Intuizione eroica. È questa la beatitudine soggettiva che abbiamo la possibilità di sperimentare sulla terra, grazie all’eucaristia. In quell’istante umanamente caratterizzato dall’“essere gettati”, dalla contingenza, dall’immersione nel flusso del tempo, possiamo sperimentare qualcosa di più di un galleggiamento. Possiamo affogare e discendere, almeno misticamente, fin sul fondale, in un punto preciso, in quel punto dove la profondità è tale che tutti i punti della superficie marina sono da noi equidistanti. Intuizione istantanea perché, per grazia, siamo assimilati al Verbo “per mezzo del quale tutte le cose sono state create”. Eroica quanto a intensità desiderativa, perché quell’amore in cui veniamo affogati non è il nostro, quella fiamma di cui diventiamo parti non è a misura del nostro cuore, ma è il nostro cuore che viene, nella sua struttura atomica, riformato a forma dell’infinito. L’intensità che possiamo raggiungere nell’istante eucaristico è simpatia universale, è un concerto di cristalli in cui tutta la durata del nostro tempo feriale è complessivamente imbandita a festa definitiva. Nel Corano, gli apostoli – presentati come fedeli dell’Islam – chiedono a Gesù – anche lui devoto musulmano – di pregare Dio di mandare dal cielo una tavola imbandita, e dicono: “Vogliamo mangiare da essa. Così i nostri cuori saranno rassicurati”. Gesù prega: “Fa’ scendere su di noi, dal cielo, una tavola imbandita che sia una festa per noi – per il primo di noi come per l’ultimo”.

Quanto è grande in realtà questa festa! È l’infinito nel finito, è l’illimitato nel limitato. Al liceo ebbi a scrivere un tema che doveva parlare delle mie dieci parole preferite della lingua italiana. Tra queste misi senza indugio “sgomento”, che descrissi – e mi sembra ancor oggi una buona definizione – il sentimento dell’infinito contenuto da ciò che è finito. È così che rimango ogni volta che ricevo le specie del pane e del vino, la cui stessa bellezza percepibile, la cui “nobile semplicità” sono un chiaro segno della finezza di Colui che si dona. Il nostro Dio è un Dio che non ha paura della piccolezza, è un Dio che ci offre l’esperienza suprema della verità dicendoci: “Questo è”. Questo è il mio corpo, ma soprattutto “questo è”. Ecco la verità nella sua più pura purezza. Ecco la verità nella sua disarmante forza inondativa. L’essere ci rende esseri. La vita ci rende vivi. Il dono dell’apparente frammento ci rende partecipi della totalità. “Questo” non è una prigione tra il passato e il futuro, tra un altrove e un altro altrove; “questo” è il dominio dell’affetto, “questo” è tatto che crea, “questo” è una persona la cui sinfonia comprende ogni memoria e ogni fantasia.

Fra Marco Salvioli mi ha dato lo spunto, attraverso un suo articolo, di riflettere sul “già” della felicità che ci è donato nell’eucaristia: «La vita di grazia, che viene alimentata attraverso la partecipazione al banchetto eucaristico, permette di pregustare la beatitudine celeste, facendo esperienza di quell’Amore che asciugherà ogni lacrima e di quell’infinita conoscenza che avremo quando saremo simili a Lui e conosceremo così come siamo conosciuti» (M. Salvioli, “La felicità cristiana è ‘già e non ancora’”). Mi sono lasciato andare a un’analisi fenomenica di ciò che il cuore può sperimentare, per esprimere la mia riconoscenza a colui che, attraverso il dono dell’acqua e del sangue, fa di noi il suo corpo. Riconoscenza per i doni di grazia che riceviamo nella liturgia dei sacramenti, e per quelle insostituibili scintille che egli rende possibili tra coloro che di questa comunione fanno parte. L’ha detto Gesù a quel santo a metà che c’è in ciascuno di noi e si chiama don Camillo: «È necessario che le cento lampade si riuniscano ancora per ritrovare la luce della Verità. Gli uomini oggi vagano sfiduciati, ognuno al fioco lume della propria lampada, e tutto sembra loro buio intorno e triste e malinconico e, non potendo illuminare l’insieme, si aggrappano al minuto particolare cavato fuori dall’ombra del loro pallido lume. […] Le idee non sono finite, perché una sola idea esiste, ed è eterna: ma bisogna che ognuno torni indietro e si ritrovi con gli altri, al centro della immensa sala» (G. Guareschi, “Don Camillo e il suo gregge”).

fra Stefano Prina