Ordine dei Predicatori (Domenicani) - Provincia San Domenico in Italia

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Introduzione alle Melodie per la liturgia delle Ore

Canterò Il Nome Di Dio, L’altissimo
 
 
(Sal 7,18)
 
 
Celebrare significa etimologicamente rendere frequentato, trovarsi insieme: è un’azione propria della comunità, non dell’individuo isolato. Celebrare vuol dire rivivere comunitariamente un evento, ciò che fonda significativamente la propria vita. Per i Cristiani questo evento ha un nome: Gesù Cristo.
Il centro della liturgia della Chiesa è Cristo e il suo mistero: il mistero dell’alleanza fra Dio e l’uomo, resa finalmente nuova e definitiva nel sangue sparso per tutti sulla croce. Dopo la sua ascensione Gesù continua a vivere e ad intercedere per noi, ma è sottratto alla nostra vista. Inizia il tempo della presenza sacramentale, attraverso la mediazione di segni sensibili, il tempo dell’attesa del ritorno del Signore nella gloria: Vieni, Signore Gesù!
La Chiesa attende e prega, sapendo che l’attesa non sarà delusa: lo sa perché lo Spirito le è stato dato come pegno, lo Spirito che con lei prega e dice: Vieni! È lo Spirito che conduce la Chiesa a radunarsi, che dà sostanza alla sua memoria, che alimenta la sua preghiera e rende efficaci i suoi segni.
Veritas
La liturgia richiede che ci si interroghi sull’esperienza personale e comunitaria che se ne ha: la nostra preghiera comune è in grado di fecondare la vita comune, favorendo la comunione, la misericordia, il perdono, di avvicinare le persone facendo vivere la diversità come un valore che arricchisce tutti? Solo così sarà veramente fons et culmen della nostra vita. Se invece rimane circoscritta al momento, all’ora che si celebra si rischia di vivere la preghiera liturgica come un impegno da assolvere fra i tanti.
La qualità della nostra preghiera non si misura in coro, bensì in capitolo, nelle riunioni comunitarie, in ricreazione: la cifra dell’efficacia della preghiera è il progresso della vita comune.
La preghiera liturgica è altresì segno della vita di relazione con Dio e con la comunità; perché sia veramente segno occorre che rimandi realmente alla realtà significata; così la preghiera comune deve essere realizzata dalla comunione di vita. Ne va della sua autenticità.
Gioia e Libertà
Inizio della veritas del nostro pregare insieme sono la gioia e un profondo senso di libertà interiore. Si tratta di maturare una mentalità comunitaria che sappia riconoscere le doti di ciascuno, sappia valorizzarle per il bene comune affinché tutti possano esprimersi in modo pieno, senza recare turbamento all’armonia del gruppo e senza primeggiare. Naturalmente rispettare e valorizzare le qualità individuali comporta dei rischi: sappiamo bene quanto male porta alla vita comune la presenza di personalità troppo spiccate... siamo malati di individualismo. Tuttavia il timore dei rischi non è motivo sufficiente per tutto ridurre a uniformità, quell’uniformità spersonalizzata e spersonalizzante che troppo a lungo - ed ancora oggi - ha permeato molti ambienti ecclesiali.
È la personalità dei timbri vocali, ben amalgamati tra loro, che arricchisce un coro. La verità della nostra preghiera richiede che ciascuno preghi con il timbro che la natura gli ha donato, sforzandosi di affiatarsi con le altre voci. Perfezionare il timbro, addolcirne le asperità, affinare l’intonazione non significa renderlo altro da sé. Così, la tonalità scelta per il canto o la recita può contribuire a dare autenticità al momento celebrato. Lo stesso dicasi per il ritmo: esiste un ritmo (equilibrio tra suono e silenzio) naturale che scandisce i testi liturgici (sia letti che cantati) e li fa esistere nella persona che li pronuncia: è come se invece di leggere si parlasse. E così la lettura diventa parola viva, e il susseguirsi di note solfeggiate diventa canto.
La maggior parte dell’Ufficio divino è composta di Sacra Scrittura. La Scrittura diventa parola di Dio per ciascuno di noi solo se si realizza nella vita personale: la sua prima realizzazione è quella di farla nostra quando la proclamiamo. Anche qui bisogna fare attenzione a non esagerare con l’interpretazione; dando al testo un’impronta troppo personale, non si trasmetterà più la parola di Dio, ma la parola nostra. Tuttavia è un rischio che vale la pena di correre: sarà necessario molto esercizio, passando attraverso gradi successivi per purificare il nostro parlare. La preghiera è l’azione che più di ogni altra ci umanizza, facendo sempre più verità su di noi.
Umiltà
Chi conosce bene le sue potenzialità ma anche i suoi limiti, le doti ma anche i suoi difetti, è una persona che fa verità su se stessa, ed è una persona umile. Esaltare troppo i pregi rende orgogliosi, sottolineare i difetti induce al disimpegno. Ritenersi incapaci di svolgere un servizio spesso non rivela umiltà ma una scelta di comodo. Troppo spesso ci si rifiuta di compiere un servizio, di avere un ruolo nella liturgia per timore di sbagliare, per paura delle critiche. Nessuno deve attendersi prestazioni perfette.
L’umiltà è quella conoscenza di sé che ci porta ad assumere parte attiva alla vita comune, a cominciare dagli incontri di preghiera; l’umiltà ci rende attenti a non privare la comunità del nostro contributo e al tempo stesso ci preserva dal perfezionismo, che è segno di attenzione a noi stessi più che al bene comune. Umiltà è anche rispetto per gli altri: riconoscersi uno tra gli altri, né migliore né peggiore. La celebrazione dell’Ufficio non è un momento di preghiera individuale: è indispensabile acquisire una sensibilità comunitaria per giungere a quell’affiatamento necessario a far esprimere tutto il gruppo: una comunità che prega non è l’aggregazione di diversi individui che stanno vicini... ma ognuno per conto proprio. Chi prega mentalmente, chi non si adegua al ritmo, chi mantiene un tono di voce più elevato, chi non si conforma ai gesti, chi per qualsiasi ragione non si attiene alle regole che la comunità si è data, non si può dire che manifesti volontà di partecipare all’opus commune della lode divina.
Ogni comunità ha pertanto una grande responsabilità di ordine culturale, deve tradurre in atto l’intuizione di san Domenico, di una preghiera che sia contemplazione ad alta voce, nutrita dal fiotto apostolico della nostra predicazione. I libri liturgici sono come uno spartito musicale e nulla più. Perché la musica diventi tale occorre eseguirla; così è la liturgia. Occorre inventare, improvvisare, costruire, ri-animare i testi e le azioni. A queste condizioni di coralità la nostra liturgia sarà veramente solemnis, nel significato per nulla coreografico dell’antica denominazione, cioè partecipata da tutta la comunità in modo pleniore, secondo quanto dicono le nostre costituzioni: “La celebrazione liturgica è il centro ed il cuore di tutta la nostra vita, la cui unità trova soprattutto in essa il suo fondamento” (LCO 57).
Che ogni comunità possa celebrare la sua preghiera in spirito e verità, come Gesù rivelò alla donna samaritana.
Liberata dalla schiavitù di schemi rigidi ed immutabili, la nostra liturgia salga a Dio lieta e sempre giovane, come lo Spirito che la anima e continuamente intercede per noi con gemiti inenarrabili.
 
fra Massimo Rossi op
Responsabile della Commissione
Liturgica Nazionale - Sezione animazione
 

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