In questi giorni di profondo eppur mimetizzato “silenzio che avvolge tutte le cose” si può scorgere un’occasione, forse unica ed irripetibile, attraverso cui percepire l’eloquenza di un silenzio che interroga, che sconvolge, che apre alla scoperta.

L’intento di queste poche righe è offrire una chiave di lettura che tra le maglie di un vero tumulto riesca ad intravedere uno spiraglio da cui trapela, ancorché fioca, una luce che certamente aiuta a guardarsi dentro.

Le nostre costituzioni (LCO 46-48) forniscono a una chiave di lettura mitigata eppur ben chiara a proposito del silenzio. In particolare, accentuando la dimensione salvaguardante e vivificante che esso offre, lo dipingono come l’alveo privilegiato in cui le osservanze regolari possono maturare e fruttificare. Dunque, una posizione per nulla marginale. Inoltre, un’espressione antica recitava “Silentium pater praedicatorum est”, quasi ad indicare la sua indispensabile presenza perché la vita dei predicatori sia autentica e feconda. Vorrei però guardare oltre e tralasciare la superficiale e travisante concezione che vede nel silenzio la mera assenza di rumori, cioè un vuoto che intimorisce poiché apre all’ignoto. Adottando la prospettiva del mistico, l’esito cambia radicalmente. Qui il silenzio è comunione, è rifugio, è abitazione, è incontro, è stare, è conoscenza, è intimità, è cassa di risonanza, è Amore, è lode. Siamo condotti alla natura più profonda del silenzio: esso è voce, dialogo.

Una dimensione che rintracciamo appieno in santa Caterina da Siena. Sin dalle prime pagine del Dialogo si scorge a chiare lettere tutta l’esperienza viva che Caterina fa dell’eloquenza del silenzio interiore. Vive il silenzio della cella interiore; qui vi dimora, qui canta e loda Dio pur nei noti tumulti del tempo e fa di questo luogo l’unica “rupe” in cui innalzarsi in adorazione, nel segreto. Ciò apre la strada verso il fulcro di questa breve riflessione: Caterina vive una simbiotica inabitazione, quel rimanere in Lui e Lui in lei; come un silenzio abitato, un dialogo continuo e profondo che seppur inudibile trasfigura lentamente ed apre alla reciproca conoscenza. 

In questo senso trovo che acquisti un significato ancor più pieno quel “parlare di Dio e con Dio” che viene detto di san Domenico. Tutti noi frati domenicani non possiamo prescindere dal considerare il parlare come la massima declinazione del silenzio, che ne è condizione. Mi spiego. Nel vangelo di Luca Gesù invita a “pregare sempre senza stancarsi mai”. Ora, non si tratta certo di un invito alla verbosità, il che appare quanto mai distante dagli autentici cercatori di Dio. È piuttosto quella disposizione di quest’ultimi che ascoltando il grido silenzioso di ogni cosa, che “misticamente” parla di Dio -essendone pervasa-, rispondono con una lode costante e altrettanto silente. È un continuo atto di adorazione.

Dunque, il parlare di Domenico, il “pregare sempre” del vangelo, non appaiono come un invito alla parola, ma della Parola, a cercarla in quella cella silenziosa che sempre c’è dentro di noi, nel nostro cuore.

La percezione della dimensione silenziosa come una dimora abitata da Dio, fa di essa l’habitat dialogico ideale del cristiano.

Se nella realtà quotidiana l’ascolto è sempre correlato alla sonorità della parola e quando non c’è parola c’è vuoto, nella vita mistica è proprio nel silenzio che l’eloquenza della Parola è massima ed è nella sovrabbondanza della parola che non trova dimora la Parola; allora l’ascolto si fa tenue, arido, fino ad aver di nuovo bisogno del suono esteriore per poter ascoltare. È naturale che in chiave “spirituale” l’ascolto è quello del cuore che, in un certo senso, avoca a sé ogni facoltà sensitiva: nel caso di specie, l’udito.

Nel tentativo di circoscrivere questo “antro” profondissimo dell’anima, se ne percepisce tutta la sua sfuggevolezza, è un continuo sfiorare l’immanenza e la trascendenza di Dio. È un “luogo” così nascosto, “più intimo del mio intimo”, che presenta anche una funzione pedagogica, cioè lo scardinare ogni nostro tentativo di rappresentazione sensibile e intelligibile di Dio.

È in questo alveo allora che si inserisce la conoscenza mistica, ove si sperimenta la finitezza di ogni affermazione e negazione. Finanche ogni sibilo tace. Risuona così quella Parola che i cieli odono dall’eternità, che costantemente si rivela e nasce in noi e ci attrae a sé con una forza ineffabile, lasciandoci liberi. In altri termini, è l’ascoltare col cuore la voce del Padre, nella brezza leggera del fondo dell’anima, che incessantemente proclama: “Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato” (Sal 2,7); in questo “oggi” eterno, senza aurora né tramonto, possiamo pregustare sin d’ora la vita intima di Dio, venendo pian piano trasfigurati. 

È il caso di menzionare di nuovo santa Caterina da Siena. Nella legenda maior redatta dal suo confessore, il beato Raimondo da Capua, si trova uno straordinario passo ove penso si compendi il culmine della dimensione mistica del silenzio, inteso come cassa di risonanza della Parola e itinerario per una radicale conoscenza di sé, quindi di Dio (tema quanto mai caro all’intramontabile tradizione esicasta). Dunque, Dio parlando a Caterina dice: “Sai, figliola, chi sei tu e chi sono io? Se saprai queste due cose, sarai beata. Tu sei quella che non è; io, invece, Colui che sono”. Con il beato Raimondo possiamo esclamare: “Oh, breve dottrina e in corto qual modo infinita! Oh sapienza racchiusa in così poche sillabe!”, in queste parole rintracciamo la divergenza cardinale tra l’essere autentici predicatori della Parola e semplici intellettuali delle parole. Cioè, come Caterina eccelsamente insegna, il fulcro risiede nel fare l’esperienza di una sempre più intima e radicale unione con Dio, ritenendosi un nulla davanti a Lui, e desiderare che di tale lode intima, continua e silenziosa nel cuore del Predicatore, possa parteciparne e gustarne anche il prossimo. Mi piace pensare che anche in questo modo si possa declinare quel continuo parlare “di Dio e con Dio” di san Domenico, quella verace “passione” per la salvezza delle anime che lo riempiva di zelo apostolico.

Il silenzio allora, in ultima analisi, è pura lode e rendimento di grazie; qui si trova Dio, si sente la Sua voce, si gusta la Sua dolcezza. In questa dimensione trovo che si possa inquadrare il silenzio dei frati predicatori, la cui essenza contemplativa sovrabbonda naturalmente nella spinta apostolica, divenendone anima e animatrice.

fra Simone Garavaglia