C’è un brano del vangelo che si legge nel Tempo Pasquale che sembra parlare di cose lontane da noi. Ci parla di persecuzioni, e noi le immaginiamo altrove, o lontane nel tempo o lontane nello spazio. È vero, tutti noi a volte ci sentiamo feriti, forse talvolta anche uccisi, da una mancanza di riconoscenza, da un’ingiustizia, da un mondo che non ci ascolta. Ma la parola di Gesù entra nel nostro cuore, e non solo per placare il nostro dolore interiore, ma per aiutarci a ritrovare la speranza anche per il mondo.

Perché i cristiani “sono” la speranza del mondo. Il mondo senza cristiani è privo dell’anima. Per questo è importante che lo Spirito Santo e la voce di Gesù ci mostrino la strada del futuro, la strada della speranza, la strada della salvezza, non solo per noi ma per la stessa umanità. Il brano di vangelo di cui parlo suona lontano se lo teniamo semplicemente davanti a noi. Ma se la parola di Gesù è la strada, non è così che va letto. Bisogna, invece, passarci sopra; leggerlo quasi al contrario, dall’ultima riga su su risalendo, come un messaggio che è scritto sulla nostra strada, anzi che costituisce esso stesso la strada.

Partendo quindi dal fondo, esso ci dice: “Viene l’ora in cui vi scacceranno dalle sinagoghe” (Gv 16,2). Non è forse quello che sta succedendo a noi cristiani? Quelle sinagoghe, quelle comunità che abbiamo contribuito in modo decisivo a costruire, quella società, quella socialità, quell’ethos, quella comunione anche civile che abbiamo contribuito in maniera decisiva a costruire come cristiani, ora ci scaccia, ci espelle, come elementi contrari al sistema, e non si accorge che, in realtà, essa stessa si sta sgretolando, senza il nostro apporto, senza il riferimento a quell’energia che ci consentiva di stare uniti, quella forza proveniente dalla carità, dalla speranza, dalla fede, dalle virtù cristiane.

Alla riga immediatamente precedente, poi, Gesù dice: “Vi ho detto queste cose perché non vi scandalizziate” (Gv 16,1). Com’è forte il rischio appunto di scandalizzarci, di sentirci mancare la terra sotto i piedi, perché il mondo a cui parliamo, in cui ci troviamo non vuole sentir parlare di Dio, e ancor meno del Dio cristiano. Ne ha sentito parlare, e esplicitamente lo rifiuta. E al tempo stesso, ci rende quasi impossibile vivere la nostra stessa fede, spezzando i legami che vorremmo costruire; ci diluisce rendendoci quasi impossibile vivere la comunità, la comunione, la condivisione. Le nostre vite sembrano condannate dalle strutture economiche, lavorative, sociali, ad essere esistenze individuali: delle bollicine sparpagliate qua e là, che si incrociano solo ogni tanto. Ma lui ce lo aveva già annunciato, e ci dice queste cose appunto “perché non ci scandalizziamo”. La prima cosa da fare è infatti questo: l’atto di fede, che accoglie la volontà di Dio, nella consapevolezza che nessuna difficoltà è insormontabile con l’aiuto della grazia di Dio. La sua presenza, prima di tutto, ci conforta.

Poi viene la fase pratica. Andando ancora a ritroso troviamo infatti quest’altra frase di Gesù: “E anche voi, date testimonianza, perché siete con me fin dal principio” (Gv 15,27). La serenità si trasforma e vera e profonda gioia, e consolazione, perché comprendiamo che non solo la partita non è finita, la situazione non è disperata, ma, più profondamente, gustiamo i doni che il Signore ci ha fatto. E il dono è primariamente proprio il legame con lui: il Signore ci ha scelti, e dal principio siamo con lui. Noi tutti insieme, perché proprio in quanto siamo stati chiamati a condividere fin dall’alba della nostra esistenza la comunione con lui, una comunione profonda quanto è profondo Dio, siamo per ciò stesso uniti, riuniti nel luogo più importante: l’intimità di Dio, della sua amicizia.

“Quando verrà il Paraclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità, che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me” (Gv 15,26). Ecco, quindi, la soluzione! “Dare testimonianza”, ma non con le nostre forze, con il nostro ingegno, perché noi non sappiamo neanche da che parte cominciare! Ma per il suo dono: e il suo dono ci inonda, di fronte a esso dobbiamo semplicemente aprirci, desiderare, amare. Inondato fu san Domenico, e pieno di gioia si prodigò a combattere le malattie della fede con la predicazione della verità e con l’esempio di una vita povera e innocente. Inondati furono coloro che seguendo la sua via diventarono luce che arde e illumina. Questa è l’Opzione Domenico, l’opzione del dare testimonianza, e non sulla base di strategie, ma mossi dalla contemplazione, riempiti dal dono dello Spirito Santo.

fra Stefano Prina