e con la sua fragilità, che ogni uomo, ad ogni latitudine, sotto ogni razza, ci deve ricordare Dio. Allora non è eccessivo o rischioso affermare che, dopo Natale, Dio e l’uomo sono un tutt’uno, e amare Dio è amare l’uomo, toccare l’uomo è toccare Dio. Da ogni volto traspare l’immagine di Dio e a scrutarli bene i due volti risplendono di una straordinaria somiglianza: «E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò» (Gen 1, 27); un’alterità chiamata ad unirsi nell’amore per farne uno solo come Lui, Dio, è uno nella comunione e nell’alterità delle tre divine e santissime Persone. Così il mistero del Natale non è lontano da noi, è piuttosto al cuore delle nostre vite: se Dio si è fatto carne significa poter affermare da parte nostra chi è Dio e chi è l’uomo.

Natale, infine, annuncia già la croce, mostra cioè quella follia d’amore che ci testifica fino a che punto Dio ci ama e fino a che punto noi siamo chiamati ad amare: avendo amato i suoi li amò sino alla fine. Ora, l’uomo nel suo peccato cerca di sopprimere Dio e attraverso questa soppressione nega l’amore, ma se si può distruggere l’immagine di Dio che è l’uomo, non sarà assolutamente possibile uccidere la presenza di Dio in questa immagine. I martiri lo hanno capito: nei campi di sterminio, nei tragici inferni creati dall’uomo essi sono riusciti a far trionfare l’amore.

«Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1, 11-12), di nuovo le sublimi e consolanti  parole di Giovanni ci mostrano il cammino di vita che ci traccia il Natale: diventare figli di Dio e così diventare fratelli e sorelle nel Cristo. Questo è il cammino di ogni santità, il cammino della vera gioia, della vera vita e felice sarà colui che ripone la sua gioia nel Signore e cammina su questo tracciato. Con il Cristo e come Lui ciascun uomo è chiamato ad amare il prossimo per contribuire con i propri gesti a raccogliere nell’unità tutti i figli di Dio dispersi: «Perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,21).